12 Luglio Lug 2017 1957 12 luglio 2017

L'Islam ai tempi delle nozze gay

Quello tra Sean e Jahed è il primo matrimonio omosessuale in Inghilterra con un partner di fede musulmana. «Un gesto coraggioso, rivoluzionario», come ci spiega l'antropologa Maryan Ismail.

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Matrimonio gay musulmano

Sbagliato. Diverso. Sospeso tra due mondi. Immerso nella sensazione di non essere uguale agli altri. Le prime umiliazioni a scuola. Una pecora nera anche agli occhi della famiglia che, dal Blangadesh, decise di trasferirsi in Inghilterra. Musulmano praticante e allontanato dalla moschea perché considerato un'anomalia, Jahed Choudhury, oggi 24enne, cercava in tutti i modi di cambiare se stesso e il suo orientamento omosessuale. Due pellegrinaggi non sono bastati tuttavia a restituirgli un po' di pace, quella cercata anche attraverso un tentato suicidio. Una vita tormentata, che cambia radicalmente quando incontra il futuro marito, il 19enne Sean Rogan, sposato l'11 luglio a Walsall, cittadina del West Midlands nel cuore dell'Inghilterra centrale. Abiti tradizionali, copricapi color porpora, le mani sinistre piene di disegni, grande cura nei dettagli e una collana di fiori al collo. Così si sono presentati nel loro giorno più importante.

Quella tra i due giovani è la prima unione omosessuale, nel Regno Unito, dove uno dei due partner è di fede islamica. Choudhury ha scelto di esporsi per mostrare a tutto il mondo che si può essere gay e credere in Allah. «Si tratta certamente di un atto di coraggio enorme, un gesto rivoluzionario: Jahed e Sean hanno semplicemente voluto ribadire che l'amore vince su tutto e hanno fatto più che bene. Perché hanno scelto di non nascondersi», spiega a  a LetteraDonna Maryan Ismail, antropologa italo-somala arrivata in Italia nel 1982 come rifugiata politica, sufi praticante, e membro del movimento Forum Musulmani Laici (ForMuLa).

Maryan Ismail.

DOMANDA: Dottoressa Ismail, quali sono state le reazioni alla notizia negli ambienti religiosi?
RISPOSTA: Il matrimonio di questi due ragazzi è simbolicamente molto forte perché rappresenta un'unione non consueta, certamente non accettata dalle comunità islamiche nella loro maggioranza. Però non bisogna dimenticare che c'è anche una minoranza riformata e laica, da sempre schierata a favore dei diritti della comunità LGBT, pronta ad applaudire la scelta di Jahed e Sean. Trovo deprecabile, invece, che anche una parte della Chiesa inglese si sia schierata contro.
D: Cosa non condivide delle posizioni di chi si è opposto? 
R: Il fatto di anteporre la fede a un diritto che in quasi tutto il mondo si sta facendo strada. Queste sono decisioni che riguardano la persona e la propria volontà di condividerle con l'altro, chiunque esso sia.
D: In quali termini questo matrimonio può rappresentare una svolta?
R: La scelta di vestirsi con gli abiti tradizionali del Bangladesh, dove esiste un Islam sunnita particolarmente conservatore, è sicuramente un gesto coraggioso. Ha rotto un grande tabù e quindi deve essere letta con attenzione, supportata con solidarietà e delicatezza, proprio perché abbatte un muro che riguarda diritti non contemplati in quasi nessuno dei territori a maggioranza musulmana. Ciò non significa che il 'problema' sia in fase di superamento. Anche se, devo dire, nel Corano non si parla di un divieto specifico nei confronti dell'omosessualità: non ci sono versetti che dicono di comportarsi in un certo modo contro i gay. Sono stati additati, questo sì, ma da qui a perseguitarli come a volte accade nei Paesi arabi ce ne passa.
D: Ma per il Corano l'omosessualità è un peccato?
R: Più che altro è considerata come un'azione riprovevole, tanto quanto nel cristianesimo, e quindi non è certamente sostenuta. Ma questo riguarda anche altre letture monoteiste, come anche l'ebraismo. È sempre stato percepita come un atto impuro, a volte anche come un abominio, una cosa contro natura. Quel che è certo è che questo tipo di religioni non hanno favorito l'autodeterminazione della sessualità e hanno fatto in modo che non la si vivesse così liberamente.
D: Prima ha parlato di una parte riformata dell'Islam: a chi si riferisce?
R: Di certo non solo ai laici, ma anche ad alcuni religiosi e referenti della fede, come gli Imam o i giuristi. C'è chi si impegna oggi a una lettura non più così conservatrice, non più wahabita o salafita. Da alcuni anni, si tenta, con più fermezza, di interpretare il Corano e l'esegesi (Sunna e Hadith, ndr) che lo accompagna con una visione più contemporanea. Come ad esempio in Marocco.
D: Perché proprio il Marocco?
R: Perché è lì che avviene una rilettura meno maschilista dei testi e già questo, mi creda, è un grande passo avanti. Si dibatte, si lavora, si pensa e si cerca di cambiare le cose, soprattutto per quanto riguarda la condizione femminile. È ovvio che i passi da fare sono tanti quando si parla di donne e di omosessuali. L'Islam può cambiare anche grazie alle persone come Amina Wadud.
D: Perché lei può essere considerata un esempio?
R: È la prima Imam donna, un'afro-americana. Lei guida la preghiera e una moschea, ma questa non è una cosa strana perché nel Corano non c'è scritto, per esempio, che solo gli uomini possano farlo. Lo fecero anche le prime donne convertite, tra cui Aisha, la moglie del Profeta. Vede, rompere questi tabù aiuta tantissimo la comunità a comprendere la contemporaneità e la modernità che stiamo vivendo. E dunque anche episodi come il matrimonio di Jahed e Sean ricordano che l'Islam non è monolita, non è soltanto veli e barbe, piuttosto un insieme di persone che cerca di camminare insieme alle altre culture.

D: Quanto tempo ci vorrà perché, per esempio anche in Italia, due ragazzi omosessuali musulmani possano esporsi e magari sposarsi?
R: Credo non troppo. Ci sono esperienze territoriali molto importanti, come quella del Grande colibrì, un gruppo di attivisti che si batte per i diritti LGBT incrociando anche tematiche religiose. Mi viene in mente anche il loro progetto, Allah loves equality, che ha portato avanti tante battaglie e si è inserito nel Gay Pride, cosa impossibile fino a due anni fa. Sono sicura che arriveremo anche in Italia a celebrare unioni civili tra musulmani omosessuali. Ci vuole poco, siamo in Occidente e qui si cammina velocemente.
D: Detta così, sembrerebbe una cosa semplice.
R: Ovviamente questo non significa che sarà superato lo scollamento con la famiglia, il giudizio negativo di alcune comunità o il fatto che si venga quasi allontanati dalle moschee. Purtroppo questi ragazzi soffriranno ancora molto, però sanno anche che molti musulmani laici non vedono nulla di grave nella loro voglia di autodeterminarsi e di rivendicare i loro diritti. L'Italia, in questo senso, è un laboratorio molto interessante da osservare e da sostenere: il movimento di cui faccio parte, ne è un esempio.
D: Nel senso che ForMuLa si impegna attivamente nella difesa dei diritti degli omosessuali?
R: È un contenitore dove discutere anche di queste tematiche, senza che la religione rappresenti un freno, piuttosto qualcosa che arricchisce. Non è importante se un cittadino prega Allah o Buddha, questo è il senso della laicità che stiamo portando avanti. Mi creda, nelle nostre seconde generazioni di fede islamica ci sono tantissimi ragazzi gay: hanno timore a esternare la propria appartenenza e il proprio orientamento sessuale, perché molti non sono pronti. Noi lavoriamo perché le cose cambino.

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