12 Luglio Lug 2017 0905 12 luglio 2017

«Avete ucciso la paura, non me»

Il 12 luglio Malala Yousafzai, la ragazza pakistana scampata a un attentato talebano e premio Nobel per la Pace, festeggia 20 anni. Noi la celebriamo con altrettante sue frasi celebri. Tra sogno ed impegno.

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Malala Yousafzai

È sopravvissuta a un attentato personale, ha fatto tremare il Palazzo di Vetro, sede newyorchese dell'Onu, chiedendo ai governi di tutto il mondo di impegnarsi nella difesa del diritto all'istruzione di ogni bambino, e ha vinto un premio Nobel per la Pace, proprio per la lotta contro la sopraffazione dei più piccoli. Potrebbe essere la storia di un qualsiasi attivista sulla sessantina, impegnata da una vita a difendere i più deboli, e invece Malala Yousafzai di anni ne ha compiuti appena 20, il 12 luglio. Io sono Malala, l'autobiografia pubblicata nel 2012, scritta insieme alla giornalista britannica Christina Lamb, che racconta solo parzialmente la vita di una ragazzina pakistana diventata icona della lotta per l'istruzione delle donne fuori dai confini di una nazione che, se in parte l'ha elevata a eroina, dall'altra ne combatte un'ideologia considerata troppo occidentale, avversa all'Islam e antipakistana.

«IO SONO MALALA»
Addirittura «simbolo degli infedeli e dell'oscenità», secondo i talebani che volevano ucciderla il 9 ottobre 2012. Teatro dell'orrore quella Mingora, nella valle dello Swat, che tre anni prima era finita, oltre che sulle pagine dei quotidiani di tutto il mondo, nel blog dell'allora undicenne pakistana, testimone diretta del caos della città in cui viveva, delle violenze e dei roghi appiccati nelle scuole femminili. Laddove, appunto, sarebbe poi stata ferita gravemente sull'autobus che da scuola la riportava a casa: «Io sono Malala» rispose senza esitazione all'uomo armato di pistola prima di essere raggiunta da tre proiettili, di cui uno alla testa.

IL SOGNO
«Se pensavano di farci tacere con l'uso dei proiettili, non ci sono riusciti», disse poi nel discorso all'Onu rivolgendosi direttamente ai talebani. L'allora primo ministro pakistano Raja Pervaiz Ashraf, dopo essersi impegnato in prima persona per il trasferimento di Malala in un ospedale di Birmingham, le assegnò la prima edizione di un Premio nazionale per la pace e un contributo di circa 4mila euro. Un riconoscimento da parte di quel mondo di cui, adesso, la giovane attivista sogna di far parte. Perché il suo desiderio è proprio fondare un partito che le permetta di diventare premier e governare un Paese da cambiare, seguendo l'esempio di Benazir Bhutto, la donna che per due volte ricoprì l'incarico di primo ministro del Pakistan prima di essere uccisa nel 2007. «Voglio servire il mio Paese: il mio sogno è che diventi sviluppato e che ogni bambino possa ricevere un'istruzione», disse durante la cerimonia di consegna dei premi Nobel nel 2014. Una delle molte frasi divenute ormai celebri e che vogliamo ricordare insieme ad altre. Venti, per l'esattezza, tante quanti sono gli anni compiuti da Malala.

LE FRASI CELEBRI
I miei genitori mi hanno dato il nome della 'Giovanna d’Arco' pashtun, Malalai di Maiwand. La parola Malala vuol dire 'colpita da un lutto', 'triste', ma per aggiungere allegria al nome i miei genitori mi chiamano sempre 'Malala, la ragazza più felice del mondo' e sono molto contenta che insieme stiamo sostenendo una causa importante.

Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo.

Nessuna lotta può concludersi vittoriosamente se le donne non vi partecipano a fianco degli uomini. Al mondo ci sono due poteri: quello della spada e quello della penna. Ma in realtà ce n’è un terzo, più forte di entrambi, ed è quello delle donne.

Essere la prima della classe non ha nessuna importanza, se non puoi studiare affatto. Quando qualcuno ti toglie la penna di mano, allora sì che capisci davvero quanto sia importante l’istruzione.

Sedermi a scuola a leggere libri insieme a tutte le mie amiche è un mio diritto. Vedere ogni essere umano sorridere di felicità è il mio desiderio. Io sono Malala. Il mio mondo è cambiato, ma io no.

Non mi importa di dovermi sedere sul pavimento a scuola. Tutto ciò che voglio è istruzione. E non ho paura di nessuno.

Non serve dire ai leader quanto è importante l'istruzione: lo sanno già, i loro figli sono nelle migliori scuole. È ora di dirgli che devono agire, adesso. Chiediamo ai leader del mondo di unirsi e fare dell'istruzione la loro priorità numero uno.

Gli estremisti avevano e hanno paura dell’istruzione, dei libri e delle penne. Hanno paura del potere dell'istruzione. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa.

Un giorno ricordo che un bambino della nostra scuola chiese a un giornalista perché i talebani sono contrari all'istruzione. Il giornalista rispose con grande semplicità. Indicando un libro disse: «I talebani hanno paura dei libri perché non sanno che cosa c’è scritto dentro».

Non sarò ridotta al silenzio dai talebani. Quando mi hanno sparato la paura è morta così come l'essere senza speranza.

Racconto la mia storia non perché sia unica, ma perché non lo è. È la storia di molte ragazze. Oggi racconto anche le loro storie.

Potrò sembrarvi una sola ragazza, una sola persona, per di più alta neanche un metro e sessanta coi tacchi. Ma non sono una voce solitaria: io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola.

Il Premio Nobel è molto importante per me e mi ha dato più speranza e coraggio, ma anche molte più responsabilità. Comunque mi sento più forte perché vedo che molte persone sono con me.

Sono convinta che il socialismo sia l'unica risposta e sprono tutti i compagni a combattere questa battaglia fino a una conclusione vittoriosa. Solo questo potrà liberarci dalle catene del bigottismo e dello sfruttamento.

Voglio che ogni bambino pachistano possa andare a scuola. Ho pensato che il modo migliore per farlo fosse diventare il premier del mio paese. Ma dipenderà dal voto della gente.

I politici e i media devono pensare prima di parlare. Devono stare molto attenti a tutti ciò che dicono. Incolpare tutti i musulmani non farà altro che radicalizzare i terroristi.

Mi si spezza il cuore nel vedere che l'America sta voltando le spalle a una storia gloriosa di accoglienza di immigrati e rifugiati, persone che hanno contribuito a costruire il Paese, disposti a lavorare duramente in cambio di una chance di vita migliore.

Perché Nazioni che chiamiamo grandi sono così potenti nel provocare guerre, ma troppo deboli per la pace? Perché è così facile darci una pistola, ma così difficile darci un libro? Perché è così facile costruire un carro armato, ma costruire una scuola è così difficile?

Noi dobbiamo capire una cosa: queste persone che fuggono dalla Siria e dagli altri paesi lo fanno perché ci sono guerra e sofferenza. Io posso ben capire quanto è difficile per loro partire. E come la vita e l'educazione dei bambini sia a rischio. Noi dovremmo aprire le nostre porte e i nostri cuori. Perché una cosa come questa domani potrebbe accadere a ciascuno di noi. E come vorremmo essere trattati, se fossimo noi a soffrire? Queste persone non possono più vivere nel loro paese e tutti stanno chiudendo loro le porte in faccia. È profondamente ingiusto.

Che sia l'ultima volta che un bambino o una bambina spendono la loro infanzia in una fabbrica. Che sia l'ultima volta che una bambina è costretta a sposarsi. Che sia l'ultima volta che un bambino innocente muore in guerra. Che sia l'ultima volta che una classe resta vuota. Che sia l'ultima volta che a una bambina viene detto che l'istruzione è un crimine, non un diritto. Che sia l'ultima volta che un bambino non può andare a scuola. Diamo inizio a questa fine. Che finisca con noi. Costruiamo un futuro migliore proprio qui, proprio ora.

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