11 Luglio Lug 2017 1750 11 luglio 2017

«Non si scherza più. Game over»

Nell'inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi rinviati a giudizio cinque carabinieri. Intervista alla sorella Ilaria: «Basta nascondersi dietro alle divise».

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Non è ancora finita. Anzi, per certi versi, si ricomincia da zero, o quasi. Otto anni di indagini e di processi hanno portato a 12 assoluzioni e nessun colpevole. Ma l'ostinazione e la determinazione della sua famiglia, unita a quella della Procura di Roma, riporterà in tribunale il caso di Stefano Cucchi, il geometra 32enne arrestato il 16 ottobre del 2009 per possesso di droga e morto una settimana dopo all'ospedale Sandro Pertini. Prima udienza prevista il prossimo 13 ottobre, davanti alla terza Corte d’Assise nell’inchiesta bis curata dalla Procura di Roma. Lo ha disposto il 10 luglio il Gup del Tribunale di Roma, Cinzia Parasporo, rinviando a giudizio cinque carabinieri. Omicidio preterintenzionale e abuso di autorità: queste le accuse rivolte ad Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro e Francesco Tedesco, che avrebbero picchiato Cucchi il giorno del suo arresto con schiaffi, calci e pugni, provocandogli una «rovinosa caduta con impatto al suolo della regione sacrale» e lesioni guaribili in almeno 180 giorni che, «unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi al Pertini», hanno portato alla morte della vittima. Tedesco deve rispondere anche di falso e calunnia assieme al maresciallo Roberto Mandolini. Solo di calunnia, infine, deve rispondere il militare Vincenzo Nicolardi.

LE CONDANNE CANCELLATE
Sarà ovviamente una corte in una composizione collegiale diversa rispetto a quella che nel 2013 ha assolto in primo grado tre agenti di polizia penitenziaria e tre infermieri del Pertini, condannando sei medici in servizio presso la struttura protetta a pene comprese fra gli 8 mesi e i 2 anni di reclusione per omicidio colposo. Condanne poi cancellate in secondo grado per due volte, dopo che la Cassazione aveva annullato le assoluzioni rimandando il caso alla Corte d’Appello di Roma. «Finalmente i responsabili della morte di mio fratello, le stesse persone che non hanno fatto altro che nascondersi dietro le loro divise, saranno chiamati a rispondere di quanto commesso», ha dichiarato a LetteraDonna Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano.

DOMANDA: Dopo tanti anni e nessun colpevole riconosciuto, crede ancora nella giustizia?
RISPOSTA: Assolutamente sì, altrimenti non sarei e non saremmo ancora qui a lottare. Il rinvio a giudizio dei cinque carabinieri ci conferma che la giustizia ha riconosciuto il suo fallimento dopo anni di processi che hanno negato ciò che era evidente fosse stato fatto a mio fratello. Capi di imputazione sbagliati, accuse sbagliate, tutto sbagliato. La giustizia oggi riconosce il pestaggio avvenuto nei confronti di Stefano. Questo è il punto di svolta.
D: È il momento più importante da otto anni a questa parte?
R: Sì, perché d’ora in poi i carabinieri non potranno più nascondersi dietro la divisa. In Corte d’Assise, ogni settimana era un processo al morto: tutti impegnati a dimostrare che Stefano fosse stato l’unico responsabile del suo decesso per epilessia e malnutrimento. È vero, gli hanno trovato della droga addosso, ma quella stessa droga un mese dopo è stata trovata anche dalla mia famiglia nell’appartamento dove Stefano andava a dormire. Probabilmente qualunque persona l’avrebbe buttata via e invece noi abbiamo alzato il telefono per avvertire la Procura.
D: D'altra parte, non avevate niente da nascondere. 
R: Stefano stava bene. Faceva palestra, correva sul tapis roulant. Era magro, d’accordo. Ma come lo sono io e vi assicuro che sono una donna in piena salute. Mio fratello era molto attento alla dieta, questo sì. Voleva diventare campione dei pesi leggeri di pugilato. Andava a correre, camminava normalmente, la domenica andava Messa. Si può avere una vita normale anche pesando 43 chili. Era stato fermato perché in possesso di droga. Aveva sbagliato, e giustamente sarebbe stato processato.
D: Ma in aula non c’è mai arrivato.
R: No, perché i carabinieri lo hanno picchiato nei luoghi del fotosegnalamento e poi hanno fatto sparire le prove della presenza dei picchiatori. E sapete come hanno fatto? Sbianchettando il registro. Ma vi rendete conto? In aula, invece, con mille perizie e consulenze simulavano la caduta dalle scale con cui Stefano si sarebbe rotto mascella e costole. A mio fratello inoltre avevano applicato il catetere. Perché? Risposta: «Per comodità». Mi sembra chiaro che fosse un processo finto. Finto perché ci sono carabinieri che hanno testimoniato il falso. Finto perché consulenti e periti hanno fatto di tutto per dimostrare che Stefano è morto per causa sua quando invece oggi è evidente, grazie al lavoro della Procura, che c’è stato un violento pestaggio. Basta, non si scherza più. Game Over.
D: Per il primo grado ci sono voluti quattro anni. Sa che ci vorrà del tempo.
R: Guardi, non dimenticherò il momento in cui, in quell’aula di tribunale, ho mostrato la foto di Stefano. A molti può esser sembrata la fine di tutto. Ma io sapevo che era solo l’inizio. Non sarà facile, ma le assicuro che l'inchiesta inchioderà i responsabili. Invito chi parla di verità sempre più precaria a studiarsi gli atti: sono gli imputati stessi che raccontano nelle intercettazioni del loro pestaggio e di quanto sia stato divertente. Posso immaginare quale sarà la loro strategia difensiva. Cercheranno di far leva sulle 10 mila perizie che hanno caratterizzato già il vecchio processo. Ma stavolta non hanno gli strumenti.
D: Ci sono anche due imputati indagati per calunnia. 
R: Me lo ricordo ancora il Maresciallo Mandolini quando è venuto in Aula, con la sua divisa piena di stellette e di medaglie. Si è presentato davanti al giudice e ha dichiarato il falso. Abbiamo buttato via otto anni di processo perché ci sono persone che hanno mentito in tribunale. Ovviamente c'è un po' di timore, perché cercheranno ancora di confondere le carte. Ricordo ancora le parole del Pm rivolto agli avvocati difensori: «Stefano è morto ad Auschwitz». Ma la domanda da porci allora è: «Chi ce l’ha messo su quel treno?».
D: Un altro rischio concreto è che il reato vada in prescrizione, come la precedente accusa di omicidio colposo.
R: Noi andiamo avanti. Non ci fermiamo. Il rinvio a giudizio è la dimostrazione che non si scherza più. Ho assistito in questi anni ad avvocati determinati a tirarla per le lunghe confidando nella prescrizione. Ma oggi c’è la netta sensazione che tutti, a partire dai giudici, vogliano arrivare alla verità. Non do per scontato un bel niente, sia chiaro. Ma mi conforta il fatto che stavolta, dopo otto anni, sarà un processo serio.
D: Non ha pensato di mollare nemmeno dopo la seconda assoluzione dei cinque medici?
R: Mai. Le rivelo questo retroscena: subito dopo la sentenza di secondo grado, quella che di fatto aveva assolto tutti gli imputati, mi sono rivolto a Fabio Anselmi, il nostro avvocato, e gli ho detto: «Abbiamo vinto». Lui avrà pensato che ero impazzita. E infatti mi ha risposto: «No Ilaria, guarda che abbiamo perso». Ma io continuavo a ripeterlo: «Abbiamo vinto, abbiamo vinto». Perché fu quella la svolta. È stato in quel momento, sicuramente drammatico per noi, che tutti si sono svegliati. A partire dalle istituzioni. E infatti pochi giorni dopo ho incontrato il presidente del Senato Pietro Grasso, che lanciò l’appello: «Chi sa parli. Non è possibile che un uomo sotto custodia dello Stato muoia per cause non naturali».
D: Nel 2016 ha pubblicato su Facebook la foto di uno dei carabinieri indagati, scrivendo: «Ecco chi ha ucciso mio fratello». Lo rifarebbe?
R: Qualche mese dopo la fine delle indagini mi sono messa a studiare l’intero fascicolo, leggendo le carte e ascoltando le intercettazioni. Sentivo queste persone che si divertivano a prendere in giro Stefano, nei loro discorsi lo chiamavano ‘tossico di merda’ e così ho fatto una cosa che non avevo mai fatto. Sono andata su Facebook per vedere la faccia di quelle persone. Per me è stato terribile vedere il fisico di uno di loro: massiccio, quasi scolpito, pieno di muscoli, l’esatto opposto di mio fratello. Mi sono immaginata la scena di Stefano che veniva aggredito da tre uomini grossi il doppio di lui. Quel pestaggio c’è stato e oggi lo sappiamo dalla viva voce dei protagonisti. Non è tollerabile che un cittadino entri nelle maglie dello Stato e che ne esca in quel modo. Né è tollerabile che si faccia finta di niente.

D: Lei è stata denunciata per diffamazione dal Coisp, il sindacato della polizia, e ha ricevuto diverse querele. Com’è andata a finire?
R: Tutto archiviato. Checché se ne dica, io resto una persona molto equilibrata e lucida. Non sparo a zero contro le forze dell’ordine. Né contro le istituzioni. Perché io di loro mi fido e ho rispetto.
D: Recentemente il reato di tortura è diventato legge. Lei l'ha definita «completamente inutile».
R: Inutile e dannosa, confermo. Sembra fatta apposta per non essere applicata. La gente se ne accorgerà presto. Non sono un tecnico, sia chiaro, ma per l’esperienza che mi porto dietro, con gli otto anni di processi che ho dovuto sostenere, mi sento di dire che questa legge porterà soprattutto a delle assoluzioni. Cambierà ben poco. La legge non è neanche applicabile ai fatti della Diaz durante il G8 e della caserma di Bolzaneto. Evidentemente ai politici non interessa tutelare i diritti umani, ed è l’ennesima dimostrazione che non siamo capaci di fare le cose senza scendere a compromessi. Tenete conto che durante la discussione in Parlamento, il senatore Giovanardi ha detto: «Non abbiamo bisogno di una legge contro il reato di tortura. Da noi non esiste, è tutta un’invenzione dell’avvocato Fabio Anselmo».
D: La sua famiglia ha ricevuto un milione e 340 mila euro dall'ospedale Pertini come risarcimento. Con quei soldi avete fondato una Onlus che porta il nome di suo fratello. Di cosa vi occupate?
R: Stiamo facendo grandi cose e faremo grandi cose. Cerchiamo di essere di aiuto a coloro che si trovano ad affrontare situazioni in qualche modo legate ai soprusi. Se ripenso alla mia esperienza, ricordo che la morte di Stefano mi fu comunicata tramite la notifica della sua autopsia. Non sapevo cosa fare, a chi rivolgermi. Ecco, noi forniamo supporto alle persone che si trovano in una simile situazione. Uno dei nostri obiettivi inoltre è la realizzazione di una casa famiglia che porterà il suo nome.
D: La fine Stefano Cucchi diventerà un film, con Jasmine Trinca a interpretare la parte della sorella che non si arrende mai. 
R: L’idea è bellissima. È molto importante che si parli di questa vicenda e un film può è essere un veicolo molto potente. Inoltre verrà restituita a mio fratello quella dimensione umana che a lui, come a molte altre vittime di soprusi, è stata tolta. Io sono in contatto con il regista, da sempre, come sono in contatto con Olivia Musini della produzione. Ci tengo a sottolineare che per la mia famiglia non ci sarà nessun tornaconto economico. Inoltre sono molto felice anche del progetto di Fandango, che realizzerà una serie televisiva sulla vicenda processuale. Infine ritengo importantissimo anche il libro di Carlo Bonini: Il corpo del reato perché racconta esattamente come si è arrivati a oggi, attraverso le infinite battaglie che io e la mia famiglia abbiamo dovuto affrontare.
D: A ricordare suo fratello anche il mondo del pugilato, con diversi tornei e memorial dedicati a Stefano. E poi ci sono canzoni di artisti più o meno famosi. Non è che in Italia siamo bravi a esprimere solidarietà ma pessimi nel fare giustizia?
R: Forse, ma conta anche la solidarietà. Torniamo alla frase che dissi in Corte d’Assise al mio avvocato: «Abbiamo vinto». Ecco, mi riferivo proprio a questo. In quell’Aula la giustizia aveva sbagliato tutto. Ciononostante, la gente stava iniziando a capire. Ricordo ancora la manifestazione ‘Mille Candele’ che organizzammo in piazza Indipendenza, era il mese di ottobre 2014. Ci aspettavamo un migliaio di persone. Eravamo il doppio. Tutti in silenzio con le candele accese ed erano persone di ogni estrazione sociale. Una signora impellicciata piena di gioielli mi venne incontro per dirmi: «Vada avanti, grazie, siamo tutti con lei». Mi domandai, grazie per cosa? Poi ho capito che le persone vivono i nostri fallimenti e i nostri successi come se appartenessero anche a loro, insomma, la gente si rivede un po’ in noi. A settembre organizzeremo per il terzo anni di fila ‘Corri con Stefano’, una maratona affettiva a cui parteciperanno podisti, maratoneti dilettanti, famiglie, bambini e tanti artisti.
D: Dove si tiene questa maratona?
R: Al parco degli Acquedotti. Dove Stefano visse le sue ultime ore.

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