17 Maggio Mag 2017 1829 17 maggio 2017

«Per punire i violenti ci vuole violenza»

Il carcere, i tatuaggi, la Siberia, i libri. A tu per tu con lo scrittore Nicolai Lilin, che presenta I miei 60 giorni all'Inferno, cruda docufiction sulla vita in prigione in onda dal 17 maggio alle ore 22.

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«Di quel periodo ricordo soprattutto la tensione angosciante, da farti scoppiare la testa», racconta a Letteradonna Nicolai Lilin. Lo scrittore russo, autore del best seller Educazione Siberiana, da cui è stato tratto anche l'omonimo film di Gabriele Salvatores, introduce così i nuovi episodi della terza stagione della docufiction I miei 60 giorni all’Inferno, in onda dal 17 maggio alle 22.00 su Crime + Investigation. «È una serie molto realistica e dura, che ti cattura dall’inizio alla fine. Un susseguirsi di colpi di scena». Nove volontari innocenti vengono infiltrati, sotto copertura, in una delle prigioni più pericolose degli USA, il Fulton County Jail di Atlanta. Lilin ha provato sulla sua stessa pelle l'esperienza carceraria nella Russia post-sovietica. «Non ho subito violenze personali, perché appartenevo ad una famiglia di fuorilegge ed ero protetto da un gruppo di amici, altrimenti mi avrebbero fatto a pezzi». Ma avuto modo di assistere ad aggressioni letali. «Penso che la violenza di qualsiasi tipo nei confronti dei più deboli è un atto brutale, che deve essere condannato. Ho visto tanti ragazzi che anche solo per una parola sbagliata venivano picchiati. Dopo, fa paura la calma: ognuno si ritira nel suo angolo e tutto torna apparentemente sereno».

D: Che cosa le è rimasto addosso della sua esperienza carceraria, e come si supera?
R: L’esperienza del carcere rimane sempre nell’anima perché essere privati della libertà è un trauma fortissimo. Conservo tanti brutti ricordi, anche perché all’epoca era un carcere molto violento, anche molto più di quello che vedrete all’interno del programma. E poi il contesto sociale, economico e politico era molto diverso, la stessa società post-sovietica era feroce.
D: Quali sono secondo lei le principali mancanze del sistema carcerario americano e di quello europeo? Quali potrebbero essere delle alternative valide?
R: È il concetto stesso di 'carcere' che dovrebbe essere superato per sviluppare un modo diverso di rieducare chi sbaglia, allontanando dalla società i soggetti che continuano a comportarsi in modo violento e distruttivo. L’umanità deve trovare una alternativa valida, senza lasciare nessuno impunito, ma trattando le persone in modo diverso. Ora come ora non solo non si fa un lavoro socialmente utile, ma si fa un favore alla criminalità.
D: In che modo?
R: Per diverse comunità criminali il carcere rappresenta una università di vita: le persone entrano avendo commesso un solo reato e non avendo alcun peso nella comunità criminale. Se sono astuti riescono a trovare agganci con persone più anziane che hanno più contatti nel mondo del crimine. Così, quando escono hanno più conoscenze e riescono ad avviare attività criminali con più facilità.
D: Dopo le varie polemiche che lo hanno accompagnato sull’autenticità dei fatti, può dirci se Educazione siberiana è stata una cruda verità autobiografica o romanzata?
R: Sono uno scrittore, i miei libri sono basati spesso sulle esperienze vissute. Educazione siberiana è sicuramente il frutto di un lavoro letterario dove la componente autobiografica si è diluita nella corrente narrativa. Dostoevskij diceva: «Un vero scrittore tinge la penna nel proprio sangue». Lo stesso faccio anche io. Tutta la polemica nata intorno ai miei libri è legata ai biechi interessi di alcuni giornalisti che hanno voluto attaccarmi per avere qualche minuto di popolarità. Io sono uno scrittore affermato e i miei lettori continuano a leggere e ad apprezzare i miei libri. Questa è la migliore risposta che si può dare.
D: Cosa risponde a chi sostiene che Educazione siberiana sia una sfilza di luoghi comuni privi di credibilità?
R: Dentro ci sono le mie esperienze, la mia anima, i miei punti di vista, il mio stile di scrittore. Ci sono persone che amano questo libro, che continuano ad amarlo. Se c’è qualcuno contrario o a cui non piace quello che dico, smetta di seguirmi come scrittore. Io non ho nulla da rispondere, perché credo che nel mondo moderno ci sono tante cose più belle che attaccare uno scrittore che scrive romanzi su questioni futili e stupide.
D: Ha recentemente pubblicato Favole fuorilegge, una serie di racconti tramandati da suo nonno Boris, fuorilegge siberiano, accompagnati dai suoi disegni-tatuaggi. In copertina c’è una Madonna armata di due pistole, figura che i criminali considerano come protettrice dalle ingiustizie. Può raccontarci di più?
R: Favole fuorilegge è nato perché mia figlia Elena, che ha 10 anni, mi ha chiesto di scriverle su un quaderno, perché io sono separato e le mie figlie vivono lontano da me, per poterle leggere la sera. Io le ho risposto che sono uno scrittore e facevo prima a scriverle un libro. Così è nato Favole fuorilegge.
D: Quanto è stata centrale la figura di suo nonno?
R: È stato fondamentale nella mia vita. Mio padre era spesso in carcere e lui mi ha cresciuto. In questo libro c’è la morale, l’etica, il modo di vedere il mondo e tanti insegnamenti che mio nonno Boris mi ha trasmesso. Le fiabe che racconto sono un po’ il suo riflesso.
D: Ha una forte passione per i tatuaggi: ha aperto un laboratorio in provincia di Padova (Marchiaturificio) e ha tenuto una mostra sul 'tatuaggio siberiano'. Che cosa significano per lei i tatuaggi?
R: A otto anni ho cominciato a tatuare, mi sono fatto il mio primo tatuaggio e poi ho iniziato a farli ai miei amici. Sono andato da un vecchio maestro tatuatore siberiano che mi ha insegnato tutto e oggi tatuo seguendo una rigida tradizione. Non tatuo mai per un senso estetico ma solo per trasmettere il significato del simbolo. Io trasmetto le parole nei disegni. Chi viene da me non sa mai che cosa gli sarà tatuato, mi racconta la propria storia e io la raffiguro. Oggi insegno la filosofia del tatuaggio siberiano e faccio anche mostre. Mi piace produrre opere e i miei quadri hanno viaggiato in giro per il mondo, persino il Vaticano ha ne ha comprato alcuni.
D: Vive in Italia, da russo naturalizzato italiano, ha il porto d’armi ed è papà di una bambina. Che cosa ha pensato delle recenti dichiarazioni della Serrachiani: «La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese»?
R: Ho preso la cittadinanza italiana. Tutto ciò che succede qui mi tocca profondamente anche perché le mie donne, le mie bambine e mia moglie vivono qui e quindi il futuro di questo Paese è anche il nostro futuro. Sono preoccupato per come vanno la politica e la società. Se viene perpetrata una violenza nei confronti di una persona più debole, chi la commette deve essere trattato con altrettanta violenza se non peggio.
D: Non pensa che il suo pensiero sia troppo estremo?
R: Io non mi occupo di politica e non mi piacciono i politici che sfruttano questo tipo di situazioni, la politica italiana consiste prevalentemente di persone disoneste e corrotte che vanno affrontate a livello giudiziario e allontanante dall’amministrazione. Penso che le dichiarazioni della Serrachiani esprimano la volontà di acchiappare qualche elettore, io non credo nell’onestà e nella sincerità dei politici. Chi commette violenza contro donne e bambini, indipendentemente dal fatto che sia migrante o italiano, va punito.

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