1 Maggio Mag 2017 1042 01 maggio 2017

Donne! Tirate fuori le soft skills

«Nel curriculum e sul lavoro bisognerebbe valorizzare le competenze trasversali». Intervista a Michèle Favorite, esperta di comunicazione aziendale e relazioni pubbliche.

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L'appuntamento con il collega, la conferenza, il progetto da chiudere. E poi la spesa, i bambini, la lavatrice, la babysitter. Gestire l'agenda per una donna lavoratrice può non essere semplice. Soprattutto in Italia, Paese nel quale - non è un mistero né tantomeno un alibi - trovare e mantenere un impiego, soprattutto (ma non solo) quando si ha una culla in casa, diventa per molte una vera impresa. Difficile, certo, ma secondo Michèle Favorite non impossibile. Anzi, essere mogli e madri può in alcuni casi diventare un plus, anche nel lavoro. Basta saper presentare e sfruttare l'esperienza familiare a proprio favore. Esperta di comunicazione aziendale e relazioni pubbliche ed 'ex' di Eni e Monitor Company, Favorite terrà una lezione aperta il 5 marzo nella sala promoteca del Campidoglio a Roma in occasione del dibattito HITalk WoW! Amore. Forza. Genialità, dedicato alle «donne che stanno cambiando il mondo».

DOMANDA: Professoressa Favorite, se guardiamo i dati, diciamo che le donne tendono più all’autocastrazione che all’autopromozione.
RISPOSTA: In Italia le donne pensano che mostrare la propria femminilità significa essere deboli. Ma questo deriva da un fraintendimento di fondo. Si pensa alla donna femminile come quella che flirta, si mette la minigonna, va in tivù scollacciata. Invece il femminile è avere quegli attributi che sono unici alle donne come maternità, gestione dei figli, ecc. L’esistenza delle veline danneggia le donne: passa il messaggio che se non sei una che mostra le cosce non vali niente. Non è così. Le donne hanno invece più soft skill degli uomini.
D: Un passo alla volta. Cosa sono queste soft skill?
R: Le soft skill sono le competenze comportamentali, attitudinali, che si sviluppano durante la vita. Non sono quantificabili, non sono quelle che si imparano sui libri a scuola. Sono il contrario di quelle che in inglese si chiamano hard skill, ovvero quelle nozionistiche, per esempio la conoscenza dell’inglese, la matematica, la fisica… Le soft skill sono un modo di vedere il mondo, di approcciarsi agli altri.
D: Per esempio?
R: Il lavoro di squadra, la capacità di gestire lo stress, la capacità di svolgere più lavori allo stesso tempo, l’empatia, cioè saper capire l’altra persona. L’empatia è fondamentale oggi e lo sarà ancora di più nel futuro, perché è quella che permette di essere leader. Il capo può non avere empatia, ma il leader ha bisogno di empatia perché è quello che trascina, motiva gli altri. Questa caratteristica sarà ancora più importante perché man mano che passa il tempo le squadre sono sempre più diversificate, cioè sono squadre composte da persone diverse tra di loro. In un mondo globale una multinazionale avrà un team composto da persone di varie parti del mondo che forse non sono fisicamente insieme, ma lavorano da remoto, online. Saper gestire e motivare un team così è complicatissimo, se si ha solo una conoscenza specifica e non l’empatia.
D: Perché le donne hanno più soft skill rispetto agli uomini?
R: Lo dicono grandi esperti. Primo, per come è strutturato il cervello della donna. Possono lavorare con i due lobi contemporaneamente: la parte emotiva con quella cognitiva. L’uomo o usa la nozione o l’empatia. Secondo, per le esperienze che hanno: dalla maternità all’accudimento dei figli, alla gestione di più cose allo stesso tempo. Una donna che diventa mamma sviluppa l’empatia per comunicare con il figlio. Quindi la maternità è un’esperienza da mettere in risalto e non una debolezza.
D: Purtroppo nella pratica succede spesso che se una donna ammette in un colloquio di lavoro di avere un figlio è automaticamente esclusa...
R: Dipende da come si dice. Non basta dire: sono una mamma. Bisogna dimostrare in un colloquio o in un curriculum che aver gestito un figlio porta a sapere fare delle cose, ad avere delle competenze. Queste cose vanno quantificate.
D: Ripeto, nella pratica è molto difficile.
R: È fattibile. Un curriculum fatto bene deve provare che uno sa fare qualcosa: l’unico modo è far vedere i risultati che ha ottenuto, anche risultati che possono sembrare stupidi. Le faccio un esempio. Una donna che è brava a gestire diverse situazioni nella vita privata è una che probabilmente sa rendere più efficiente il lavoro.
D: Quindi cosa scriviamo nel curriculum?
R.: Ad esempio, in ufficio da quando gestisco questo team abbiamo ridotto i tempi morti del 15%. Abbiamo aumentato gli introiti del 20 percento e tutto questo perché io sono stata in grado di trovare un metodo di lavoro più efficace, perché io a casa sono abituata a gestire i figli, il marito, la mamma malata, ecc.
D: Faccio il bastian contrario: ma sembra che lei spinga le donne a valorizzare il loro doppio lavoro (a casa e fuori) e non a gestire meglio la loro vita privata, ad esempio con un’equa distribuzione dei compiti tra padre e madre nella gestione dei figli.
R: No, io non sto dicendo che la donna deve continuare in questo tunnel, ma dato che la situazione è questa e le donne, specialmente in Italia, fanno questa doppia vita, perlomeno che la sapessero valorizzare. Alle aziende interessa solo chi sa portare a casa il risultato, anche se l’Italia è un Paese meno competitivo.
D: In che senso l’Italia è meno competitiva?
R: Basta vedere cosa sta succedendo con i tassisti e Uber. I tassisti ritengono di avere il diritto a non competere con Uber, ma dove altro succede questo? C’è una forma mentis diversa. In Italia fino alla Seconda Guerra Mondiale la maggior parte dell’economia era in mano allo Stato. La competizione in Italia è un fenomeno molto giovane, negli Stati Uniti inizia nel 1800.
D: Nulla da obiettare. Era solo per capire, può andare avanti…
R: Dicevo… Alle aziende interessa chi sa portare a casa i risultati. Quindi la donna deve imparare a descrivere i risultati, anche quelli della vita privata.
D: Anche sui social bisogna esporre la propria vita privata? Figli, mamma malata…
R: I social servono per creare il personal brand, il nostro marchio che ci rende unici. Uno li usa per descrivere perché è unico al mondo e perché completamente diverso, quindi dobbiamo raccontare chi siamo. E specialmente nel mondo di oggi dove tutti sono scettici e tutti sono oberati di informazioni. Dobbiamo raccontare la nostra storia che è veramente unica, attraente, stimolante. La pubblicità non funziona più. I siti delle aziende più efficaci raccontano una realtà autentica in cui il consumatore si identifica. Il consumatore non crede più al marchio, vuole sapere cosa c’è dietro, chi ci lavora dentro, quali sono i valori. Basta guardare il sito di Enel che mette in mostra la storia dei lavoratori o Poltronesofà che fa la campagna radio sulla storia degli artigiani, perché il consumatore si possa identificare con l’artigiano.
D: Quindi dobbiamo raccontare la nostra storia…
R: Quindi se sono una mamma lo devo dire, certo senza raccontare che cambiamo pannolini sporchi tutta la notte. Ma bisogna raccontare: io ho una famiglia, io ho dei valori. Il mio valore è saltare la riunione per vedere la recita di mia figlia. Non rende, al contrario di quello che si pensa, il messaggio: io sono una superfiga perché mi metto una cosa scollacciata, vado a Porta a Porta e urlo. La gente è stufa di questo.
D: Ci sono delle differenze a seconda dei social network?
R.: Ogni social declina in modo diverso il personal brand: una cosa è raccontarsi su Linkedin, altra cosa è usare Twitter. Saperlo fare è difficile, per questo è meglio usare pochi social, ma bene.

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