20 Aprile Apr 2017 1625 20 aprile 2017

«Siti? Noioso, non inaccettabile»

Michela Marzano protagonista a Tempo di libri, dove presenta L'amore che mi resta, storia di una madre e della figlia suicida. Ma c'è anche l'incontro con Walter Siti. L'intervista.

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Il gender e i limiti della letteratura, ma anche - soprattutto - la riflessione sulla maternità e sul vuoto, lasciato in questo caso dalla morte di una figlia suicida. È un Tempo di libri impegnativo quello di Michela Marzano, che arriva a Milano per raccontare il suo primo romanzo L'amore che mi resta (Einaudi, pp. 235, 17,50 €). La filosofa, scrittrice e deputata lo racconta il 22 aprile alle 13.30 nel padiglione 4 di Fiera Milano Rho, in compagnia di Donatella di Pietrantonio. Grande attesa anche per l'incontro del giorno dopo, alle ore 12.30 nel padiglione 2, dove Marzano si confronterà con Walter Siti, sul cui ultimo libro la filosofa ha scritto una stroncatura che ha fatto molto discutere e per cui Marzano ha dovuto sostenere anche diversi attacchi, spesso male indirizzati: «Accetto le critiche, a patto che siano basate sulle cose che ho scritto e non sui titoli di giornale, che non decido certo io», ha spiegato a LetteraDonna.

DOMANDA: Quindi Bruciare tutto per lei non è inaccettabile?
RISPOSTA: Ma no, nessun libro lo è. Io non applico le categorie del morale e dell'immorale alla letteratura, così come non ritengo che il tema della pedofilia non debba essere trattato. Ma a me il libro non è piaciuto, lo trovo poco credibile nella relazione che si viene a creare tra don Leo e il bambino. Oltre che in parte noioso e in parte scandalistico.
D: C'è chi, come Emanuele Trevi, l'ha attaccata per aver confuso Siti con la voce narrante.
R: Ringrazio Trevi per la lezione di critica letteraria, ma so perfettamente che non c'è un'identificazione tra l'io narrante e il personaggio. I punti che volevo sollevare erano altri.
D: Ad esempio?
R: Ad esempio l'opportunità di combattere la pornografia con la pornografia, in riferimento al passaggio su Aylan. Trovo interessante il gioco di specchi che si viene a creare quando Siti rivela che don Leo, nella sua costruzione, potrebbe assomigliare in alcuni tratti a don Milani. Ma è una costruzione che trovo fredda, impersonale. Per narrare i personaggi bisogna abitarli, non viverli dall'esterno.
D: Il rapporto tra indicibile e letteratura sembra anche alla base del suo romanzo, L'amore che mi resta.
R: Il punto di partenza era la perdita. Da lì, sono voluta penetrare nell'abisso di dolore che si prova quando si ha la sensazione di aver perso tutto, come succede quando si perde un figlio o una figlia. Un'esperienza di lutto così indicibile che non abbiamo una parola per identificarla: abbiamo orfani, abbiamo vedovi. Ma non esiste un termine per indicare i genitori che perdono un figlio.
D: Questo è il punto di partenza. Ma che cosa viene dopo?
R: Quello che mi interessa è l'attraversamento di questo vuoto e la ricostruzione del rapporto madre-figlia su tre generazioni. È la storia di una maternità, di un amore, di un'attesa. La storia di un vuoto che non si colma, ma si può attraversare. Vuoto e alterità.
D: Perché attraversare e non colmare?
R: Chi vuole riempire il vuoto, in realtà, si illude. È lì che scatta la sofferenza. La condizione umana è questa: c'è sempre qualcosa di assente che ci perseguita, come ha detto Camille Claudel.
D: In che senso?
R: Noi esseri umani, presi singolarmente, siamo tante cose, ma non siamo tutto. Il vuoto, per come lo intendo io, è la consapevolezza di quella frattura da attraversare, e che può essere più o meno profonda. Ma che, comunque, c'è.
D: Il dolore che ruolo ha?
R: Il dolore a volte arriva e divarica la frattura già esistente. Lo sforzo è cercare di capire che noi possiamo superarlo accettandolo, con maggiore o minore difficoltà, ma comunque con l'aiuto delle parole.
D: Oggi c'è una difficoltà maggiore nel riconoscere il vuoto?
R: Non credo. Secondo me c'è una sempre maggiore consapevolezza, ma talvolta mancano le parole per dirlo. I primi lettori mi ringraziano proprio per quelle parole che esprimono quanto non riuscivano a nominare.
D: A proposito di parole. Sul piano stilistico come ha scelto di raccontare la sua storia?
R: Nel modo più asciutto possibile. Ho i miei modelli, come Joan Didion, ma in generale è la stessa scrittura che pratico da vent'anni. Più difficile rispetto alla saggistica, perché bisogna raccontare e non dimostrare una tesi. E con molte limature, per lasciare sulla pagina solo le parole giuste, quelle più precise.
D: I primi lettori che cosa le dicono?
R: Sto ricevendo molti messaggi da parte di madri che mi ringraziano per aver trovato le parole giuste per raccontare il loro rapporto con le figlie. Di questo sono felice.
D: Non la pensa come chi sostiene che la fiction sia inadeguata per trattare certi temi?
R: Al contrario. Alcune cose si possono raccontare, svelare e suggerire solo attraverso la finzione. D'altronde è questo il compito di chi scrive: andare con le parole là dove non si osa andare. Poi bisogna interogarsi su come lo si fa, se si riesce a rimanere autentici e a trovare le parole giuste. A me, la finzione ha permesso di andare fino in fondo a quei temi che tratto da sempre.
D: C'era la volontà di associare l'idea di amore e maternità al dolore?
R: No. La maternità è sicuramente una gioia, anche se è difficile costruire un rapporto e amare nel modo giusto. L'amore è difficile. Si ama veramente quando si riconosce l'alterità dell'altro. L'amore è uno sforzo. C'è la gioia del riconoscimento e della libertà, ma anche la difficoltà di essere riconosciuti. Io volevo partire dal dolore per riscoprire l'amore.
D: A Tempo di libri parlerà anche di gender, in un altro incontro. Lo spauracchio del gender è ancora vivo, in Italia?
R: Vivo e vegeto, purtroppo. Molti esponenti della classe politica ripetono gli stessi discorsi di legislatura in legislatura. Bisogna ripartire dalle scuole e dagli studenti, dove ho affrontato i dibattiti più interessanti. D'altronde, molte polemiche sul romanzo di Siti scaturiscono dalla confusione che ancora c'è tra omosessualità e pedofilia. Dover spiegare che non c'entrano l'una con l'altra mi fa cadere le braccia.
D: Sta lavorando ad altri progetti?
R: No. La scrittura per me è la risposta a un'urgenza. L'amore che mi resta ha risposto a questo bisogno di narrare un tema che covavo da anni. Ho intenzione di proseguire sulla strada della letteratura, ma ci vuole tempo per attraversare temi e personaggi. O si rischia di scadere nel caricaturale.

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