31 Marzo Mar 2017 1618 31 marzo 2017

Aung San Suu Kyi e il genocidio dei Rohingya: i lati oscuri del premio Nobel

Fino al 2015 era il simbolo della lotta per la democrazia. A un anno di distanza dalla vittoria politica, sulla leader birmana si allungano molte ombre: a partire dal silenzio sulla pulizia etnica in atto nel suo Paese.

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Aung San Suu Kyi.

Si dice che non ci sia nulla di peggio che incontrare i propri idoli, perché dal vivo sono deludenti. Analogo discorso si potrebbe fare per Aung San Suu Kyi: premio Nobel per la pace, simbolo della lotta contro la dittatura militare, speranza democratica della Birmania. A poco più di un anno di distanza dalle elezioni, però, nella comunità internazionale cominciano a serpeggiare pesanti dubbi sulla reale natura di quella che, di fatto, è la leader incontrastata del Paese.

LE ACCUSE DI GENOCIDIO

L'accusa più infamante nei confronti di Aung San Suu Kyi è quella che la vede come indifferente alle sorti della minoranza musulmana dei Rohingya, a rischio genocidio. Non è un mistero che la leader abbia costruito la sua popolarità puntando sul gruppo etnico dominante, i birmani di religione buddista. Ma nessuno si sarebbe aspettato l'assordante, ostinato silenzio che ha opposto per mesi a chi le chiedeva di mettere fine a quella che assomiglia in tutto e per tutto a un'opera di pulizia etnica, e che ha stato rotto solo nel settembre 2017, quando ha bollato i report dell'Onu e di Amnesty International come delle fake news. Ma si tratta di avvenimenti comprovati: smentirli in questo modo, pur di fronte all'evidenza, è un comportamento che ricorda più i modi arroganti di Donald Trump che non quelli del Nobel per la pace per come ci era stato dipinto in occidente.

E SE FOSSE PRUDENZA?

Ma c'è anche chi sostiene che questo atteggiamento sia soltanto dovuto alla prudenza. I militari, principali responsabili della persecuzione dei Rohingya, sono ancora molto potenti. E Aung San Suu Kyi starebbe cercando di evitare un conflitto con loro, almeno per il momento, in attesa di rafforzarsi. Sarà vero? I leader e i diplomatici occidentali, per ora, le stanno dando il beneficio del dubbio, ma la pressione dei media (che San Suu Kyi ha definito «terroristi») sta crescendo e l'immagine della premio Nobel vacilla sempre più: basti pensare che una petizione su Change.org che chiede di revocarle il prestigioso riconoscimento ha raggiunto 400 mila firme nel giro di poche ore.
Se anche la tesi della linea prudente fosse plausibile, rimane il fatto che per rimanere alla guida del Paese, Aung San Suu Kyi sarebbe disposta a passare sui corpi e sulle vite di decine di migliaia di persone. Unire le diverse fazioni del Paese usando come collante il genocidio non è certo il tipo di condotta che ci si attendeva da lei. Così come stupisce la nascente intesa con la Turchia di Erdogan, suggellata da una serie di telefonate intercorse tra i due leader.

CHE FINE HA FATTO IL PREMIO NOBEL PER LA PACE?

La pulizia etnica dei Rohingya non è l'unico problema della Birmania. Anche se Aung San Suu Kyi non può diventare Capo di Stato perché ha dei figli di altre nazionalità, de facto, a comandare è lei. E però, come raccontano diversi articoli del Guardian, la premio Nobel per la pace si sta rivelando una sorta di novella Thatcher, più che la donna 'di sinistra' che era stata dipinta dall'Occidente, ha detto un diplomatico. Dei princìpi di uguaglianza, fratellanza e progresso sociale proclamati nei suoi discorsi degli anni scorsi, non c'è quasi più traccia. Così come è difficile scorgere un reale progetto politico in quelle che finora sono state le sue decisioni.
Le forze del Paese sembrano tutte convogliate nella persecuzione dei Rohingya. Quando, nel bene o nel male, si sarà conclusa, la Birmania non avrà compiuto alcun passo in avanti sul piano del progresso.

DEVOZIONE E PAURA

Del cambiamento tanto atteso, insomma, non c'è traccia. Ed è difficile dire quali possano essere i piani di Aung San Suu Kyi, che continua a vivere in maniera molto riservata. Qualcuno sostiene che sia lei a decidere quali progetti di legge debbano essere approvati e quali no, e che non c'è modo di contestarla. Chi la conosce personalmente, prova nei suoi confronti un sentimento ambivalente di devozione e paura. Perché, nonostante tutto, il carisma è rimasto lo stesso che le ha permesso di diventare un'icona negli ultimi 30 anni. Secondo gli osservatori, però, il suo crescente isolamento la sta conducendo ad adottare una mentalità da assediata, chiusa in se stessa (ha deciso di non partecipare all'assemblea dell'Onu che affronterà il tema dei Rohingya) e sempre più insofferente alle critiche. Per questo i suoi consiglieri, anche quando mossi da buone intenzioni, esitano nell'avanzare critiche. Critiche che potrebbero salvarla dalla china pericolosa che ha intrapreso e che potrebbe trasformarla, una volta per tutte, in un'emblema della violenza.

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