28 Marzo Mar 2017 1822 28 marzo 2017

Il ministro delle gaffe

La partita di calcetto al posto del curriculum è solo l'ultimo passo falso di Giuliano Poletti. Che, dal 2014 in poi, ha scatenato diverse bufere mediatiche per una frasi infelici sul mondo dei giovani.

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ITALY-POLITICS-ECONOMY

Dopo i famosi «bamboccioni» di Tommaso Padoa Schioppa, i «choosy» di Elsa Fornero e le svariate dichiarazioni dell'attuale ministro del Lavoro Giuliano Poletti, possiamo confermare senza troppi dubbi il difficile il rapporto fra i giovani e il mondo della politica. L'ultima bufera è scoppiata il 27 marzo, per una frase di Poletti rivolta agli studenti di un istituto tecnico professionale di Bologna: «Per trovare lavoro il rapporto di fiducia è un tema sempre più essenziale» e in questo ambito si creano più opportunità «a giocare a calcetto che a mandare in giro curriculum». Apriti cielo: non solo i giovani, ma anche una folta di schiera di politici, dal M5s (che ne ha chiesto le dimissioni) a destra e sinistra, ha attaccato il ministro del Lavoro che sembrava suggerire che le amicizie siano più importanti della vera ricerca di un impiego. Insomma, addio meritocrazia. Ma non è la prima volta che Poletti, ministro dal 2014, finisce in una bufera mediatica per una frase giudicata infelice sul mondo dei giovani.

SUI CERVELLI IN FUGA
100 mila giovani se ne sono andati dall'Italia? «Non è che qui sono rimasti 60 milioni di 'pistola'... Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi»: questa gaffe di Poletti è di dicembre 2016 (e noi gli avevamo risposto qui). Le opposizioni anche in questo caso ne chiesero le dimissioni (da Luigi di Maio: «Se ne vada lui, non i giovani», a Nichi Vendola: «Togliamocelo dai piedi»), ma il caso si chiuse con tante polemiche e una mozione di sfiducia. Lui, una volta fatta la frittata, si scusò per essersi «espresso male».

IL VOTO DI LAUREA CONTA POCO
«Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21», aveva detto agli studenti di una mostra convegno sulla formazione e l’orientamento a Verona nel novembre 2015. Anche in questo caso le polemiche non mancarono, e furono più o meno trasversali: sindacati, studenti, oppositori. Anche in questo caso, Poletti dovette correre ai ripari con un comunicato stampa: «Non ho mai pensato che i giovani italiani siano choosy o bamboccioni».

GLI STAGE (FORSE) NON RETRIBUITI
Certo che non lo pensa. Infatti, all'inizio del 2015, aveva pensato di istituire progetti di alternanza scuola-lavoro, degli stage estivi per «incominciare a far capire ai giovani cosa sia il lavoro e cosa sia un'impresa» visto che «tre mesi di vacanza sono troppi». Su Poletti si scagliò Fiorella Mannoia, che sui social scrisse: «Ora volete rubare anche il tempo dell'adolescenza. Ma andate a lavorare voi che da una vita vivete con lauti stipendi pagati da noi. Andateci voi a fare volontariato. Il lavoro si paga!». Ma forse era solo un malinteso: «Non ho mai pensato di mandare a lavorare gratis nessuno», la risposta di Poletti.

IL FIGLIO E QUEI FONDI PUBBLICI
Una delle strategie più in voga per controbattere ai politici che se la prendono con i giovani italiani, è far loro presente la condizione privilegiata dei figli. Stavolta ad andarci di mezzo è stato Manuel Poletti, direttore di un giornale, Sette Sere Qui, che in tre anni ha ricevuto 500 mila euro di fondi pubblici. Poletti junior si è difeso facendo presente che guadagna solo 1800 euro al mese (per un part time, come ricorda Il Fatto Quotidiano) e che i finanziamenti sono arrivati quando il padre non era ministro. Ma era, ricordiamo noi, presidente nazionale di Legacoop. E Manuel è a sua volta direttore di una cooperativa.

RIPENSARE L'ORA DI LAVORO
«Dovremmo immaginare contratti che non abbiano come unico riferimento l'ora di lavoro, ma misurare l'apporto dell’opera. L'ora di lavoro è un attrezzo vecchio». Non è mai stato chiarito che cosa volesse dire Poletti con queste parole pronunciate il 27 novembre 2015. Due le reazioni principali: perplessità e ira. Quest'ultima soprattutto tra i sindacati: «Ho la sensazione che si vogliano far passare per idee di modernità concetti da liberismo sfrenato», disse il leader della Uil Barbagallo. «La maggior parte delle persone fa un lavoro faticoso [...] dove il tempo è fondamentale per salvaguardare la loro condizione», aveva spiegato Susanna Camusso della Cgil. Ma a volte ci si mettono anche collaboratori poco zelanti, che pubblicano tabelle con dati sbagliati. Come quelli usciti ad agosto 2015, che contavano 600 mila contratti a tempo indeterminato invece che 300 i mila reali. «Un errore gravissimo in un Paese normale, come sempre dice il Presidente del Consiglio (Renzi, ndr), che avrebbe dovuto portare alle dimissioni del Ministro e alla rimozione dei responsabili di cotanto infortunio», tuonò Renato Brunetta all'epoca.

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