15 Marzo Mar 2017 2008 15 marzo 2017

Khalida va in gol contro la misoginia

Ex capitano della nazionale afghana di calcio, ha lasciato il suo Paese dopo aver ricevuto delle minacce. Oggi vive in Danimarca e si batte per la parità dei sessi nello sport. Sempre a fianco delle sue connazionali, Trump permettendo.

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Per le donne, l'Afghanistan è uno dei luoghi più pericolosi al mondo. In un Paese dove l'uguaglianza dei sessi è un miraggio e la femmina deve sottostare ai voleri del maschio, il più piccolo atto di ribellione può costare la vita. Così come scoprire un lembo in più di pelle. Cosa può accadere ad una ragazza che vuole giocare a calcio, in maglietta e pantaloncini corti? Lo ha raccontato Khalida Popal al Guardian.

LE MINACCE SUBITE
Per anni Khalida non ha visto la famiglia, rimasta in Afghanistan, Paese dove era nata e cresciuta e che ha dovuto abbandonare perché vittima di minacce. Tutta colpa di una passione 'maledetta' nata in lei da bambina grazie alla mamma, insegnante di educazione fisica: il calcio, uno sport prerogativa dei maschi.  Khalida, determinata a correre dietro al pallone, iniziato a fare campagne di sensibilizzazione. Per lei, le ragazze devono avere la libertà di giocare, proprio come i ragazzi. In pochi però la pensano così. Nel giro di poco tempo inizia a ricevere minacce, di persona e al telefono. Gli uomini, racconta, le tirano addirittura la spazzatuta addosso. Quegli stessi uomini, pari e fratelli, che non esitano a chiamare «puttane» le ragazze della famiglia che, sognando di giocare a calcio, vogliono disonorarla: «Il mio problema non erano i talebani con le armi, ma quelli con il vestito e la cravatta», ricorda Khalida.

INDIA E POI EUROPA
«Me ne dovevo andare. Altrimenti un giorno o l'altro mi avrebbero sparato». Khalida lo dice solo a mamma e papà. Fa la borsa, ci mette dentro qualche vestito, il pc e una foto della sua squadra. Non prende nemmeno la divisa da gioco. E parte, da Kabul verso l'India. Ci resta qualche mese, muovendosi con circospezione: essendo senza visto, se scoperta potrebbe essere riportata in Afghanistan. Incredibilmente, riesce persino a organizzare una partita della nazionale femminile di calcio, di cui è il capitamo. Poi 'salpa' per il Nord Europa: ospite di un centro di accoglienza in Norvegia prima e in Danimarca poi. E qui, dopo un anno, ottiene il permesso di soggiorno: di fatto, Khalida è una rifugiata.

GIRL POWER
In Nord Europa il calcio femminile è una realtà importante. Purtroppo, Khalida subisce un grave infortunio al ginocchio e deve dire addio al pallone: «All'improvviso avevo perso tutto. Il mio Paese, la mia identità, la mia famiglia e anche il calcio». Riesce a trovare la forza di reagire grazie a uno psicologo e agli antidepressivi: si appassiona al nuoto e al ciclismo, e sprona le altre rifugiate ad usare lo sport per affermare la loro identità. Arriva persino a fondare un'associazione, Girl Power. Anche se non gioca più in nazionale, Khalida continua a lavorare con e per le calciatrici afghane: mette in contatto tecnici americani e atlete, che vanno ad allenarsi con loro negli Stati Uniti. Fino a che non arriva Donald Trump: «Ora non possiamo più a causa del Muslim Ban. Ma se gli uomini del mio Paese non mi hanno fermata, non ci riuscirà di certo lui».

FINO AI VERTICI FIFA
Nel 2016, collaborando con lo sponsor tecnico della nazionale danese, ha disegnato il primo hijab per le calciatrici musulmane e ha conosciuto il presidente della Fifa, Gianni Infantino: «Gli ho detto che gli uomini e le donne dovrebbero guadagnare le stesse cifre». Nel 2017, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, viene insignita del premio Challenge Award da Theirworld, associazione nota per la campagna #RewritingTheCode. Oggi Khalida ha 29 anni e crede sempre di più nelle sue battaglie: «Non so se avrò mai una figlia, ma le direi che deve essere lei a decidere ciò che vuole essere. Non le comprerei solo bambole. Le darei anche un pallone da calcio. E la lascerei scegliere».

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