28 Febbraio Feb 2017 1631 28 febbraio 2017

Nessun limite, siamo donne

C’è chi fa parte di un’associazione, chi invece studia o lavoro. Ma tutte sono disabili e, in Italia, sono arrivate per ricordare che si battono per i diritti di uguaglianza e parità che in patria spesso sono negate.

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disabili

Sono giovani e piene di vita. E anche se nei territori occupati della Palestina vengono stigmatizzate e spesso escluse dalla vita sociale, le donne disabili di quelle zone non si danno per vinte. Alcune di loro, racconta il Corriere, fanno parte di associazioni come Stars of Hope e Assawat ed El Amal, altre hanno seguito dei corsi e trovato lavoro. Tra loro c'è Doha, una studentessa di 23 anni, e poi Alima, neolaureata, e ancora Fidaa, che gestisce un piccolo negozio di abbigliamentoe accessori a Gaza. Sono state in Italia fino al 26 febbraio, insieme ad altre 10 rappresentanti della delegazione femminile, per stringere nuove alleanze con università e altre istituzioni e per testimoniare che in Palestina c'è una società civile che lotta per i propri diritti, sostenuta anche da Ong internazionali.

PROGETTI IN ROSA
L'iniziativa portata avanti dalle ragazze si chiama Donne in viaggio oltre le barriere della disabilità ed è stata avviata da diverse organizzazioni non governative, tutte riunite nella Rids (Rete italiana disabilità e sviluppo). Come Educaid e Aifo, che hanno organizzato diversi progetti di inclusione sociale e integrazione lavorativa per le donne palestinesi con disabilità. In Cisgiordania, ad esempio, è attivo Particip-Action. Mentre nella Striscia di Gaza è stata la volta di Lavoriamo tutte e We work. Il primo progetto «ha voluto rafforzare le organizzazioni di persone con disabilità che già operano nel West Bank in modo da renderle strumenti sempre più efficaci di pressione sul governo locale. Si è lavorato su diritto allo studio e al lavoro, barriere architettoniche e familiari, privazione del tempo per le madri che assistono i figli disabili», ha spiegato al Corriere della Sera Luca Ricciardi di Educaid. Gli altri due progetti, invece, sono stati più orientati verso l’autonomia professionale. Ora sono in Italia per provare a valorizzare e valorizzarsi. Ma soprattutto per ricordare come le donne disabili, troppo spesso, vengono estromesse dalla società civile e dal mondo del lavoro.

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