13 Gennaio Gen 2017 1745 13 gennaio 2017

«Non deve pagare solo Schettino»

Il 13 gennaio 2012 era a bordo della Costa Concordia con la moglie e le due bimbe. Cinque anni dopo Gianluca Gabrielli ci racconta cosa accadde quella notte. «Sto ricominciando a vivere adesso».

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CONCORDIA: 5 ANNI FA LA TRAGEDIA CHE CAUSO' 32 VITTIME

Era il 13 gennaio 2012, quando la nave da crociera Costa Concordia andava a sbattere contro gli scogli al largo dell'Isola del Giglio, in Toscana. Un naufragio costato la vita a 32 persone, tra passeggeri e personale di bordo.
Il Comandante Francesco Schettino, accusato di aver provocato l'impatto nel tentativo di far eseguire alla Concordia quello che ingergo marinaresco viene definito «inchino» in acque troppo basse e vicine alla riva e di aver abbandonato la nave prima di aver evacuato e messo in sicurezza tutti i passeggeri, è stato condannato a 16 anni di carcere. Una condanna confermata il 31 maggio 2016 in secondo grado dalla Corte d'Appello di Firenze, che ha anche disposto l’interdizione dai titoli professionali marittimi per l'imputato e il risarcimento danni per le famiglie delle vittime e per gli oltre 4 mila naufraghi. Tra loro c'era anche Gianluca Gabrielli, salito a bordo della Concordia insieme alla moglie e alle due figlie, all'epoca di tre e quattro anni, per quella che avrebbe dovuto essere «la prima vacanza tutti insieme da quando ci eravamo sposati», racconta a LetteraDonna.

DOMANDA: Dove si trovava nel momento dell'impatto?
RISPOSTA: Siamo saliti a bordo alle 3 del pomeriggio a Civitavecchia, poi verso le 7 è partita la nave. Eravamo a cena al ristorante, avevano appena portato da mangiare per le bimbe, poi abbiamo sentito un boato forte e prolungato accompagnato da un terremoto grandissimo. È andata via la luce dappertutto. Non ci siamo resi subito conto di cosa fosse successo, anche perché era la prima volta che prendevamo una nave.
D: Poi cosa è accaduto?
R: La nave si è inclinata subito un po', allora ci siamo alzati e si è scatenato il panico. Tutti cercavano di uscire dal ristorante, siamo usciti anche noi anche se non sapevamo come muoverci perché non conoscevamo bene la nave. Tempo di uscire sul ponte dove c'erano le scialuppe, e la nave si è come girata a testa in giù. Allora siamo andati verso la parte più alta pensando che li saremmo durati di più. Invece siamo rimasti intrappolati: da lì non si riusciva a scendere perché le scialupe rimanevano incastrate. Se avessimo saputo allora quello che sappiamo oggi, saremmo rimasti nella parte che si è abbassata: lì la nave arrivava a pelo dell'acqua e si riusciva a scendere.
D: E il personale a bordo?
R: È stato panico totale. Chi sapeva cosa fare è riuscito a uscire subito e a mettersi in salvo. Tanto che alla fine eravamo rimasti solo noi, i passeggeri. Le figlie mie e mia moglie le ho portate fuori io, non lo dico per fare l'eroe. Ho incontrato uno del personale che mi ha detto: «Ho moglie e figli a casa anch'io». Pensi un po' che gente che lavorava lì.
D: Come si è messo in salvo?
R: Mi sono caricato le bimbe in braccio e mi sono arrampicato. La nave era rovesciata e le porte erano diventate come dei pozzi che ti facevano cadere verso l'interno. Quindi sono passato sui montanti delle porte, mi sono arrampicato finché non ho trovato delle prese d'aria con una rete metallica. Da lì sono riuscito a uscire. Non si vedeva niente, c'erano solo le lucette di emergenza. I giubotti di salvataggio erano grandi e non riuscivamo a metterli alle mie figlie perché non c'erano quelli per i bambini. Alla fine abbiamo raggiunto la biscaglina (una scala di corda utilizzata sulle navi, ndr), dove c'erano anche degli anziani. Abbiamo aspettato lì un'ora e mezzo finché non sono arrivati i carabinieri con la zattera a prenderci. Ho dovuto lanciare le bambine da due metri di distanza perché non riuscivano ad attaccarsi alla nave con questa zatterina di gomma. Poi siamo passati sul gommone dei carabinieri che ci hanno portato all'Isola del Giglio.
D: Siete stati soccorsi una volta raggiunta la terraferma?
R: No, non c'era già quasi più nessuno a quell'ora. Tutti gli hotel e le case erano pieni. Ci hanno lasciati lì buttati a terra fino alle 4 e mezza quando una proloco ha aperto. Stavamo in 150 in uno spazio di 10 metri per 10. La gente arrivava tutta bagnata. Però sugli abitanti non posso dire niente: su un'isoletta così piccola, ti arrivano 5 mila persone tutte insieme all'improvviso... Non è colpa loro. Anche la capitaneria di porto era nel caos più totale.
D: Qual è la stato il momento peggiore?
R: Il peggio arriva dopo: quando torni a casa, accendi la tivù e vedi la nave su tutte le maggiori Reti. Da noi è stata praticamente sempre spenta.
D: Quali sono state le conseguenze a breve e lungo termine che avete riportato dopo il naufragio?
R: Io sono crollato. Finora mi è costato tre anni e mezzo di vita che ho vissuto malissimo: un post traumatico pieno di psicofarmaci. Non ho vissuto proprio. Sto ricominciando adesso. Ma non mi fido più di niente.
D: Come avete affrontato il trauma durante questo periodo?
R: Non ne parliamo... Prima psicologi, poi visite con gli psichiatri. Ci hanno diagnosticato un tasso di stress post traumatico altissimo.
D: E le bambine come sono state aiutate a elaborare quello che è successo?
R: Le bambine hanno paura dei posti chiusi, hanno paura di camminare sulle scale di ferro, in nave non ci vogliono più andare. Ci hanno detto tutti che quella notte è un trauma che non si toglieranno mai, ma sinceramente io, finché vanno a scuola e non mi dicono niente, sto tranquillo. È difficile tutto, ogni decisione lo è, ma preferisco non portarle dentro quei posti, come in neuropsichiatria infantile.

D: Sono passati 5 anni da quel fatidico 13 gennaio. Come vive questa data?
R: Oggi è venerdì 13 gennaio. Io ho paura di questo giorno. Ho paura ancora oggi, dopo cinque anni. Poi però cerchi di non pensarci. Non puoi pensare, sennò non vivi più, non programmi, non fai niente, perché in un attimo può cambiare tutto.
D: Come è cambiata la sua vita e quella della sua famiglia dopo la tragedia?
R: Stavamo in vacanza e ci hanno quasi ammazzato. Adesso se partiamo in vacanza e non stiamo mai tranquilli, abbiamo sempre paura che possa succedere il finimondo. Diventa difficile fare una vacanza, che sarebbe un momento di relax per tutta la famiglia, ancora oggi.
D: Per quanto riguarda il processo, invece, siete soddisfatti delle sentenze emesse in questi anni?
R
: Soddisfatti mai. Paga solo Schettino. Io l'ho detto anche in tribunale: se il comandante si trovava nella parte destra della nave, quella che si è inabissata, o scendeva o finiva sott'acqua: è normale che una persona scenda. Poi lui ha fatto l'errore di prendere lo scoglio, certo. Ma dovevano pagare tutti, non una persona sola. Tra le persone che lavoravano dentro la nave, c'è chi si è fatto scendere la scialuppa per conto suo. Li vedevamo: prima di dare l'allarme generale, che comunque noi non conoscevamo, scendevano e se ne andavano.
D: Siete stati risarciti per i danni e i traumi subiti?
R: Fino a un certo punto. Da subito ci è arrivata a casa una lettera in cui ci offrivano 10 mila euro a testa se non fossimo andati a processo. Abbiamo subito tante pressioni: o prendere quei soldi o rischiare di perdere il processo e dover in più pagare gli avvocati. Però alla fine ci siamo costituiti parte civile in un processo penale e finora è andato tutto bene. Il nostro avvocato, Sergio Bellotti, e gli altri legali del pool 'Giustizia per la Concordia' hanno fatto un buon lavoro, una parte ce l'hanno già risarcita.
D: Ritenete il risarcimento adeguato ai danni subiti?
R: Il giudice ha emesso delle sentenze, però secondo me si sarebbero dovute fare delle differenze rispetto a chi è sceso con la scialuppa dopo 10 minuti e si è subito messo in salvo. A me non hanno nemmeno restituito le cose che avevamo lasciato dentro la cassetta di sicurezza della cabina, anche se ce l'avevano promesso. Non è nemmeno una questione economica, non c'è valore materiale per le cose che c'erano dentro: è un valore tuo, c'era la fede del matrimonio.

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