27 Ottobre Ott 2016 1230 27 ottobre 2016

«Il terremoto? Ha fatto più danni la politica»

Con il sisma del 26 ottobre, si torna a parlare del rischio che minaccia il patrimonio artistico italiano. Qualche mese prima, Philippe Daverio aveva puntato il dito contro la classe dirigente italiana, che non protegge i beni culturali.

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daverio

Il 24 agosto, una scossa di terremoto ha colpito l'area tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Amatrice, Accumuli, Arquata e Pescara del Tronto i luoghi più colpiti. Nella notte il sisma è passato dalle finestre, ha attraversato le mura delle case, soffocando nella polvere centinaia di storie. Inesorabile e spietato. Tra i detriti, sbriciolati insieme alla normalità, ci sono lacrime sparse e strade stordite dal silenzio. Ma sotto le macerie giace anche l'eredità culturale e artistica di antichi borghi che non ci sono più. Frammenti di storia distrutti per sempre. Affreschi. Soffitti. Altari. Lo sguardo mite della bellezza che si arrende agli eventi. Sola. Abbandonata, lasciata in un angolo. Un dramma che si è ripetuto, almeno in parte, il 26 ottobre, quando un nuovo sisma ha colpito l'Umbria e le Marche. Nessuna vittima, stavolta, ma tanti crolli che hanno coinvolto anche edifici storici e religiosi. «Non esiste più un'élite culturalmente capace di difendere le nostre bellezze», aveva spiegato a LetteraDonna lo storico dell'arte Philippe Daverio in occasione del terremoto di agosto. Allora aveva lanciato l'allarme: il declino dei nostri beni culturali, che sembra essere inarrestabile, non passa soltanto dall'ennesimo terremoto che colpisce il nostro Paese. L'intervista che segue risale agli eventi del 24 agosto. Ma, purtroppo, è ancora attuale.

DOMANDA: In un articolo su Il Giornale Vittorio Sgarbi ha elencato le bellezze ostaggio delle macerie. Quanto a patrimonio artistico, cosa abbiamo perso con il terremoto?
RISPOSTA: In realtà il sisma ha colpito un'area con una scarsa densità di contenuti artistici, rispetto a tutta quella che l'Italia presenta da Trieste a Catania. Zone comunque belle, perché erano poeticamente conservate.
D: Ad ogni modo, sarà possibile riportare in vita il patrimonio distrutto dal terremoto?
R: Quelle meraviglie locali, nei luoghi terremotati, vanno certamente ricostruite. Però, in tutti questi anni, quanti disastri hanno avuto una soluzione positiva? Forse solo il Friuli: quindi non sarà facile, senza una logica condivisa nella ricostruzione e nella conservazione.
D: Cosa intende?
R: Oltre che conservarlo, un Paese, bisogna dargli anche un destino: conservo perché ho un motivo per il quale mi sembra interessante spendere soldi invece che comprare un aereo nuovo a Renzi. Se ci fosse più consapevolezza, sarebbe normale pensare di spendere soldi per mettere in sicurezza gli edifici, per salvare il patrimonio.
D: A proposito, esiste da sempre il dibattito su come salvaguardare i beni culturali senza deturparne l’aspetto.
R: Esatto, ne parliamo ma non lo facciamo. E intanto i monumenti crollano. Poi, ogni tanto un imprenditore si decide a restaurare il Colosseo, ma l'Italia non è soltanto il Colosseo. È fatta invece di una realtà molteplice sulla quale non è stato speso alcun tipo di pensiero.
D: La colpa è della politica?
R: Se analizziamo quella degli ultimi 25 anni, non è mai successo che un Presidente del Consiglio o un ministro abbia prestato un’attenzione particolare al patrimonio storico. Nonostante i drammi e i terremoti che, ciclicamente si ripetono, la politica non ha mai considerato prioritario conservare il Paese. Che così in 150 anni si è lentamente autodemolito.
D: Più che i terremoti, sarà allora mediocrità a radere al suolo il nostro patrimonio artistico?
R: Sì, direi la modestia intellettuale. Purtroppo siamo orfani di una classe dirigente capace. Ci ripetiamo che abbiamo il patrimonio artistico più ricco del mondo e siamo a posto così.
D: Senza un'élite culturalmente capace che cosa accade?
R: Che ognuno dice quello che gli passa per la testa e, siccome una parola vale l’altra, tutte le parole insieme non valgono nulla. La logica che determina il futuro dei beni culturali italiani è da bar, da osteria.
D: Dobbiamo abituarci a questo, secondo lei?
R: È la caratteristica di una civiltà in declino, che è la nostra. Le società decadono ogni tanto.
D: Prima le cose erano diverse?
R: Una volta avevamo dei sovrintendenti capaci, uomini rispettati a livello mondiale, che scrivevano libri fantastici ed erano esperti di storia dell'arte. Oggi, addirittura, abbiamo comprato i direttori dei musei sul mercato internazionale, perché non siamo più stati capaci di 'crearne' in casa nostra.
D: Può fare qualche esempio?
R: Da Venezia a Napoli sono arrivate persone che sono state scelte in base a dei criteri esterni, rispetto alla qualificazione scientifica. Il problema vero è che non abbiamo investito nella formazione di persone capaci di suscitare rispetto per il loro pensiero da parte del resto del Paese e, in modo particolare, da parte della politica.
D: C'è qualche personaggio che vorrebbe vedere alla guida, ad esempio, del Ministero dei Beni Culturali?
R: Oggi come oggi, molti di quelli che conosco io e che rispetto sono in fase di pensionamento. Ma vorrei che avesse le capacità di sovrintendenti storici come Nicola Spinosa a Napoli, Carlo Bertelli a Milano o Andrea Emiliani a Bologna. Personalità che il passato ci ha regalato e che non hanno un parallelo nell'Italia di oggi.
D: Siamo a un punto di non ritorno?
R: Basta tracciare una linea e osservare che quest'anno è peggiore dell'anno scorso e dell'anno prima ancora. Stiamo proseguendo verso il basso e non si prospetta un'inversione di tendenza. Sì, stiamo assistendo a un declino inarrestabile.

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