18 Ottobre Ott 2016 1820 18 ottobre 2016

Se Non Foodora Quando

Parla una biker assunta dalla società poco prima che scoppiasse la polemica delle retribuzioni: «Le assunzioni sono in massa. Così abbiamo pochissima possibilità di lavorare». È ora di ribellarsi?

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foodora

Portano la cena nelle case di Milano e Torino in sella a una bicicletta con giacca a vento e bauletto rosa.
Sono i biker di Foodora (qui l'approfondimento di Lettera43), la società tedesca che offre il servizio di consegna dei pasti a domicilio attraverso un’app. E lo fanno per 2,70 euro a viaggio, dal ristorante all’abitazione da cui arriva l’ordine. La retribuzione è troppo bassa, anche per chi ha scelto questo lavoro per arrotondare e, nella maggior parte dei casi, per pagarsi gli studi. Così i rider di Torino (circa 300) sabato 15 ottobre hanno sospeso il loro servizio: hanno incrociato le braccia e si sono rifiutati di fare le consegne. Ragazzi e ragazze, oltre alla paga a cottimo, hanno denunciato il fatto di dover contribuire di tasca propria procurandosi una bici e versando 50 euro di cauzione per il casco, il box e la divisa. E, con la protesta, sono arrivate le richieste: un minimo compenso di 7,50 euro all’ora e la garanzia di un contributo minimo, da parte del datore di lavoro, per coprire le spese internet e del cellulare. E che ai colloqui di assunzione, l’azienda dica la verità anziché garantire «due consegne all’ora che poi non si effettuano mai», come ci ha raccontato M.I., rider di 23 anni di Torino, in questa intervista.

DOMANDA: Perché ha deciso di diventare una rider di Foodora?
RISPOSTA: Sono una studentessa, ho bisogno di qualche soldo in più per sopravvivere e in parte pagarmi gli studi. Ora come ora è difficile trovare anche un bar che ti assuma come cameriera, quindi Foodora rappresenta un’opportunità. Si presenta come un lavoretto flessibile e, in teoria, ti assicura un minimo di stipendio. Chiaramente poi ho scoperto che non è come dicono, che non è solo un impiego per chi ama andare in bici e vuole mettere dei soldi da parte.
D: Come avviene la selezione dei biker?
R: In maniera piuttosto casuale. Ci sono degli incontri e di solito in una singola riunione ci sono 25 persone. Fanno tre domande a ognuno: come ti chiami, cosa fai nella vita e se ti piace andare in bici. Poi ti presentano in modo grossolano quello che sarà il lavoro, ti spiegano velocemente quello che dovrai fare. In pratica, dopo questo passaggio, vengono assunti tutti.
D: In che senso?
R: Non fanno una vera e propria selezione, sono assunzioni in massa. Il problema è che così facendo, prendendo tutti, poi non c’è lavoro a sufficienza per pagare i biker dignitosamente. Io so che le selezioni le facevano addirittura quasi ogni giorno quando mi sono presentata io. Ma non ce n’era bisogno.
D: Cosa le avevano garantito, in termini di retribuzione?
R: Beh, al colloquio è stato tutto molto diverso da quella che poi si è dimostrata essere la realtà. Mi avevano assicurato un minimo di due consegne all’ora, quindi circa una media di 5,40 euro ogni 60 minuti. Essendo questo un lavoro che ti puoi gestire su turni, uno poi può scegliere quanto fare in base alle proprie esigenze. Ma in realtà non è così: io per esempio, una volta firmato il contratto, ho dato la disponibilità a lavorare da subito, tutti i giorni. Non mi hanno mai chiamata, se non una volta. E per quanto? Solo per un turno da due ore.
D: Altre brutte sorprese?
R: Scopri sul campo che ci sono momenti più intensi, dove si guadagna di più e momenti in cui quasi non ci sono chiamate. Dipende tutto dall’orario, è una cosa molto arbitraria. Non ci sono garanzie, solo linee guida per qualsiasi ambito. Dallo svolgimento del lavoro alla sicurezza.
D: Il lavoro è impegnativo?
R: In realtà devo dire che è molto semplice, si tratta di scaricare l’app, poi fai tutto da lì. Guardi da che ristorante arriva l’ordinazione e vai a raccoglierla.
D: Lei ha partecipato alle proteste dei riders. Ci sono state ritorsioni?
R: Sì, ci sono punizioni selettive per chi ha preso parte ai gruppi che contestano il sistema delle retribuzioni. Io mi sono sentita di partecipare più che altro per solidarietà ai colleghi, essendo entrata in Foodora da poco, appena prima che si scatenasse la polemica. Sono rimasta davvero stupita. Ho capito subito, però, che parlavano di un problema vero. Anche questa settimana, per esempio, sto chiedendo di lavorare, offro sempre la mia disponibilità sul gruppo WhatsApp con cui ci coordiniamo. Ma nulla, nessuna chiamata. Non ci fanno lavorare. E quando lo facciamo ci pagano pochissimo.
D: Pensa che resterà in Foodora?
R: Credo che sarò costretta a cercare altro. Qui è troppo precario. E il problema non è solo di Foodora, comunque. Ma di tutta questa new economy dove lo sfruttamento si estende a tutto. Dove il sistema per pagare è a cottimo. Dove la precarietà è la parola d’ordine.

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