12 Ottobre Ott 2016 1650 12 ottobre 2016

Libera surrogata in libero Stato

Dopo il «no» del Consiglio di Stato, il senatore Sergio Lo Giudice ci ha raccontato perché ha scelto la California per diventare padre. «Negli Usa c'è libertà. Nessuno la giudica sfruttamento».

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sergio lo giudice

Il «no» arriva da Strasburgo, ma interessa anche l’Italia. Il Consiglio d’Europa non ha approvato il rapporto della parlamentare belga De Sutter che voleva il riconoscimento dei diritti per i bambini nati da accordi di maternità surrogata. La delegazione italiana ha votato come contraria alla proposta. Mentre altri Paesi, come Cipro, Olanda, Portogallo, Repubblica Ceca e il Belgio, erano favorevoli.
«Nel nostro Paese il dibattito è viziato», spiega a LetteraDonna Filomena Gallo, segretario nazionale dell’associazione Luca Coscioni per la libertà scientifica. «Non si capisce che queste tecniche permettono la piena realizzazione di quella scienza che aiuta. Infatti la maternità surrogata non viene in soccorso solo delle coppie omosessuali, ma anche di tutte quelle persone che vorrebbero avere figli ma non possono per motivi di salute». In Italia, quello che serve, per Gallo, è un quadro di leggi che tuteli chi si presta a potare avanti una gestazione per altri: «È fondamentale. Solo con le leggi si può dare una garanzia a entrambe le parti. Sia alle donne che prestano l’utero, in modo che non ci siano forme di sfruttamento, sia ai genitori per far sì che non ci siano ricatti».

NEGLI USA PER DIVENTARE PAPÀ
In Italia, la gestazione per altri non è consentita. Chi vuole utilizzare questa tecnica, deve andare all’estero e affrontare spese che si aggirano intorno agli 80 mila euro. Molte delle coppie che fanno questa scelta, una volta tornate a casa, non vogliono parlarne. Il senatore Pd Sergio Lo Giudice, invece, ha deciso da tempo di raccontare la sua esperienza di papà che è ricorso alla surrogata. La scelta è maturata nel 2014, ed è stata presa con il compagno Michele Giarratano. I due stanno insieme da più di dieci anni, vivono a Bologna e si sono sposati, nel 2011, a Oslo. Tre anni dopo, volavano negli Usa, per diventare «i due papà» di Luca. Perché, in California, come ci ha raccontato Lo Giudice in quest’intervista, «nessuno storce il naso» davanti a certe scelte.

DOMANDA: Senatore, che percorso avete seguito dopo aver deciso di ricorrere alla surrogata?
RISPOSTA: Abbiamo scelto la strada già tracciata da altri papà dell’associazione per genitori omosessuali Famiglie Arcobaleno, di cui abbiamo anche seguito la carta etica. Poi abbiamo individuato due Paesi in cui c’è una totale protezione della libertà per chi decide di avere figli con la gestazione per altri. Vale a dire Usa e Canada. E abbiamo scelto gli Stati Uniti.
D: Quale Stato?
R: La California, dove la tutela della donna che si presta a fornire questo servizio è al primo posto e le regole sono molto rigide. Chi conduce la gravidanza viene scelta secondo precisi parametri: deve avere basi famigliari solide, deve essere già stata in gravidanza – quindi non deve essere alla prima esperienza - e deve dimostrare di avere una solidità economica. Questo permette di non incorrere in situazioni di sfruttamento come invece avviene per le donne del Terzo Mondo che sono povere e poco tutelate.
D: Quindi avete conosciuto la madre?
R: Certo. Ci siamo rivolti a un’agenzia che si occupa di seguire tutto il processo, quindi dalla scelta, alla fecondazione dell’ovulo, fino all’innesto nel grembo materno. E abbiamo avuto diversi incontri con la donna che ha portato in grembo nostro figlio. Il fatto è che abbiamo voluto che fosse una scelta reciproca. Non eravamo solo noi che dovevamo scegliere lei, ma anche lei noi, per poi riuscire a mantenere un rapporto nel tempo. Credo che sia per questo che è andato tutto bene, perché abbiamo sempre avuto la possibilità di confrontarci, passo dopo passo.
D: Come è stato portare vostro figlio in Italia?
R: Non facile. Negli Usa abbiamo incontrato solo sorrisi e congratulazioni. Dall’ospedale fino agli uffici comunali, ovunque andassimo ricevevamo supporto. Questo perché la società americana ha deciso di accettare la libertà, anche quella di due persone dello stesso sesso che vogliono avere un bambino. Cosa che in Italia ancora non è avvenuta. Quando raccontavamo alle ragazze che abbiamo incontrato in California che in Italia, quello che fanno loro è considerato come uno sfruttamento, beh, erano incredule. Non se ne capacitavano. Inoltre, in America, abbiamo potuto fare un certificato di nascita che prevede che il bambino abbia due genitori dello stesso sesso. Quindi in California siamo due papà a tutti gli effetti. In Italia questo non è possibile: la legge non lo ammette.
D: Perché?
R: Anche se ci sono sentenze, nel nostro Paese, che hanno riconosciuto il diritto dei genitori dello stesso sesso di comparire sul certificato di nascita, questa è una procedura che ancora non è prevista. Quindi una volta tornati, abbiamo dovuto chiedere al giudice che il certificato fosse emendato. In sostanza: abbiamo nascosto un papà. Sull’atto dunque, risulta che ce ne sia solo uno. Questo è stato l’unico modo per avere la trascrizione.
D: Intanto il Consiglio d’Europa si è espresso contro la proposta per far valere i diritti dei figli avuti grazie alla maternità surrogata.
R: Innanzitutto bisogna precisare che il Consiglio d’Europa è un organo a se stante, autonomo. Ma posso dire che non mi hanno stupito le votazioni contrarie degli schieramenti di destra, o di Paesi come l’Ucraina. Perché è proprio in Stati come quello che c’è lo sfruttamento delle donne che conducono la gestazione per altri, e quindi il fatto che le cose non cambino, e che la deregulation rimanga invariata, va solo che bene per loro. Non è un caso che la maggior parte delle coppie italiane - in maggioranza etero - che vuole ricorrere alla surrogata, si rechi proprio in Ucraina.
D: Anche la delegazione italiana, però, si è appena espressa come contraria.
R: Questo mi fa pensare che siamo disallineati fra situazione nazionale e situazione europea, almeno, all’interno del mio partito. Perché in Italia stiamo lavorando per creare un quadro di leggi che tutelino la donna e chi decide di ricorrere alla gestazione per altri. Quindi abbiamo dato un segnale sbagliato, anche se due voti a favore, nel Pd, ieri ci sono stati. La battaglia allo sfruttamento deve essere uno dei punti centrali, in ogni caso.
D: Quando possiamo parlare di sfruttamento, visto che è previsto un compenso per le donne che si prestano a queste pratiche?
R: Quando una donna è schiava, nel senso che vive in condizioni di estrema povertà, come succede nel Terzo Mondo, e qualcuno se ne approfitta. Invece, in altri casi, proprio lì dove le regole ci sono, e le donne sono tutelate, io parlo di altruismo. Succede negli Usa, in Canada, ma se vogliamo guardare più vicino a noi, anche nel Regno Unito che ha studiato un buon sistema. Questo deve essere il primo passo, perché, senza avere prima le leggi, non si potrà mai arrivare alla tutela dei bambini che nascono dalla gestazione per altri, mai.

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