12 Ottobre Ott 2016 1423 12 ottobre 2016

70 anni precario

Il Canto degli Italiani, scritto da Mameli e Novaro, non è mai diventato ufficialmente l'inno della Repubblica. Anche se lo è, de facto, dal 12 ottobre 1946. Forse è giunta l'ora di assumerlo a tempo indeterminato.

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«Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga» cantava Rino Gaetano nel 1976 in Sfiorivano le viole. In voga ma precario, ieri come oggi: scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, Il Canto degli Italiani non è mai diventato ufficialmente l'inno d'Italia, ma lo è solo de facto dal 12 ottobre 1946. Ovvero dal giorno in cui Consiglio dei ministri della neonata Repubblica Italiana stabilì che fosse adottato provvisoriamente come inno. Una scelta non non suffragata però da alcun atto con forza di legge e dovuta al fatto che era stato un canto molto popolare durante il Risorgimento. Da allora sono passati 70 anni e niente è cambiato.

Due ritratti di Goffredo Mameli e Michele Novaro.

UN CANTO REPUBBLICANO
Del Canto degli Italiani, Mameli aveva scritto le parole prima di cadere, appena 22enne, sotto i colpi dei francesi durante l'assedio di Roma, diventando un eroe del Risorgimento. Quanto a Novaro, si dedicò tutta la vita alla composizione di inni patriottici, e musicò il testo di Mameli nel 1847, senza trarne mai vantaggio. Al punto da morire, nel 1885, in completa povertà. Per dirla alla Rino Gaetano, 'Fratelli d'Italia' fu molto in voga durante il Risorgimento ma al momento dell'unità come inno nazionale fu scelta la Marcia Reale, brano ufficiale dei Savoia. Troppo repubblicana e poco monarchico, Il Canto degli Italiani tornò in auge nel 1946. Ma, come detto, non ha mai avuto un riconoscimento ufficiale, nonostante la la legge nº 222 del 23 novembre 2012 che ne prescrive l'insegnamento nelle scuole, inserendola nei simboli patri.

IL DUALISMO CON VA, PENSIERO
70 anni di tormento, insomma, per un brano che da sempre vive il dualismo con Va, pensiero del Nabucco, uno dei cori più famosi dell'opera, che in tanti (politici compresi) vorrebbero come inno nazionale. Ignorando forse che Verdi lo fa intonare agli ebrei prigionieri a Babilonia. O semplicemente infischiandosene. Il fatto è che 'Fratelli d'Italia' non è mai stato amato. L'abbiamo imparato un po' tutti, a forza di guardare partite della nazionale, ma c'è chi in fondo la considera una fastidiosa marcetta: vuoi mettere con la grandeur de La Marseillaise o la maestosità di Deutschland über Alles? Il testo poi: retorico, pomposo, arcaico, tra l'elmo di Scipio e quell'indigeribile coorte.

QUELLE STROFE DA RISCOPRIRE
In realtà, opinione personale, quello di Mameli (e Novaro) è un inno che non sfigura di fronte agli altri. È semplicemente figlio della sua epoca e racconta la nostra storia, anche se lo fa nelle strofe che nessuno conosce: «Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popoli, perché siam divisi». Quello che sosteneva anche Luca Carboni in Inno Nazionale, insomma. Guarda un po' troppo verso nord? Probabile, ma parla anche di Vespri e Sicilia. Insomma, sarebbe l'ora di far la pace con Mameli e di assumerlo finalmente a tempo indeterminato.

QUANDO A SCRIVERLO È UNA DONNA
Terminiamo con una curiosità: in tutto il mondo sono appena quattro gli inni nazionali con il testo scritto da donne. Quanto alle musiche, solo compositori. Si tratta di Land der Berge, Land am Strome, inno dell'Austria, scritto da Paula von Preradović (su una melodia attribuita a Mozart); For The Gambia Our Homeland, di cui è autrice Virginia Julia Howe; Hail Grenada, con parole di Irva Merle Baptiste, e God Save Our Solomon Islands, scritto da Matila Baleilekutu Balekana insieme al marito Panapasa Balekana.

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