20 Settembre Set 2016 1831 20 settembre 2016

Tiziana, non abbiamo imparato niente

Le foto hackerate e diffuse online di Diletta Leotta hanno risvegliato il maschilismo più becero a pochissimi giorni dal suicidio di Tiziana Cantone. Le belle parole hanno già lasciato spazio alle offese. Ma per quale colpa?

  • ...
cantone

Immagini private scaricabili cliccando su un link via Twitter. Le foto che si trovavano sullo smartphone della giornalista di Sky Sport Diletta Leotta sono state diffuse online finendo in pasto a chiunque. Uomini di tutti i generi accomunati ora solo da una cosa: la completa perdita di senno dopo aver sbavato sui selfie della conduttrice senza . Ora, ammettiamolo cercando di non fare la morale: la maggior parte di loro, appresa la bellissima notizia, le ha guardate. Dopo averle cercate, o magari ricevute, perché hanno iniziato a girare anche su WhatsApp, da un cellulare all'altro. Materiale virale che non può non ricordarci la storia - così ancora fresca nelle nostre menti - di Tiziana Cantone, la giovane che si è suicidata dopo mesi di tam tam mediatico a causa di un video a sfondo sessuale di cui era protagonista. L'abbiamo appena seppellita, Tiziana, eppure la sua drammatica vicenda, di cui tantissimo si è scritto, pare già un ricordo molto lontano. A dimostrarlo sono di nuovo i social network. L'hashtag #Leotta non si muove dal primo posto nei trending topic di Twitter, dove il flusso dei commenti alle foto non fa che aumentare. «È beneficenza, non hackeraggio», sentenzia uno dei più brillanti. Un altro posta la foto di un ragazzo che lecca uno smartphone, altri ancora chiedono incessantemente dove si trovi il link che contiene le immagini.


Ma il peggio non è ancora arrivato. Lo si trova sull'account della stessa Leotta, per esempio sotto al suo ultimo tweet sul campionato dove scriveva «La B non si ferma mai!». I commenti sono decine, e alternano gif di sfottò alle sue foto senza veli, a frasi indecenti. Non avevo intenzione di riportarle, ma solo in questo modo avrei reso bene l'idea. «Nemmeno le nostre mani si fermano dopo aver visto le tue foto. Porcona». Oppure: «Siamo noi che ci fermiamo a segarci», «non fermarti neanche tu continua con le foto nuda», «maiala», scrivono.
Schifezze che dopo tante belle parole sul caso Cantone, la privacy, la libertà, la vergogna, il pericolo di non rialzarsi dopo l'impietosa gogna mediatica, ci riportano violentemente con i piedi per terra. Ma come fai a spiegare a persone incapaci di capire che quello che è successo alla Leotta (e a tante altre) è molto di più di roba da giornaletti porno, ma è un fatto gravissimo, che se una ragazza si fa un selfie vestita, in costume, o in perizoma non non merita di essere linciata senza pietà come se si fosse macchiata di un reato gravissimo? Nè quindi di essere chiamata «puttana»? La risposta, purtroppo, ancora non la conosco.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso