15 Settembre Set 2016 1730 15 settembre 2016

Lei e l'Islam, un rapporto manipolato

Sono passati 10 anni dalla morte della più grande giornalista italiana, Oriana Fallaci. Ce la racconta il collega Maurizio Chierici: «La destra ha strumentalizzato la sua idea di mondo arabo».

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DIECI ANNI SENZA FALLACI, FIRENZE CELEBRA LA SUA ORIANA

I capelli sempre perfettamente ordinati, le labbra piccole e carnose. Lo sguardo austero e l’espressione severa. In una mano, stretta tra le dita, una sigaretta sempre accesa. Il rumore dei tasti della macchina da scrivere a scandire i suoi tempi, le sue giornate, la sua vita. Magrissima e minuta, indossava grandi occhiali da sole, quasi sempre ambrati, probabilmente indispensabili per celare le acrobazie del suo intuito. Scrivere divenne tutto per lei. La sua arma. La sua forza. La sua ambizione. Conservò fino alla fine la rigidità dei tratti del suo volto: lo sguardo, racchiuso in una fessura che si faceva sempre più sottile, era incorniciato da un intramontabile caschetto.
Presuntuosa, fragile ed estremamente talentuosa, Oriana Fallaci divenne una cosa sola con il suo mestiere: scrivere. Pungente, sfrontata e spesso insopportabile, a molti non piaceva. Ma a lei, questo, non importava. Dalla vita ebbe tutto, tranne un figlio.
La mise a tacere soltanto un cancro ai polmoni che la uccise, dieci anni fa. Chiese di essere seppellita nel Cimitero degli Allori di Firenze, dove riposano atei, musulmani ed ebrei. Con sé, quella mattina del 15 settembre 2006, portò una copia del Corriere della Sera, tre rose gialle un fiorino d’oro. Sulla sua lapide c’è scritto: Oriana Fallaci, Scrittore.

Nell’anniversario della sua morte, Maurizio Chierici, celebre penna del Corriere della Sera, racconta a LetteraDonna chi era «l’Oriana», come la chiama lui. Non ama il titolo di giornalista, a cui preferisce quello di inviato, epiteto che porta scolpito dentro e che lo fece girare in tutto il mondo. Fu il primo italiano ad intervistare Arafat, negli Anni '80. Mi apre il suo studio, traboccante di libri e di contemporaneità. Si siede su una poltrona verde e inizia ad aprirmi lo scrigno che custodisce aneddoti e curiosità: «La prima volta che scrissi di lei ero alla Gazzetta di Parma, era la fine degli Anni '50: mi ero occupato di giornalismo e donne».

DOMANDA: Quando la conobbe la prima volta?
RISPOSTA: In quell’occasione avevo intervistato Camilla Cederna, Irene Brin (la prima inviata di guerra negli Anni '30, ndr) e l’Oriana, che aveva da poco pubblicato I sette peccati di Hollywood. Avevamo fatto una chiacchierata. Soltanto dopo l’ho conosciuta e l’ho incontrata.
D: Che impressione le fece?
R: Era stata molto spiritosa.
D: Che giornalista fu Oriana Fallaci?
R: Sicuramente una scrittrice dalla grandissima abilità stilistica. Come giornalista, forse, ebbe un’attitudine, per così dire, più ambigua (sorride, ndr).
D: Cosa intende?
R: Alcuni colleghi mi raccontarono un episodio accaduto in Vietnam, dove l’Oriana rimase 15 giorni. Insieme al suo fotografo storico, Gianfranco Moroldo, che la accompagnava dappertutto, si fece fotografare con l’elmetto in testa, con le banlieaux di Saigon alle spalle. Un giorno si presentò a mangiare insieme ad altri colleghi giornalisti italiani dicendo d’aver trovato il diario di un vietcong. Lasciò tutti sbalorditi perché questi si trovavano lì da anni. Quando le chiesero come riuscì ad averlo rispose: «Non posso dirvi come l’ho trovato, ma l’ho trovato».
D: Era una brava giornalista?
R: Era sicuramente molto intelligente e molto perspicace nelle analisi. Interpretava le parole degli intervistati con grandissima penetrazione psicologica. In questo era molto brava.
D: Il suo stile nell’intervistare le varie personalità del panorama politico mondiale divenne il suo marchio di fabbrica.
R: Ricordo che un inviato del Corriere si trovò a intervistare Gheddafi, in Libia, poco dopo l’Oriana. Lei lavorava per L'Europeo. Pensi che per convincere il generale a farsi intervistare ci volle l’intercessione del padre. In quella circostanza, com’era prevedibile, il generale libico non aveva detto granché. Bofonchiava. Fallaci e l’inviato del Corriere si sentirono, perché le loro due interviste dovevano uscire, più o meno, in concomitanza. Le domande erano simili, così come le risposte inconsistenti di Gheddafi.
D: E poi, che cosa accadde?
R: Il Corriere pubblicò in prima pagina un’intervista piuttosto moscia. L’Europeo uscì qualche giorno dopo: le risposte erano più o meno le stesse, ma l’intervista dell’Oriana risultò molto più avvincente. Fu un pezzo pazzesco, con la sua foto insieme a Gheddafi in copertina. Il suo profilo diventava il risultato di quello che voleva lei.
D: Come ci riusciva?
R: Lei aggrediva. Calcando le domande, dava loro vigore. Rendeva il questionario più avvincente e colorito. Era lei stessa la protagonista delle sue interviste.
D: Che collega era Oriana Fallaci?
R: Una donna complicata e divertente. Un giorno mi trovavo a New York: ero alla ricerca di una copia del Corriere e mi stavo recando alla Rizzoli, di fronte alla Chiesa di San Patrizio. Tutti mi sconsigliarono di andare lì a prendere il giornale.
D: Perché?
R: I miei colleghi mi dicevano: «Non ci andare perché incontri l’Oriana che non ti lascia più con questa storia del libro (Un uomo, ndr), ti invita a casa sua a mangiare il pollo al limone con il riso e non ti molla più». Effettivamente la trovai lì.
D: E andò così?
R: Sì. Andai volentieri a casa sua: lei prese il libro e incominciò a leggermene alcuni frammenti. A volte commentavo «Bello!» e lei rispondeva «Macché bello! Aspetta che qui ho scritto una cazzata». Quindi scriveva, scriveva, scriveva. Rimasi lì fino all’una di notte. Tutti la consideravano una rompipalle (ride, ndr).
D: Perché?
R: Le faccio un esempio: nessuno voleva fare la recensione del libro in Terza pagina (Storia di un bambino mai nato, ndr). Tutti dicevano: «No, con l’Oriana no, 'sta rompipalle». Allora la feci io.
D: E cosa accadde?
R: La risposta dell’Oriana non arrivò, quindi avevo dedotto che non doveva essergli piaciuta. La incontrai e mi disse: «Quindi hai detto che questo sarà un libro da 100 mila copie. Ne ho già vendute un milione» (ride, ndr).
D: Che donna fu? Così intransigente come appariva agli occhi delle persone?
R: Alfredo Pieroni, che fu il suo compagno a lungo, mi diceva che era una donna molto fragile, anche dolce. Era insicura, il suo «ho ragione io» era una forma di difesa. Ma appariva come un sergente.
D: Forse lo era perché fu una delle prime giornaliste e scrittrici in un mondo di uomini?
R: No, credo fosse proprio un tratto caratteriale. Sa che fece firmare la sorella, che lavorava per Oggi, con lo pseudonimo di Neera Ferretti?
D: Perché?
R: Perché, diceva: «Di Fallaci ce n’è una».
D: In molti la definiscono la giornalista italiana più brava del mondo. Condivide?
R: A scrivere era bravissima. Bravissima. Mi capitava a volte di leggere gli articoli suoi o di altri e non c’era proprio paragone. Andava sempre dentro come un carro armato. Nelle interviste era fenomenale.
D: Perché è riuscita a diventare un’icona pop?
R: Io direi piuttosto che rischia di diventarlo.
D: Perché?
R: Perché è stata molto strumentalizzata.
D: In che senso?
R: Lei non amava il mondo arabo, ma la destra italiana e il berlusconismo l'hanno usata come una bandiera contro l'Islam. Lei era irritata da questo, ma lusingata per la visibilità che le davano. 

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