9 Settembre Set 2016 1924 09 settembre 2016

«Il giorno che cambiò noi e l'America»

Bob lavorava nella torre Sud. Diane stava accompagnando i bambini a scuola. Sono sopravvissuti all'11 settembre 2001. Ma non riescono a dimenticare quell'inferno: le loro testimonianze.

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World Trade Center Attacked

Era un martedì. Bob aveva fatto colazione come tutte le mattine: una tazza di caffè e il giornale stretto nella mano destra. Annodata la cravatta, era uscito velocemente di casa per raggiungere l’ufficio.
Fuori nessuna nuvola, i palazzi sembravano specchi. Li guardò e per la prima volta proseguì con lo sguardo lassù, dove finisce il cielo. Quel giorno era uscito di casa molto presto ed era arrivato al lavoro in anticipo. Prese l’ascensore e salì.
Nello stesso momento, Diane, giovane mamma, stava accompagnando tre dei suoi quattro bambini allo scuolabus. Le solite raccomandazioni, poi un sorriso, un abbraccio. Amava settembre, il mese che illuminava ogni cosa. Percorreva lentamente il marciapiede che costeggiava casa sua. Era un quartiere tranquillo, il suo. Erano appena passate le otto del mattino. Era l’11 settembre 2001.

Robert «Bob» Eisenhardt, system administrator per la Aon Consulting, aveva iniziato a lavorare al World Trade Center nell’aprile del 1998. Lavorava al 101esimo piano della Torre Sud, la seconda ad essere colpita negli attacchi terroristici. Erano le otto e Bob, quel giorno, si trovava già lì. Qualche giorno prima, la sua azienda aveva annunciato uno shut down dei server. A controllare la stanza dei server fu incaricata Pamela Gaff, instancabile dipendente che l’azienda aveva deciso di premiare per l’impegno mostrato in quella circostanza. La mattina dell’11 settembre, Bob era salito da lei, al 103esimo piano, per recapitarle il riconoscimento: si trattava di una 8-ball su una targa, con la scritta: «TO EASE THE ROAD AHEAD» (per facilitare la strada da percorrere, ndr). Pamela fu una delle 3 mila vittime di quell’attentato. Bob, miracolosamente, si salvò.

L’11 settembre 2001 il volto degli Stati Uniti cambiò per sempre. L’inferno calò dal cielo. La polvere dei due palazzi sgretolati, come neve, si adagiò su automobili, corpi e persone ancora in vita. In meno di 30 minuti le televisioni di tutto il mondo mostravano persone disperate, aggrappate alle finestre più alte di quei due grattacieli che, più d’ogni altra cosa, avevano reso riconoscibile New York.
Diane Semmling stava rientrando a casa quando la sua vicina di casa corse fuori e le disse che un areo aveva colpito una delle Torri gemelle. Pensò a un incidente. Fu quando la vicina corse di nuovo fuori ad avvertirla del secondo attacco che Diane capì che si trattava di un attentato. Senza pensare troppo corse a Manhattan, dove lavorava come membro della US Coast Guard Reserve.
LetteraDonna ha intervistato Diane Semmling e Bob Eisenhardt.

DOMANDA: Singora Semmling, qual è stato il suo primo pensiero una volta compreso che quello al WTC era un attentato?
RISPOSTA: Che non c’era alcun modo di fermarlo. È stata la cosa più assurda che potesse capitare. Fu terribile. Pensai immediatamente alle persone che si trovavano in mezzo a quell’inferno.
D: Chi erano le vittime?
R: Persone normali che, in una mattinata come le altre, erano uscite di casa per andare al lavoro e che non sono più tornate. Una tragedia che mi ha toccato molto da vicino. Perché in mezzo a quei morti avrei potuto esserci io.
D: Insieme ad altri colleghi rimase a Ground Zero per prestare i primi soccorsi. Che ricordo ha di quei giorni?
R: Ricordo tanti detriti, il fuoco e le fiamme. Tutto era coperto da questa polvere pesante, biancastra. Rimasi lì per diversi giorni. Lasciai i miei figli ad amici e familiari. Quando tornai a casa lavai i miei vestiti: quei frammenti mi si erano attaccati addosso. E non erano soltanto pezzi di palazzo, o carte. Fu complicato superare quel momento.
D: Quale fu il vostro lavoro a Ground Zero, in quei momenti?
R: Come Guardia Costiera non eravamo equipaggiati per il soccorso e non eravamo nemmeno autorizzati a metterci a nostra volta in pericolo. Il nostro lavoro consistette nell’offrire un po’ di conforto ai soccorritori e alle persone che si trovavano lì. Portammo anche delle mascherine al NYPD (il dipartimento di polizia di New York, ndr), che non aveva nessuna protezione respiratoria. Lo apprezzarono molto.
D: Quanti giorni rimase?
R: Fino al 5 ottobre, poi rientrai a casa mia. I miei figli avevano bisogno di me, così come mio marito.
D: La sua vita è cambiata dopo l’11 settembre?
R: Sì, quel giorno ha cambiato la vita di ogni americano. Dopo quella data non mi sono mai più sentita al sicuro.
D: Perché?
R: Quella fu la prima volta che gli Stati Uniti subirono un attacco sul proprio suolo. Ci fu Pearl Harbour, nel 1941, ma nell’immaginario è stato tutto molto diverso.
D: Diane, ha perso qualcuno al WTC?
R: Sì. Due persone che conoscevo.
D: Torna spesso a Ground Zero?
R: No, non vado ogni anno. Per venire a Manhattan dal New Jersey, dove vivo, devo prendere due treni. E ogni azione mi ricorda quel giorno.
D: Qual è il suo modo di commemorare, signora Semmling?
R: A volte prendo la chitarra. Pensi che ho scritto una canzone sulla mia esperienza: quell’evento cambiò per sempre la mia vita.

D: Signor Eisenhardt, lei si trovava nella Torre sud del WTC al momento dell’impatto. Come riuscì a salvarsi?
R: Dopo essere stato da Pam (Gaff, ndr) al 103esimo piano, sono sceso per parlare con Margaret Haley, la receptionist della mia azienda (Aon Consulting, ndr). In quel momento tutti udimmo un suono molto strano, un boato. Non era un rumore che normalmente si sente in un grattacielo.
D: Era il primo aereo che colpì la Torre nord, giusto?
R: Sì, ma non lo compresi subito perché non vidi l’aereo. Avvicinandomi alle finestre che si affacciavano alla Torre Nord e riuscii a scorgere soltanto fumo e pezzi di carta che volavano nel cielo.
D: A cosa pensò?
R: I miei colleghi ed io pensavamo fosse esploso un serbatoio di propano nel palazzo. Carol Cartwright arrivò di corsa nell’ufficio e scandì semplicemente due parole: «TUTTI FUORI!». Corse all'esterno senza nemmeno voltarsi indietro. Maggie, la receptionist, si diresse verso le scale e immagino prese un ascensore. Fu la prima ad uscire. Prese la sua macchina fotografica tascabile e dal Plaza fotografò la nostra torre prima che il secondo aereo la colpisse.
D: Lei che cosa fece?
R: Mi diressi verso la tromba delle scale, dove incontrai Robin Seaberry, che in quei giorni soffriva di un terribile mal di schiena. Iniziammo a scendere. La aiutai e la maggior parte del tempo il nostro umore fu spensierato. Immaginavamo che quel giorno ci avrebbero pagato lo stesso, che saremmo scesi, avremmo mangiato e bevuto e saremmo tornati a casa come fanno gli studenti indisciplinati. Non avevamo la minima idea di cosa stesse succedendo fuori.
D: Poi cosa accadde?
R: Al 78esimo piano, Louis Sausa (dipendente di Aon Consulting, ndr) ed io, lasciammo uscire Robin nello Skylobby, che era però terribilmente affollato. Pensammo quindi che ci fosse troppa confusione e continuammo la nostra discesa, scelta molto intelligente. Robin prese uno degli ultimi ascensori e convinse Carol a salire con lei. Al 74esimo piano ci fermammo per fare una pausa.
D: E lì cosa successe?
R: Entrammo in bagno e lì, dalle finestre, vidi cosa stava accadendo alla Torre Nord. Non poteva essere solo un’esplosione.
D: Che cosa vide?
R: Da un piccolo ufficio, fumo e detriti cadere in quantità. Purtroppo però, non vidi soltanto quello: riuscii a scrutare distintamente il corpo di una persona. Lo seguii con lo sguardo fino in fondo. Non sapevo chi fosse ma li capii che quell’uomo potevo essere io, una persona che era venuta al lavoro, aveva comprato un bagel e non avrebbe avuto idea di quegli ultimi istanti di vita pieni di terrore.
D: Ha visto persone buttarsi?
R: Sì. Ne vidi subito un’altra. Così corsi indietro e a quella folla urlai ciò che avevo visto con i miei occhi. Subito dopo sentii una fortissima esplosione. Era il secondo aereo contro la nostra torre. Il palazzo oscillava. Stavo per tornare alla finestra quando mi tornò in mente il consiglio di mio padre.
D: Quale?
R: Il mio primo di giorno di lavoro, mentre ordinavo la mia scrivania avvertii la presenza di mio padre. Un giorno mi consigliò di non trattenermi troppo in ufficio, che il lavoro che stavo facendo era sufficiente: «Non restare troppo a lungo». Le sue parole mi tornarono alla mente in quell’istante e capii che dovevo scappare.
D: Cosa provò in quel momento?
R: Una sensazione di straniamento: il fuoco al lavoro non è una cosa normale. Mi sentii solo, nessuno sapeva che mi trovavo a quel piano. E infine pensai solo alle scale. Dovevo scendere il più velocemente possibile.
D: Quindi corse giù?
R: Sì. Ogni tanto volgevo in alto lo sguardo e ciò che potevo scorgere era soltanto fumo. Ad un certo punto, davanti a me, si aprì una crepa nel cartongesso. Avrei dovuto fare ancora molte rampe di scale e iniziai a percorrerle correndo, pregando di non rompermi una gamba. Sapevo che quel palazzo mi avrebbe ucciso se non fossi uscito velocemente. Urlai alle persone davanti a me di continuare a camminare, con calma. Per fortuna la calma prevalse.
D: Cosa accadde una volta fuori?
R: I soccorritori ci guidarono poi fuori e ci dissero cosa fare. Credo che molti di loro rimasero uccisi nel crollo. Ricordo che presi la metropolitana e girai da una parte all’altra della città. Riuscii ad avvertire mia moglie, entrando in una banca che mi fece telefonare. Gli alberi di Manhattan, di fronte a Macy’s, non mi erano mai sembrati così verdi, né il cielo così azzurro.
D: Quando capì che si trattava di un attentato?
R: La sera, quando finalmente riuscii a guardare i telegiornali in un ristorante di NYC.
D: Come è sopravvissuto a quell’esperienza?
R: Continuando a lavorare per Aon. Ma soprattutto grazie Alle persone amiche.
D: Com’è cambiata la sua vita?
R: Drasticamente. Apprezzo molto di più la vita e sono grato di avere delle persone attorno a me.
D: Dimenticherà mai quelle immagini?
R: Non credo. Però ricorderò sempre il WTC per com’era prima dell’11 settembre. Un posto meraviglioso.

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