2 Settembre Set 2016 1924 02 settembre 2016

«La satira tocca anche i morti»

Il comico Giorgio Montanini ci spiega in questa intervista perché la vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto è divertente. E anche se non lo fosse, avrebbero il diritto di pubblicarla lo stesso.

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Giorgio-Montanini

Una vignetta per scatenare l’inferno. Venerdì 2 settembre il settimanale francese Charlie Hebdo ha pubblicato un disegno satirico, a modo suo, sul terremoto che ha colpito il Centro Italia il 24 agosto. Morti e feriti reinterpretati come se fossero tipici piatti della cucina italiana hanno scatenato l’indignazione da tastiera. Nella maggior parte dei casi, di quelle stesse persone che un paio di anni fa cambiarono la propria immagine profilo con la scritta «Je suis Charlie», in solidarietà con i vignettisti uccisi dai terroristi dell’Isis il 7 gennaio 2015 a Parigi. Forse tolleriamo solo la classica satira su misura, che va bene quando non ci riguarda, quando non tocca i nostri valori o, peggio, i nostri cari. Ma se è vero che dovrebbe colpire i potenti, allora nessuno dovrebbe indignarsi se per farlo passa, come in questo caso, attraverso le vittime del sisma.

SATIRA PUNGENTE
Su questo ha le idee chiare anche Giorgio Montanini, attore comico che si è fatto conoscere negli ultimi anni soprattutto per il programma di Rai Tre Nemico Pubblico dove, oltre a recitare i suoi pungenti monologhi, organizzava anche molte candid camera politicamente scorrette. E altrettanto divertenti. Lui è uno di quegli autori satirici veraci, che si scalda facilmente sulla questione dei limiti, perché è (giustamente) convinto che «un comico deve poter dire ciò che vuole, anche le cose più scorrette, perché è questo il suo lavoro». La stessa cosa vale per chi si esprime attraverso dei disegni, persino quelli estremi di Charlie Hebdo.

L'attore comico Giorgio Montanini.

DOMANDA: Che cosa pensa della polemica scatenata dalla vignetta?
RISPOSTA: Mi viene da ridere in questo momento, non per la vignetta ma per l’ironia della sorte. Sono passati pochi anni dall’attentato a Charlie Hebdo. All’epoca erano tutti solidali, senza neanche conoscere la rivista. Lo dissi anche in un mio monologo: non siete Charlie! Ora sono tutti contro, solo perché vengono toccati personalmente. Ma la satira fa questo.
D: Ovvero?
R: Insulta, tocca aspetti della nostra vita quotidiana. Solo che in questo caso le persone si sentono coinvolte e reagiscono. Ma in fondo sono come quelli che hanno fatto l’attentato.
D: In che senso?
R: Charlie fece delle vignette contro l’Islam e quelli che sono più cazzuti li hanno ammazzati, ma il principio è uguale. Se all’epoca abbiamo difeso la libertà di espressione, dobbiamo difenderla anche ora.
D: Lei come ha trovato la vignetta sul sisma?
R: Simpatica e divertente. Ma bisogna capire che è la sintesi di un pensiero, di un concetto. Non ci si può soffermare alle immagini.
D: E in questo caso come va letta?
R: Siamo un Paese incivile. Uno Stato con molti territori sismici, come ad esempio le Marche, di cui sono originario, dove ci sono centinaia di paesini costruiti 300 anni fa e nessuno ha fatto nulla per metterli in sicurezza. Renzi, invece di andare dopo sui luoghi del terremoto, doveva andarci prima e far mettere a posto le cose che non reggono. Questo è il senso di quel disegno.
D: E basta?
R: Sì. Se la leggi e pensi che l’abbiano fatta per deridere i morti, sei un coglione, un ignorante, o forse ti fa comodo leggerla così e non andare in profondità. Poi chi l’ha detto che i morti non si toccano? In fondo siamo un Paese da terzo mondo.
D: Perché?
R: Siamo solo capaci di piangere i morti dopo e di non fare nulla. Ma ti disperi se sei in Africa, non se sei l’Occidente. In Giappone i morti non li piangono, li prevengono.
D: Tutti possono capire la satira?
R: Assolutamente no, perché non tutti hanno la sensibilità per comprenderla. In fondo tocca le corde più nascoste e se non hai una preparazione adeguata non riesci a coglierne il senso. Nasce proprio per questo.
D: Per non essere capita?
R: No. Affinché lo stupido si incazzi, per toccare l’emotività della gente, lì dove ci sono le peggiori nefandezze che tutti noi nascondiamo. Bisogna aggiungere che è meglio così.
D: Cioè?
R: Se la gente comprendesse tutta la satira, essa stessa non avrebbe senso. Se tutti si schierassero con Charlie Hebdo sarebbe grave, da domani non avrei più un lavoro. Perché il pubblico è il pubblico e deve rimanere tale. E su Facebook le persone  dovrebbero mettere solo le foto delle vacanze, non i commenti a ogni cosa succeda.


D: Un comico satirico non deve dunque interrogarsi sull’opportunità di uno sketch o di un pensiero?
R: Questo mai. Al massimo si deve domandare se personalmente reputa giusta quella cosa, ma non se potrebbe dar fastidio o meno. Un comico è un artista, dietro c’è una preparazione, uno studio, la sparata velleitaria la fa Salvini.
D: Quindi la satira non ha limiti?
R: Assolutamente. Un comico può e deve poter dire tutto e nessuno dovrebbe poterlo punire o addirittura arrestare. Solo il pubblico può condannare quel comico con il teatro vuoto, non la legge. È il politico, invece, che deve rendere conto di quello che dice, perché il suo è un mestiere diverso, lui deve avere il consenso perché le persone lo indichino come colui che li fa stare meglio. Un politico fascista va arrestato, un comico mai, è il pubblico che lo manda affanculo al massimo.
D: È un problema italiano non capirla?
R: Prova a fare uno sketch a favore dell’aborto negli Stati Uniti e vedi se qualche setta religiosa poi non ti ammazza. C’è da dire però che da noi c’è qualche difficoltà in più e mi riferisco soprattutto alla coerenza, ritornando al discorso delle matite spezzate di due anni fa e ora tutti contro quella vignetta. Mi ricordano le ovazioni a Mussolini e due anni dopo lui appeso a testa in giù in piazza Loreto.
D: Forse il pubblico italiano non è preparato.
R: Certo, perché pensano che i comici siano depensanti, perché sono abituati a Enrico Brigano o ad Alessandro Siani, ma quella è animazione da villaggio, non satira.

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