13 Luglio Lug 2016 1421 13 luglio 2016

Per lei non era colpevole

Ecco chi è Saveria Benedetta Palazzolo, compagna di una vita di Bernardo Provenzano, deceduto il 13 luglio 2016. Per la donna la sua famiglia era 'tormentata' dalla giustizia.

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Bernardo Provenzano Boss

«Mio marito è un uomo perseguitato fin da quando era ragazzo. Sì, fin dal 1963... da quando successero certe brutte cose in questo paese e subito incolparono lui». Questo diceva nel 2000 a Repubblica Saveria Benedetta Palazzolo, la donna del boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. Il mandante delle più feroci e sanguinarie stragi mafiose, catturato nel 2006 dopo 43 anni di latitanza, è morto nel giorno del compleanno della compagna, nata il 13 luglio del 1945 a Cinisi. Dalla loro unione sono nati due figli, Angelo, nel 1976, e Paolo, nel 1982.

COINVOLTA NEGLI AFFARI DEL MARITO
Sulla storia della coppia non si sa molto. Si sposarono, raccontava nel 2007 La Stampa, davanti a Dio (in Chiesa e di nascosto), ma non davanti alla legge, per la quale sono sempre stati soltanto conviventi. Ufficialmente 'camiciaia', la donna già negli Anni '60 risultava proprietaria di beni dal valore di centinaia di milioni di lire: fece da prestanome al marito in numerose società immobiliari e nel 1983, fuggendo a un tentativo di arresto, si rese irreperibile e iniziò a condividere la latitanza con Provenzano. Nel 1992, poco prima della strage di Capaci, la signora del boss tornava d'un tratto a Corleone, insieme ai sui figli, che iniziarono a vivere una vita 'normale', tra casa e studio.

«RISPONDO SOLO A DIO»
Sulle sue e del compagno implicazioni in fatti di mafia, però, la signora, nella stessa intervista rilasciata a Repubblica nel 2000, negava tutto. Il marito? Un santo. La sua famiglia? Tormentata senza motivo. Sembrava serena, la Palazzolo, che si è sempre affidata a Dio: «La giustizia? Conosco solo quella divina, a quella terrena ormai non ci credo più. Rispondo solo a Dio e solo lui ci giudicherà», affermava. E ne era proprio 'convinta' la moglie di uno dei personaggi più spietati della storia mafiosa italiana: «Abbiamo la coscienza tranquilla. Non abbiamo mai commesso nulla di malvagio».

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