12 Luglio Lug 2016 1930 12 luglio 2016

«Dico sì alla predica in italiano»

Dopo la proposta del Ministro Angelino Alfano, LetteraDonna ha incontrato Maryan Ismail, antropologa e rappresentate della comunità islamica somala in Italia. «Così diminuiranno i pregiudizi».

  • ...
maryan ismail

La preghiera. Le letture. I gesti. I sospiri di decine di persone, all’unisono. Le mani, giunte, che pregano. Chi chiede conforto. Chi aiuto. Chi chiede perdono. Chi si inginocchia e recita, nella propria mente, le parole di una liturgia che si porta dentro dal principio, dove ogni cosa è cominciata. Tutto, tra le mura che delineano la sacralità di un perimetro che ospita le suppliche di tanti. Quella lingua cadenzata, così lontana e melodiosa, racchiude le invocazioni di migliaia di fedeli, in tutto il mondo. Una guida spirituale, tra terra e cielo, scandisce lentamente versetti e salmi.
Lunedì 11 luglio, al Viminale, si è riunito il Consiglio per le relazioni con l’Islam. Intorno al tavolo si sono seduti 12 studiosi, il ministro degli interni Angelino Alfano e alcune delle tante comunità musulmane presenti in Italia. Ne è emersa una proposta. Un documento per il riconoscimento dei ministri di culto certificati.
Il vicepremier ha parlato di uno Statuto che non entri nelle questioni religiose ma che chieda agli Imam un percorso di riconoscimento delle regole dell’ordinamento. Tra le tante proposte, anche la predica in italiano. Questo darà loro la possibilità di accedere a luoghi protetti come ospedali, cimiteri e carceri. Secondo il ministro Alfano, questo punto di partenza favorirebbe il dialogo, l’integrazione e allontanerebbe razzismo e islamofobia.
Maryan Ismail, antropologa somala da molti anni residente in Italia, ha spiegato a LetteraDonna perché la predica in lingua italiana non rappresenta un pericolo per l’identità musulmana: «L’Islam è una realtà composita. In Italia ci sono migliaia di musulmani, provenienti da diverse parti del mondo: la contestualizzazione della lingua, in un territorio come il nostro, non solo allontanerebbe paure e pregiudizi ma gioverebbe anche ai fedeli non arabofoni».

DOMANDA: Dottoressa Ismail, lei era presente all’incontro di ieri con il Ministro Alfano?
RISPOSTA: Sì, ho ricevuto un invito ufficiale proprio da parte del Ministro, in rappresentanza della comunità islamica somala. Mi è stato chiesto di dare un contributo a questo tavolo di confronto e io ho accettato molto volentieri. Da questo incontro è nata l'idea di una predica in lingua italiana. Una proposta che a me personalmente piace molto
D: Che cosa la spinge ad appoggiare la proposta di Alfano?
R: Questo è stato un tavolo integrato e non calato dall’alto. È stato costruito con le associazioni, con le comunità musulmane che non sono state interpellate spesso. La visione d’insieme passava il messaggio di una maggior partecipazione. Questo aspetto ha contribuito a rasserenare il clima, che infatti era di collaborazione e positività. Anche questo elemento ha rasserenato e reso il clima, un clima di collaborazione e di positività. Non c’erano soltanto le più note associazione islamiche nazionali ma c’erano più anime. Finalmente, direi.
D: Una predica in italiano può stimolare l’interazione tra comunità e fedi diverse, secondo lei?

R: Non solo è un modo di avvicinare ma è un modo già utilizzato, legittimamente, in tutte quelle comunità musulmane che non parlano arabo. Io sono somala: le prediche, in Somalia, si fanno nella nostra lingua, perché pur essendo un Paese a maggioranza islamica, non è una Nazione arabofona. Questo vale anche per il Senegal o il Bangladesh. Esiste una grande indipendenza dal punto di vista religioso nella predica. Si può usare la lingua locale
D: Eppure, la lingua araba sembrerebbe connotare fortemente l’identità di questa confessione.

R: Questo non è del tutto vero. Intanto, è fondamentale comprendere che questa non è un’ingerenza né significa cambiare i connotati di una religione. Pensi alla specificità dell’Islam italiano: se in una sala fossero presenti un arabo, un somalo, un signore del Bangladesh, un senegalese e un albanese, la lingua veicolare sarebbe l’italiano. Sentire un sermone di un’ora in una lingua che non comprendo è disagevole. A quel punto, preferirei averla in una lingua che accomuna tutti. Io plaudo questa proposta, che noi avevamo già richiesto, proprio per questi motivi.
D: Predicare in italiano è segno di emancipazione?

R: Certamente. Per me, ad esempio, pregare in somalo è segno di emancipazione. Nessuno in Somalia ha mai pensato che chi predica in somalo manca di rispetto alla religione. Noi abbiamo il Corano tradotto, spiegato e specificato in somalo. Nessuno è obbligato a conoscere la lingua araba. Chi vuole pregare in arabo perché quella è la lingua utilizzata nella preghiera, lo può fare. Ma se io voglio capire il Corano nella mia lingua madre sono libera e legittimata a farlo.

D: Chi erano questi 12 studiosi al tavolo con Alfano? Secondo quali criteri sono stati scelti?
R: Principalmente docenti. Sono persone che studiano l’Islam, che lo insegnano, che hanno rapporti con il mondo islamico e che lo conoscono. I criteri però li conosce il ministero.
D: La proposta di Alfano ha avuto l’appoggio di diversi rappresentanti della comunità islamica. Perché, secondo lei?

R: Il punto centrale su cui abbiamo ragionato è che ci troviamo, come comunità religiosa, in uno Stato con una sua costituzione. Fare della costituzione un punto di partenza collettivo in quanto cittadini, residenti di uno Stato, io credo che sia una grande conquista. Non scontata. Penso che un’assunzione di maturità e di responsabilità da parte delle società islamiche sia un enorme passo in avanti.
D: Chi mancava a questo tavolo?

R: Il mondo islamico è molto sfaccettato e la sua comunità è molto composita. Ha una miriade di rivoli e portare migliaia di rivoli in un tavolo istituzionale è impensabile.
D: Secondo lei questo incontro avrebbe dovuto coinvolgere laici e fedeli?

R: Fedeli sicuramente no, altrimenti si sarebbe trattato di un’assemblea che avrebbe richiesto una metodologia diversa. Quando si parla di un tavolo di rappresentanza non si parla mai di un’assemblea di rappresentanza. Chi parla si definisce laica per antonomasia: la mia è la voce laica più importante, credo, nell’Islam italiano. Sono laica e sono una donna, che fa una grande distinzione tra religione e politica.
D: Alfano ha parlato di un no agli Imam fai da te. La vede come un’invadenza, da parte del Ministro, quella di chiedervi come pregare e come formare i vostri religiosi?

R: Alfano non ha mai detto che entrerà in merito alle questioni religiose dell’Islam. Credo nessun governo lo possa fare. Anche perché l’Islam non ha una figura centrale di riferimento, non è una religione verticale ma orizzontale. Altro ha detto invece il Ministro sugli imam fai da te: questi possono esserci e possono essere un problema.

D: Cosa si intende per Imam fai da te?
R: Bisogna intanto chiarire che cosa rappresenta l’Imam: è una guida religiosa che viene scelta dalla comunità dei fedeli. L’Imam ha l'importante funzione di aiuto nella comprensione della preghiera e della liturgia contingente alla preghiera. Lo si sceglie, di norma, tra quelle persone che conoscono il Corano, che l’hanno studiato o tutto o in parte. Deve avere certi connotati. Non è necessario che esca da un’università religiosa ma ci si affida a persone a cui viene riconosciuta autorevolezza. Gli Imam fai-da-te possono essere persone degne, ma magari limitate nei propri studi teologici.
D: Come deve essere un buon Imam, invece?

R: Il salto di qualità che noi musulmani cerchiamo di suggerire, proprio in questo momento storico, è quello di affidarci a persone preparate dal punto di vista teologico, che sappiano guidare e orientare la comunità in un discorso di pacifica convivenza. Questo è fondamentale, per noi e per i nostri figli.
D: Alfano ha parlato anche di un maggior rilievo della figura femminile, nella scelta delle guide religiose.

R: Abbiamo chiesto al Ministro di fare in modo che siano donne a contribuire alla formazione degli Imam. Il ruolo della donna nel mondo musulmano non deve ridursi soltanto a quello della madre e della buona cittadina. Per me questo è normale.
D: Perché?

R: Io sono andata alla scuola coranica come miei fratelli. All’interno della cultura musulmana sono state tante le teologhe. Penso sia giusto applicare le pari opportunità anche nell’ambito della conoscenza religiosa, perché è capitato che le nostre tradizioni culturali e patriarcali abbiano tarpato le ali alle donne.
D: Come prenderanno le comunità questa proposta?

R: Come punto di partenza per tutti. Certo, come tutti i punti di partenza non sarà completa ed è sicuramente perfettibile. Oggi è così, fra dieci anni non sappiamo come si evolverà l’Islam italiano ed europeo. Sicuramente non deve esserci un registro rigido ma che dia la possibilità poi di essere modificato se questo può far convivere serenamente le comunità islamiche nel tessuto italiano.
D: Quindi, questa proposta è un punto di partenza.

R: Sì e darà la possibilità alle fedeli e ai fedeli di essere riconosciuti come tale, uscendo dalla dicotomia di Islam uguale terrorismo. Questa sarà una piattaforma dalla quale partire per migliorare la comunicazione, uscire da questa selvaggia riduzione dei buoni contro i cattivi. L’importante è che non ci sia chiusura, pregiudizio e soprattutto mancanza di libertà, da una parte e dell’altra. Confrontarsi civilmente e civicamente è il mio auspicio. Altrimenti, tutto questo mondo di fatwe, di di minacce e di contrapposizione non farà crescere una comunità che comunque di suo è pacifica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso