6 Luglio Lug 2016 1948 06 luglio 2016

«Pistorius? Condannato dalla vita»

L'atleta sudafricano dovrà scontare sei anni di carcere per l'omicidio della fidanzata. Il parere di Franca Leosini sulla sentenza: «La storia con Reeva era segnata in partenza».

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Era nato senza peroni e con gravi malformazioni ai piedi. A 11 mesi, l’amputazione di entrambe le gambe. Poi, con i capelli castani e i tratti del volto netti, Oscar Pistorius è diventato 'Blade Runner' o 'The fastest man on no legs' (l’uomo senza gambe più veloce di tutti, ndr). A reggere le sue imprese, dalle ginocchia in giù, delle protesi molleggiate in fibra di carbonio, gambe magiche in grado di elevarlo ovunque, verso qualsiasi meta. Come la medaglia d'oro nei 200 metri alle Paralimpiadi di Atene 2004, appena diciottenne, e la partecipazione a Londra 2012, primo atleta amputato a gareggiare a fianco dei normodotati. Era questo Oscar Pistorius: un supereroe dello sport, amato e rispettato da tutti.
Poi nella notte di San Valentino del 2013, nel buio della sua abitazione, è sceso dal letto e impugnando la sua pistola, ha esploso quattro colpi, uccidendo la fidanzata Reeva Steenkamp, modella sudafricana. Da quel momento, Pistorius si è sempre difeso dichiarando di aver creduto che dietro quella porta ci fosse un malvivente.

I PROCESSI E LE SENTENZE
Il 21 ottobre 2014 è stato condannato in primo grado a cinque anni per omicidio colposo causato da un’azione portata con negligenza e con forza eccessiva. Ma il fantasma del femminicidio ha attraversato i continenti e rincorso l'atleta: più tardi, il Tribunale supremo ha ribaltato il verdetto, dichiarando la colpevolezza per omicidio volontario, che preve un minimo di 15 anni di carcere. A tre anni da quella notte, la sentenza definitiva. Oscar Pistorius è stato riconosciuto colpevole di omicidio volontario è condannato a sei anni di carcere in appello. «Penso che il giudice abbia tenuto conto del suo gravissimo handicap e della sua situazione fisica», spiega a LetteraDonna Franca Leosini, ideatrice e la conduttrice di Storie Maledette. Una profonda conoscitrice delle pieghe più oscure dell’animo umano, a cui abbiamo chiesto di commentare la sentenza.

DOMANDA: La sentenza definitiva, 6 anni di carcere, è giusta? 
RISPOSTA: Non amo commentare le sentenze, che devono essere accettate e si devono rispettare, soprattutto quando sono espresse in un Paese che non è il nostro, con valutazione di diritto completamente diverse. Ritengo però che a condannare Oscar Pistorius, prima ancora di una sentenza della Corte Sudafricana, sia stata la vita.
D: Perché, secondo lei?
R: L'handicap fortissimo che ha dominato la sua vita forse è stato determinante in tutti i sensi.
D: Cosa intende?
R: È stato determinante, forse, nel gesto che ha commesso e sicuramente nella sentenza che ha chiuso, o almeno così sembra, questa vicenda. Solitamente la condanna che viene comminata per un omicidio volontario in Sudafrica è di 16 anni. A Pistorius ne sono stati dati sei, nonostante gli sia stato riconosciuto questo tipo di reato.
D: Secondo lei il giudice ha tenuto conto della sua condizione fisica?
R: Sì, ma ripeto: a condannare questo giovane uomo ci ha pensato la vita, in anticipo. Sconterà questi anni, che sono il corollario doloroso di un destino che già era stato segnato in partenza.
D: Ritiene che anche la sua condizione fisica abbia inciso, in un certo senso, nel commettere l'omicidio di Reeva?
R: La situazione fisica di Pistorius l’ha messo in condizione di essere un uomo con una capacità dimezzata di vivere una vita normale. La sua disabilità può averlo messo in condizione di non essere una persona, un uomo, con abilità totali. Ma è difficile dire questo.
D: Che idea si è fatta di questo atleta?
R: Penso sia una persona molto sofferente, nonostante sia stato un grande campione che ha vinto tutto. Quando già metà del tuo corpo è condannata e hai accanto lo splendore di una ragazza come Reeva possono prevalere delle insicurezze.

Reeva Steenkamp e Oscar Pistorius: sembravano una coppia felice.

D: Pistorius ha sparato quattro colpi di pistola. Si può parlare di femminicidio?
R: Io detesto la parola femminicidio. Credo che Pistorius sia un uomo che, segnato nella vita da un handicap così grave, abbia già un potenziale di infelicità e di inadeguatezza in più. Ha scelto una stella che brillava troppo, per lui. Probabilmente, la storia con questa bellissima modella era segnata in partenza.
D: Perché, secondo lei?
R: Penso che lui potesse temere che una ragazza così bella, così luminosa, così corteggiata, pur vivendo accanto un campione mondiale, potesse volgere gli occhi altrove. Non voglio però che queste parole risultino in nessun modo una condanna per lei. Reeva era una ragazza molto bella che aveva scelto di stare accanto a un uomo segnato: fu un gesto di grande amore, di grande generosità. È una ragazza che non ce l’ha fatta a portare fino in fondo questa storia e lui non ce l’ha fatta ad accettarla.
D: Trova qualche paragone con il caso O.J. Simpson?
R: Difficile paragonare queste due storie, anche solo per il fatto che hanno avuto conclusioni differenti. Pistorius è stato condannato, la storia di O.J.Simpson ha avuto un epilogo molto diverso.
D: Cosa chiederebbe a Pistorius se potesse intervistarlo per Storie Maledette?
R: Ha presente quello che chiamano il librone davanti a me, che praticamente rappresenta l’elenco delle domande? Ecco, gli chiederei probabilmente tutto ciò che non gli è stato chiesto al processo. Sarebbe troppo riduttivo sintetizzarlo in una sola domanda.
D: Secondo lei, il fatto che Pistorius sia un personaggio così amato dall’opinione pubblica ci ha reso tutto un po’ più clementi nei suoi confronti?
R: Più che essere amato, è un personaggio che genera quella pietas che immediatamente suscitano le persone che hanno un handicap così profondo. L’amore per Pistorius è stato un amore dedicato soprattutto al coraggio di questo giovane uomo che è riuscito a vincere non soltanto le sue gare ma anche una scommessa con la vita. Più che essere amato lui è stato un personaggio molto rispettato. Lascerei da parte l’amore, metterei in prima linea la parola rispetto nei confronti di una persona che aveva già perso molto, che ha sbagliato molto e che ha coinvolto in questa sua tragedia una creatura umana meravigliosa, che aveva scelto di dividere una pagina del suo destino con lui.
D: Una storia maledetta?
R: Purtroppo è una pagina che si è chiusa troppo in fretta. Anzitutto per questa ragazza. Ma anche per lui, perché penso sia una persona che soffre molto. È una situazione nella quale vanno rispettati tutti: chi ha giudicato, chi c'è ancora e anche chi non c'è più.

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