22 Giugno Giu 2016 2205 22 giugno 2016

«Noi calciatrici vogliamo tutele»

Le gratificazioni non bastano. Ne abbiamo parlato con Katia Serra, ex della Nazionale oggi commentatrice degli Europei. «Un presidente Figc donna? Impossibile. Non veniamo prese sul serio».

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Ex calciatrice della Nazionale, 43 anni splendidamente portati, Katia Serra è la vera rivelazione televisiva di Euro 2016. Opinionista de Il grande match su RaiUno, condotto da Flavio Insinna, parla di calcio con competenza e con un grande amore che traspare in ogni suo intervento, senza dribbling ma con slancio. Da esperta del settore si muove in un ambiente ancora fortemente maschile, fuori e dentro il campo, a fianco dei colleghi Arrigo Sacchi e Marco Tardelli. Tenace e determinata è stata l’unica donna a laurearsi con 110 e lode al corso federale per direttori sportivi battendo tutti gli altri uomini. E non è escluso che la vedremo al posto di dirigenti come Marotta o Sabatini. Lei, intanto, confessa: «Vorrei essere come un gatto e avere sette vite per realizzare tutti i miei desideri, quello che mi auguro è di lavorare nel calcio a tempo pieno. Mi piace la parte tecnica, in quale ruolo lo vedremo in futuro. Non mi pongo limiti».

DOMANDA: Da calciatrice a commentatrice tecnica per Rai Sport. Come è stato questo passaggio?
RISPOSTA: Tutto è nato, casualmente, nel 2011 dopo aver chiuso la mia carriera sul campo. Volevo diventare allenatrice, visto che avevo già fatto un po' di esperienza nel settore giovanile. Poi la Rai mi ha chiesto di diventare commentatrice di calcio femminile e ho accettato subito con un entusiasmo.
D: Oggi è opinionista per Euro 2016 su RaiUno.
R: È un’esperienza importante e gratificante. Mi ha voluta il neo direttore di Rai Sport Gabriele Romagnoli che mi ha visto lavorare e scelta per le mie qualità, e questo mi fa ancora più piacere.
D: Ha avuto qualche difficoltà?
R: Vivo questo lavoro con molta disinvoltura. Da quando sono bambina partecipo a discussioni calcistiche in mezzo a tanti uomini. Non mi sento in difficoltà, né inibita. Nelle prime puntate ho dovuto sgomitare un po' per acquisire spazio: sentire una donna parlare di calcio con competenza sorprende ancora. Non ci siamo abituati.
D: Cosa pensa del percorso dell'Italia e qual è il suo pronostico?
R: Nonostante i numerosi cambi sulla formazione mercoledì troveremo comunque una squadra con tanta grinta, determinazione e voglia di dimostrare che chi ha giocato un po’ meno è pronto. Mister Conte ha la possibilità di puntare su tutti i giocatori. Per il futuro dobbiamo sognare in grande, puntando a ottenere la vittoria, nonostante il percorso sarà difficile. L’Italia ha storia, capacità e carattere per affrontare le sfide al meglio.
D: Qual è la nazione che potrebbe vincere sorprendendo tutti?
R: La Polonia sta giocando molto bene, anche se è una delle meno favorite e non credo possa vincere.
D: Chi, invece, potrebbe aggiudicarsi gli Europei escludendo l’Italia?
R: Mi aspetto una Francia vincente e non sarebbe una sorpresa.
D: Quale giocatore non molto conosciuto dobbiamo tenere d'occhio?
R: Non conoscevo Bartosz Kapustka, classe 1996, della Polonia, e mi sta piacendo moltissimo. Lo trovo molto interessante. Anche i giovanissimi Eric Dier e Dele Alli dell’Inghilterra in questo Europeo stanno dimostrando tutto il loro valore.
D: Tra i suoi incarichi c'è stato anche quello di Responsabile Settore Calcio Femminile A.I.C. Come considera oggi il movimento femminile in Italia?
R: Molto arretrato se paragonato a quello che succede fuori dall’Italia. Mi auguro che tutto quello che porta a parlare di 'donne e calcio' possa stimolare una crescita perché oggi sono tantissime le bambine che giocano e ce ne sono tante altre che vorrebbero avere la possibilità di iniziare questo sport. Sicuramente siamo in un momento di cambiamento, ma se vogliamo essere competitivi dobbiamo fare un salto di qualità. Oggi non esiste un presidente di calcio femminile a livello federale: un paradosso.
D: Quali sono le soluzioni per far crescere il movimento?
R: Servono una programmazione, investimenti e finanziamenti economici, e una struttura dedicata che al momento non esiste perché troppo frammentata. Siamo lontanissimi rispetto al resto del mondo.
D: Le sportive italiane vivono in una condizione di «dilettantismo imposto». In Europa non è così ma l’Italia resta ai margini. Nel 2014 la deputata Laura Coccia aveva una proposta di legge per la parità di genere nello sport professionistico, cosa ne pensa?
R: È necessario un cambiamento. Ci sono sport come il nuoto, la pallavolo e il tennis che non sono considerati da professionisti ma che hanno già le condizioni economiche per esserlo. Il calcio femminile non ha ancora raggiunto lo stesso livello ma se non lo facciamo diventare effettivamente un lavoro rischiamo solo di disperdere talento e qualità. Il professionismo è una direzione da intraprendere subito.

D: Da calciatrice ha avuto una breve esperienza in Spagna. Lì com'è il movimento femminile?
R: È stata l’unica stagione sportiva dove mi sono sentita veramente una calciatrice, all’interno di una struttura organizzata. Avevo un appartamento, frequentavo una scuola di spagnolo ed ero regolarmente pagata. Ero considerata una lavoratrice a tutti gli effetti.
D: Che tutele hanno le calciatrici italiane?
R: Da noi ci sono solo le gratificazioni personali sul campo. Non maturi una pensione, se ti fai male devi avere una tua assicurazione: non siamo tutelate. Non abbiamo nemmeno il diritto alla maternità, come Associazione Calciatori siamo riusciti almeno a conquistare il diritto di permettere alle calciatrici di poter rientrare, al termine della gravidanza, nella stessa squadra in cui militavano prima della maternità.
D: Spesso le opinioniste sportive vengono accusate di non capire nulla di calcio. È successo anche a lei?
R: Il percorso è stato difficile e molto duro perché all’inizio non si spiegavano come mai potessi avere le competenze per parlare di calcio, quindi molti hanno pensato che fossi spinta perché «figlia di» o «moglie di». Non venivo presa sul serio perché nessuno conosceva il mio passato in campo. Ho superato parecchie situazioni poco simpatiche portando pazienza e ho perseguito il mio obiettivo. Non è una questione di genere, ma di capacità e professionalità.
D: A breve si terranno le elezioni per il nuovo presidente Figc. Il mondo del pallone quando sarà pronto per un presidente federale donna?
R: Lo vedo un obiettivo lontanissimo, praticamente irrealizzabile.
D: Il presidente della Lega Nazionale dilettanti Felice Belloli aveva detto nel 2015: «Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche».
R: È stato indecente sentire un’opinione del genere da chi governa il calcio. In realtà sono tantissime le persone, soprattutto nella dirigenza, che hanno la stessa idea ma non la esternano. Fino a quando non cambierà questo tipo di mentalità e non ci si renderà conto che esiste anche il calcio femminile diventerà complicato riuscire ad emergere.
D: Nel vostro settore sembra uno stereotipo quello di considerare le calciatrici delle lesbiche, mentre sembra sia quasi vietato parlare di calciatori gay. Cosa ne pensa?
R: Non se ne parla perché ci sono troppi interessi economici da salvaguardare. In Italia avere un’identità sessuale diversa da quello che la Chiesa cattolica ci ha insegnato diventa pericoloso, soprattutto a livello maschile, perché si rischia di far crollare una parte del sistema economico.

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