17 Giugno Giu 2016 1857 17 giugno 2016

«Brexit, propaganda sulla paura»

Intervista a Lazzaro Pietragnoli, consigliere comunale a Londra, attivo nel partito labourista. Che dopo il caso Cox dice: «La gente spinta a votare con la pancia e non con la testa: così i pazzi uccidono».

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All’indomani dell’omicidio di Jo Cox, deputata 42enne assalita al grido «Britain First», il referendum sulla Brexit fa paura. Perché tra i cittadini del Regno Unito, chiamati il 23 giugno a decidere se vogliono rimanere parte dell’Unione europea oppure uscirne, serpeggiano tensioni e paure, nate anche da una campagna elettorale che si è contraddistinta per i toni eccessivi. Una situazione mai vista nella civilissima Gran Bretagna, come sottolinea Lazzaro Pietragnoli, italiano da anni residente a Londra, attivo nel partito laburista, consigliere comunale nella Capitale e, soprattutto, sindaco del quartiere di

. Un luogo alla moda, fucina di tendenze e innovazioni anche grazie alla varietà della sua popolazione, composta per il 45 % da persone non britanniche.

DOMANDA: Pietragnoli, lei conosceva Jo Cox, che era del suo partito?
RISPOSTA: Sì, ci eravamo avvicinati per ragioni diverse dalla politica. L’avevo conosciuta nel 2007, quando collaboravo a un progetto per i bambini immigrati. Lei era la direttrice di Oxfam Uk, organizzazione che segue queste problematiche, e l’avevo incontrata per chiedere fondi. Non erano arrivati ma comunque ci aveva aiutato molto. Poi l’avevo persa di vista fino al 2015, quando sono stato invitato a una riunione in Parlamento per discutere di altre cose. Quando mi ha visto si è avvicinata e mi ha chiesto se fossi quello del progetto per i bambini. Il fatto che la direttrice di una realtà così importante e complessa si ricordasse a dieci anni di distanza di chi le aveva presentato uno dei tanti progetti, mi ha fatto capire quando fosse appassionata nel suo lavoro.
D: Come ha reagito quando ha saputo dell’omicidio?
R: Sono rimasto scioccato, anche perché l’ho saputo in un modo brutto. Mi ha informato una persona che ho incontrato per strada e poi ho capito che la vittima era Jo Cox. L’altra cosa che mi ha colpito è il fatto che sia stata attaccata mentre andava ai colloqui con i suoi elettori. Io li faccio ogni settimana come sindaco di Camden. Lei è andata là, si è messa a disposizione della comunità da cui era stata eletta. Si è presentato un pazzo e l’ha uccisa.
D: Come mai secondo lei si è arrivati a tanto? Un omicidio per un referendum..
R: Questo referendum sta scatenando le cose peggiori, anche perché ha fatto diventare accettabili dei linguaggi e degli atteggiamenti che dovrebbero stare fuori dalla politica. Quando la campagna per il «Leave» usa come manifesto una nave piena di rifugiati in mezzo al Mediterraneo e scrive vicino alla foto «Riprendiamo il controllo dei nostri confini», significa che non si hanno più limiti. Perché si sa che i profughi sono una tragedia umanitaria che niente ha a che vedere con la questione della libertà di movimento in Europa. In questi anni ci sono stati cambiamenti pesanti.
D: Per esempio?
R: Quando io sono arrivato qui, all’inizio degli anni Duemila, venivo descritto come un cittadino europeo che vive a Londra. Con il passare del tempo abbiamo perso la caratterizzazione di cittadini e siamo diventati degli immigrati europei, ma per alcuni dovremmo anche perdere la caratterizzazione di europei.
D: Questo atteggiamento cosa comporta?
R: Seguendo questa deriva, nella campagna si è andati a cercare gli istinti più bassi, da parte di tutte e due le parti, perché nessuno ha ragionato sull’importanza dell’Europa e del suo sviluppo. Tutti hanno solo fatto propaganda puntando sulle paure: se si esce crolla il mercato della casa, crolla la borsa. La gente viene spinta a votare con la pancia e non con la testa, ma quando si sceglie questo modo di procedere, può anche accadere che un pazzo si metta ad uccidere.
D: Personalmente ha avuto sentore di questi atteggiamenti?
R: Giorni fa facevo campagna per il «Remain» a Norfolk, in East Anglia e due o tre persone mi hanno detto che non potevo fare il consigliere comunale a Londra, perché da straniero non potevo rappresentare gli interessi degli inglesi. Peccato che nel posto dove vivo io a Londra il 43 % delle persone non sia di origine inglese.
D: A questo punto quali sono le sue previsioni sull’esito del referendum?
R: Non lo so. Ho antenne diversificate. Camden è un posto dove il sentimento pro Europa è forte e l’integrazione funziona, anche se elementi di preoccupazione ci sono, visto che ad esempio parte della comunità del Bangladesh non dimostra interesse sul tema e quindi non vorrebbe votare. Un sondaggio recente, poi, sostiene che a Londra le due fazioni sono vicine, ma allora cosa accadrà nei luoghi più conservatori? In generale, comunque, questa campagna non ha mai aiutato l’Europa. È stata una campagna di difesa di quello che c’è al momento, senza alcuna progettualità per il futuro.
D: Sotto il profilo pratico, se vince il partito che vuole lasciare l’Europa, cosa succederà per gli Italiani che vivono in Uk?
R: Non è che si chiudono i confini al volo. Ci sarà un periodo di transizione, in cui si comincerà a trattare con l’Unione europea e con i singoli Paesi su come gestire certe situazioni, tra cui quella dei cittadini dei diversi stati che risiedono da tempo nel Regno. La cosa più ragionevole sarà che chi vive qui da anni e ha un lavoro acquisirà il diritto di rimanere e invece coloro che sono appena arrivati, senza lavoro, magari in difficoltà, verranno rimandati a casa. Quanto a quelli che pensano di trasferirsi, verranno imposti controlli forti. Certo le cose cominceranno a essere più difficili, con criteri di selezione e verifica, come le forme di controllo che esistono per gli immigrati da altre aree non europee.
D: Se vincesse il «Leave» quali sarebbero le conseguenze in chiave europea, con particolare riguardo all’Italia?
R: Dipenderà dai rapporti che Italia e Inghilterra metteranno in atto tra loro. Ci sono un sacco di inglesi che hanno case in Italia e quindi bisognerà capire cosa succederà con quelli. Ci saranno trattative a livello governativo e probabilmente, visto che il turismo è una forma di guadagno, si definiranno delle forme di agevolazione. Sui week end lunghi nei nostri due paesi, da una parte e dall’altra bisognerà fare dei ragionamenti, come per la diffusione delle merci e le eventuali tasse.
D: Se invece si decide di restare, non cambierà nulla?
R: Dipende da come vincerà. Se sarà per il rotto della cuffia, probabilmente comunque a livello politico si dovrà tenere conto delle richieste del Paese e pur all’interno dell’Unione europea si promuoveranno forme di restrizione per l’immigrazione.
D: Molti ragazzi oggi decidono di completare gli studi universitari in Inghilterra. Cosa cambierà per loro in caso di vincita del «Leave»?
R: Gli interessi dell’università inglese sono per rimanere in Europa e questo è stato detto chiaramente. Un po’ perché i finanziamenti che arrivano dall’Unione europea sono il triplo di quelli che il Paese manda e poi perché verrebbero meno una serie di importanti partnership di ricerca e insegnamento. Quanto ai giovani italiani per venire a studiare in Gran Bretagna dovrebbero pagare tasse più alte e avere un visto. Probabilmente andranno altrove, in Germania o in Francia.
D: Qual’è il suo rammarico rispetto a questo referendum?
R: Oggigiorno viviamo in un mondo che si integra sempre di più, con aziende che hanno la produzione in un Paese, la direzione in un altro e i centri di smistamento in un terzo. I problemi sono globali e comuni e invece la Gran Bretagna sta pensando di chiudersi in se stessa, preoccupandosi del proprio orticello. Una follia.

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