14 Giugno Giu 2016 1820 14 giugno 2016

«La sofferenza ci rende sacri»

A tu per tu con Rossana Campo, vincitrice del premio Strega Giovani 2016 con Dove troverete un altro padre come il mio: dal rapporto difficile, ma necessario, con i genitori, al potere della scrittura.

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rossana campo scrittrice

Appassionata, profonda, attenta alla vita e al cuore delle persone. Tre concetti che, per quanto riduttivi, riassumono bene la figura di Rossana Campo, vincitrice della terza edizione del Premio Strega Giovani 2016. Il suo libro Dove troverete un altro padre come il mio (Ponte alle grazie, pp. 120, 13 euro) è stato infatti il più votato da una giuria composta da 500 ragazze e ragazzi di età compresa tra i 16 e i 18 anni, in rappresentanza di 50 licei e istituti tecnici di tutto il Paese. Mentre è già al lavoro sul suo prossimo progetto, si dice soprattutto felice di essere riuscita, con questo 16esimo lavoro, a «raggiungere i cuori esigenti dei più giovani». Perché «parlare all'anima è la cosa più difficile, e l'unica che conta».
Premiato a Montecitorio, questo lavoro racconta il rapporto profondo e viscerale che l'autrice aveva con il padre, i loro conflitti e il loro profondo amore. Il racconto di una vita, utilizzato anche e soprattutto per parlare «di tutti i genitori del mondo» e per provare a spingere altri figli a far pace con chi li ha generati e con il dolore che gli hanno causato. Perché forse è la loro più grande eredità.

DOMANDA: Premio Strega Giovani, sono passate solo poche ore. Come si sente?
RISPOSTA: Mi ha reso molto felice, soprattutto perché questa giuria è composta da ragazzi. La loro risposta al mio lavoro, il loro sentirlo così profondamente rende evidente che nel libro c'è qualcosa di diretto e sincero. Sono riuscita a comunicare quei sentimenti viscerali che mi hanno mossa verso questo tema. Guardando quei ragazzi - ragazze per la maggior parte, per essere precise - mi sono sentita ricompensata dello sforzo fatto per compiere il viaggio dentro la mia anima, necessario alla scrittura di questo libro.
D: Qual è stato il suo primo pensiero?
R: Che mio padre mi stava parlando, che da qualche parte nell'universo c'è ancora la sua essenza e in quel momento più che mai mi era vicino. Io credo fortemente che morte e vita non siano divise, bensì collegate da un flusso continuo di energia. Mio padre è venuto a mancare nel 2013 e da allora io non ho mai smesso di dialogare con lui, sentendolo più vicino in alcuni momenti, in alcuni luoghi. La consegna del premio (avvenuta presso la Camera dei Deputati alla presenza della Presidente Boldrini, ndr) è stato uno di questi.
D: Il dialogo e la parola quanto sono importanti per lei?
R: Fondamentali. Ci sono stati dei dialoghi, delle conversazioni nella mia vita che mi hanno trasformato; con persone che considero maestre spirituali o amiche a me particolarmente vicine. Può diventare un entrare nell'anima di chi ci sta di fronte. Ugualmente mi piace stare in silenzio. Penso che i momenti di totale ed esclusiva comunione con noi stessi nutrano l'anima. Le parole e i momenti in cui queste mancano coscientemente, i momenti di silenzio consapevole, sono egualmente importanti per gli esseri umani.
D: Se dovesse spiegare a un ragazzo qual è il cuore di Dove lo troverete un padre come il mio, come lo farebbe?
R: Dicendo in primis che è un racconto che ho voluto fare a me stessa, un lungo percorso all'interno della mia anima che mi ha permesso di fare pace con mio padre. Con la sua figura, con la sua persona e a un livello tanto profondo da poter far pace anche con quella parte di papà Renato che c'è in me. Ho voluto parlare dei genitori, le persone più importanti della nostra vita. La maggior parte delle nostre felicità e delle nostre sofferenze è legata a chi ci ha generato; in questo viaggio nell'anima, prima ancora che letterario, ho voluto parlare di ciò che di buono sono riusciti a darci. Compreso il dolore, perché l'essere umano è prezioso e sacro anche grazie alla sofferenza.
D: Spesso si dice che le nuove generazioni siano staccate da ogni tipo di affettività. Lei cosa ne pensa?
R: Che è un'illusione pensare che internet, gli smartphone, i videogiochi possano aver sostituito legami imprescindibili per un essere umano. A qualsiasi età e in qualsiasi secolo il padre - e la madre- resta una figura fondamentale, nel bene e nel male.  E lo sanno anche i più giovani.
D: Una delle ragazze della giuria ha definito la sua scrittura «slegata dalle convenzioni». Lei come definirebbe il suo stile?
R: All'indomani del mio 16esimo libro, posso dire con certezza che in tutto il mio percorso letterario sono riuscita a tenere fede alla mia idea di una scrittura che riesca ad arrivare a tutti. Io lavoro moltissimo sulla parte linguistica dei miei libri, le mie pagine sono rilette e limate più volte, ma nonostante questo le persone riescono a sentire le mie parole come vere. Questa è la mia più grande vittoria: creare testi che non siano letterari in senso negativo, che vivano degli echi della vita reale e accompagnino attraverso ogni virgola all'interno dei personaggi, della loro anima.
D: In quale corrente letteraria si riconosce?
R: Ho studiato a Genova, mi sono formata con Sanguineti, all'interno della neo avanguardia italiana. La sperimentazione è sempre stata il mio faro, anche nell'approcciarmi alla letteratura anglofona, americana in particolar modo. La mia scrittrice culto è Gertrude Stein. Nonostante questo non ho mai scritto per il puro gusto di sperimentare la lingua, per me è importante emozionare, far riflettere.
D: Che ruolo hanno avuto i libri e la lettura nella sua vita?
R: Fondamentale. Ho dichiarato spesso che i libri mi hanno salvato la vita e so di non aver esagerato. Sono cresciuta in una famiglia impossibile da definirsi intellettuale, particolarmente caotica e incasinata. Immergermi in quei tomi che tenevo tra le mani ha permesso il formarsi della mia identità più profonda. In quelle pagine mi sono specchiata e riconosciuta, fino a trovare la me stessa che stavo cercando. In alcuni libri più di altri.
D: Può farmi un esempio?
R: Una lettura per me capitale è stata l'autobiografia di Simone de Beauvoir. L'ho letta quando ero poco più che adolescente e non avendo una cultura di base particolarmente forbita ero incapace di capire parte di quello che c'era scritto, ma nonostante questo ho assorbito ogni virgola. Il suo sguardo di donna sul mondo, la sua voglia di liberarsi ed emanciparsi, per me sono stati fari e punti di riferimento imprescindibili. Posso dire con tranquillità che Simone de Beauvoir è la mia madre simbolica, colei che ha fatto nascere la mia anima. Importante quasi quanto la madre in carne e ossa.
D: Il dibattito tra critici e scrittori è aperto da secoli: secondo lei esiste una «scrittura al femminile»?
R: Quando me lo chiedono rispondo che se c'è un libro che incarna la perfetta «scrittura femminile» intesa come concentrato di minuziosità e descrizioni, allora questo è La Ricerca del tempo perduto di Proust. Il sesso che sta dietro gli occhi di chi osserva il mondo è ovviamente parte integrante della sua esperienza di osservatore, prima ancora che di scrittore o di artista; questo però non giustifica tutti coloro che relegano le donne che scrivono nello stereotipo della leggerezza e dell'effimero. Non esiste scrittura femminile o maschile come sinonimo di maggiore o minore impegno culturale,  ma solo uomini e donne con il loro talento, che scrivono e che fanno letteratura. La vera distinzione da fare è fra la vera letteratura e ciò che è semplicemente stampato.

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