9 Giugno Giu 2016 1857 09 giugno 2016

«Me l'hanno ammazzato di botte»

La nostra intervista a Maria Ciuffi. Suo figlio Marcello Lonzi morì, ufficialmente, di infarto mentre scontava in carcere una pena per furto. Ma il suo cadavere presentava gravi ferite.

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maria ciuffi

«Stefano Cucchi è stato vittima di tortura come Giulio Regeni». Queste le parole usate l'8 giugno dal procuratore generale Eugenio Rubolino durante la requisitoria con cui ha chiesto la condanna per omicidio colposo per cinque medici dell'ospedale 'Pertini' di Roma: «Cucchi è stato pestato, ucciso quando era in mano dello Stato, ucciso da servitori dello Stato in camice bianco. Occorre restituire dignità a Stefano e all’intero Paese. Bisogna evitare che muoia una terza volta». Com'è giusto, la notizia ha avuto ampia eco sui media. Che, però, si sono dimenticati fin da subito della morte di Marcello Lonzi, 29enne morto l'11 luglio del 2003 nel carcere livornese delle Sughere, dove stava scontando nove mesi di reclusione per tentato furto.

I MISTERI SULLA MORTE
Un ragazzo morto di infarto, Marcello. Con otto costole rotte, due denti spezzati, tre tagli sul viso, un polso fratturato e due buchi in testa, di cui uno profondo fino all’osso, sporco della vernice blu scura della cella. Per non parlare della camicia sporca di sangue e delle vistose ecchimosi sul corpo. Le foto del suo cadavere sono impressionanti e sembra davvero difficile ricollegarle a una caduta dopo un malore. Eppure è di questo che parla il referto del pronto soccorso, che indica le 20.15 come ora del decesso: «So che Marcello è stato ammazzato di botte e anche che non è morto a quell'ora, ma alle 17, se non prima. E continuerò a lottare perché voglio verità e giustizia», racconta la madre Maria Ciuffi a LetteraDonna. Le indagini sono già state archiviate due volte e nessun agente di polizia penitenziaria è stato processato. Ma la speranza di Maria è che presto il gip rinvii a giudizio i due medici del carcere, Gaspare Orlando ed Enrico Martellini, e il medico legale Alessandro Bassi per falsa testimonianza.

DOMANDA: Signora Ciuffi, qual è la sua verità?
RISPOSTA: Innanzitutto basterebbe guardare le foto per capire come Marcello non sia morto per infarto, o almeno non solo per quello. Anticipando l'ora della morte tutto torna: la mattina ha avuto una discussione verbale con un appuntato, che tutti gli altri detenuti hanno visto. Di pomeriggio, mentre era nel cortile del carcere, è stato prelevato da una guardia. Poco dopo, hanno fatto rientrare in fretta e furia tutti gli altri detenuti nelle celle. Poi, verso le 15.30, c'è stata una grande confusione, con voci di persone che non erano le guardie. Marcello è stato portato nella cella di isolamento e picchiato a morte. La verità è questa.
D: Lei non l'ha saputo subito, giusto?
R: Sono stata avvertita solo il giorno successivo e ho potuto vederlo solo il 13 luglio, dentro la bara. Io il 12 mi ero presentata al carcere, ma mi hanno tenuta per un'ora fuori sotto il sole ad aspettare. Poi mi hanno fatto sapere che mio figlio era all'obitorio per l'autopsia. Mi hanno trattenuta di proposito per guadagnare tempo.
D: Adesso la vicenda potrebbe finalmente arrivare a processo. Perché c'è voluto tutto questo tempo?
R: Ho avuto tanti avvocati, tutti toscani, per cui ho speso tanto e ottenuto poco, o niente. Da poco mi sono affidata a un'avvocatessa di Treviso e le cose sono iniziate ad andare nel verso giusto. In realtà sarebbe bastato denunciare fin dall'inizio i medici per andare a processo, perché negli atti ci sono conversazioni tra loro e le guardie, ma erano andate perdute. Il pm archiviava le indagini senza nemmeno guardare le foto, e con gli stessi nomi delle guardie che saltavano fuori ogni volta. Io comunque volevo il processo a tutti i costi.
D: Marcello era in carcere da quattro mesi. C'erano mai stati episodi di violenza?
R: No, non mi aveva mai detto niente di brutto sul carcere fino a quel momento. Ma fu picchiato in Questura al momento dell'arresto, avvenuto alle 22. Quando arrivò in carcere erano le 3 di notte e zoppicava. Il dottore gli chiese come mai e lui rispose: «Quei bastardi di poliziotti mi hanno picchiato». È tutto negli atti. Ho denunciato anche i due poliziotti della Questura ma niente, tutto in prescrizione. Quando era in carcere, ogni tanto Marcello si portava una mano al petto. Non perché soffrisse di cuore: aveva una costola rotta, che ha tenuto così per mesi. L'abbiamo scoperto grazie a una riesumazione successiva, nessuno se n'era accorto.
D: Immagino che ritenga una necessità l'istituzione del reato di tortura.
R: Ovviamente. Mio figlio stava pagando per un tentato furto e mi sono detta addirittura che gli avrebbe fatto bene un po' di carcere. Invece me lo hanno ammazzato. Si vedono le unghiate sulla schiena, i segni di pugni e calci. È inconcepibile, e lo dico da figlia di una carabiniere.
D: Ci sono molti casi come quello di Marcello. Chi ha la divisa si sente intoccabile?
R: Vorrei fare una distinzione tra polizia penitenziaria e gli altri corpi. In carcere gli agenti si sentono liberi, vivono in un mondo chiuso in cui chi ha visto non parla per paura. E chi sta zitto viene premiato, come il compagno di cella di Marcello, che dopo pochi giorni ha avuto un permesso premio quando era dentro per violenza sessuale. Per quanto riguarda gli altri corpi, ai miei tempi, negli Anni '70, non erano così cattivi. Era possibile manifestare. Oggi, invece, come se niente fosse tirano fuori il manganello e picchiano. Ma anche quando trovano un ragazzo che ha bevuto un bicchiere di troppo sono aggressivi senza motivo. Ti portano in centrale e ti menano, funziona così.
D: Rispetto ad altri casi simili, quello di suo figlio non ha avuto la stessa eco mediatica.
R: Fuori dalla Toscana in effetti se n'è parlato poco. Per farle un esempio, ho chiamato l'Ansa a Roma per avere più visibilità ma nulla. Così sono andata a Montecitorio, dove ho parlato con Rita Bernardini, che ringrazio.
D: Ha avuto il sostegno di qualche associazione?
R: No, avevo incontrato una ragazza, si faceva chiamare 'la rossa', dell'associazione Acad (Associazione Contro gli Abusi in Divisa). Mi chiese dei documenti ma non avevo modo di fare le fotocopie, perché li aveva l'avvocatessa. Poi non ci siamo più risentiti. E allora sono andata avanti da sola. (Successivamente alla pubblicazione di questa intervista, Rossana Noris, che si è riconosciuta nella figura della 'rossa', ha contattato LetteraDonna specificando che è stata Maria Ciuffi a rifiutare esplicitamente e pubblicamente l'aiuto dell'associazione, con un post sulla pagina Facebook di Acad)
D: Conosce altre famiglie colpite da una 'morte di Stato'?
R: Sì, i Cucchi anche se non Ilaria. Alla prima manifestazione contro le morti di Stato, che abbiamo organizzato a Livorno, c'erano anche Haidi Giuliani (madre di Carlo, ndr), Ornella Gemini (il figlio Niki Aprile Gatti morì a Sollicciano, ndr) e altre mamme. In tutto eravamo undici. C'erano un migliaio di persone a manifestare, ma fu tutto molto tranquillo.
D: Quanto le è costata la sua battaglia?
R: Ho venduto tutto, anche l'oro di mio figlio. Il primo avvocato l'ho pagato 12 mila euro, ma non ha fatto nulla. La riesumazione della salma è costata altri 3 mila euro. Ogni volta che il medico legale (Marco Salvi, di Genova) veniva chiamato dal pm ne spendevo altri 500, per un viaggio da Genova a Livorno. Ho perso il conto. Non ce la faccio più. Ormai chiedo aiuti economici su Facebook. Per fortuna ho un accordo con l'avvocato di Treviso in base a cui la pagherò solo se vinceremo al processo. Ma sto pagando le spese processuali che la procura di Livorno mi chiede dopo le due archiviazioni. 500 euro che diventano 700 grazie a Equitalia. Ho chiesto se potevo pagare scontando giorni di carcere. Avrei preferito così invece che dare soldi alla procura, ma purtroppo non si può.
D: In nome di chi continua a lottare?
R: Prima di tutto per Marcello. Io so come è andata. Perché devono ammazzare di botte una persona? Poi quando incontro agenti per strada abbassano lo sguardo. Le racconto un episodio. Un anno dopo la morte, portai dei fiori fuori dal carcere. Era l'11 luglio 2004. Gli agenti uscirono per farmeli togliere. Litigai in particolare con una di loro, una donna. Alla fine li lasciai lì perché intervenne una troupe televisiva. Ma poi ho smesso. Quei sorrisini da dietro le finestre ti fanno passare la voglia. Tante, troppe umiliazioni.
D: Però, nonostante tutto, lei non si arrende.
R: Troverò sempre un appiglio per riaprire le indagini. Non mollo. Altrimenti in carcere ci finisco io. Tanto non ho più niente da perdere. Ilaria Cucchi ha dei figli, io no. Ho 64 anni, la mia vita ormai l'ho fatta. Lo sanno. E infatti quando vado in procura è sempre pieno di agenti.

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