1 Giugno Giu 2016 1743 01 giugno 2016

Porti il velo? E io ti licenzio

In Belgio un'impiegata ha perso il lavoro perché voleva indossare l'hijab. Per l'Ue l'azienda ha ragione. Ma la presidente dell'Associazione Donna Musulmane d'Italia lancia l'allarme: «Le donne non sono corpi da sfruttare».

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hijab

Il datore di lavoro può vietare alle proprie dipendenti l'uso del velo islamico nel caso in cui l’azienda persegua una «politica di neutralità». Lo ha stabilito l’avvocato generale della Corte di giustizia Ue, Juliane Kokott, in riferimento alla causa intentata da Samira Achbita nei confronti della società belga G4s Secure Solutions, che fornisce servizi di sorveglianza e di sicurezza, da cui è stata licenziata proprio a causa della pretesa di indossare l'hijab.

NESSUNA DISCRIMINAZIONE DIRETTA
Al momento dell'assunzione come receptionist, Samira Achbita non usava il velo. Dopo tre anni di lavoro, ha però deciso di volerlo indossare. A questo punto la G4s Secure Solutions le ha negato l'autorizzazione e, vista l'insistenza nel indossare l'hijab, l'ha licenziata in base a una regola interna che vieta di portare segni religiosi, politici e filosofici visibili. Samira Achbita ha citare per danni l'azienda, con il sostegno di un centro per le pari opportunità e la lotta al razzismo, invocando la direttiva europea del 2000 che proibisce qualsiasi discriminazione sul luogo di lavoro. La sua richiesta, respinta in primo grado e in appello, è arrivata davanti alla Corte di Cassazione belga che, prima di esprimere un giudizio, ha chiesto il parere della Corte di Giustizia europea, con sede a Lussemburgo: secondo Juliane Kokott non c'è stata «discriminazione diretta», perché il divieto di esibire simboli religiosi, filosofici o politici è generale e non diretto contro una specifica religione o fede politica. Inoltre, ha aggiunto, il divieto può essere considerato proporzionato, non arrecando danni eccessivi agli interessi legittimi della lavoratrice.

«IL VELO NON È UN OSTACOLO»
Una decisione con cui non è d'accordo Amina Salah, presidente dell'Associazione Donna Musulmane d'Italia: «La legge parla chiaro, ci deve essere libertà di religione. Perché una donna non può portare il velo? Viviamo come tutti ma troviamo ostacoli. A noi comune non sono mai arrivate segnalazioni del genere ma, almeno per l'Italia, posso citare il caso della ragazza egiziana a cui il giudice ha dato ragione». Amina Salah si riferisce a Sara Mahmoud, giovane milanese nata da genitori egiziani che ha denunciato per discriminazione un'azienda di selezione del personale che l'aveva scartata perché indossava il velo, vincendo poi la causa. In entrambi i casi il motivo del contendere è stato l'hijab, il normale foulard che copre i capelli e il collo della donna, lasciandone scoperto il viso. «Ci sono veli islamici che coprono il viso e in questo caso il datore di lavoro ha diritto di dire di no. Come il chador, tipico di Arabia Saudita e Afghanistan, che può essere ritenuto eccessivo. Ma l'hijab copre solo i capelli. La donna licenziata avrebbe potuto lavorare con un completo e con il velo, senza problemi. Io stessa ho studiato, viaggiato, fatto tutto con l'hijab, che non è un ostacolo, in nessun campo». Ad amareggiare Amina Salah è anche il fatto che il licenziamento è arrivato dopo tre anni di lavoro: «Evidentemente era una persona era seria che faceva bene il suo lavoro. Questo non contava più niente, l'unica cosa importante era diventata il velo? Alcuni datori di lavoro vogliono impiegate alte, magre e belle perché portano clienti. Ma non è giusto che le donne, sul luogo di lavoro, siano solo viste come corpi da sfruttare».

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