30 Maggio Mag 2016 1616 30 maggio 2016

Di morte dobbiamo parlare

Non si arrende, Mina Welby. 79 anni, 10 senza suo marito, si candida con i Radicali continuando la sua battaglia per l'eutanasia. «Tutti hanno diritto di dire basta. Una legge è urgente e necessaria».

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E' Morto Marco Pannella

Piergiorgio Welby, 59 anni dirigente dell'associazione Luca Coscioni, seduto su una sedia a rotelle, accompagnato dalla moglie Mina e con una delegazione dei Radicali Italiani composta da Marco Pannella, Emma Bonino e Daniele Capezzone, si reca a votare per il referendum sulla procreazione assistita il 12 giugno 2005 a Roma.

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«Quello che mi è rimasto non è più vita, ma un insensato accanimento nel mantenimento delle funzioni biologiche». Così scriveva Piergiorgio Welby, attivista, giornalista e scrittore, poco prima di morire a causa della distrofia muscolare che lo affliggeva da tempo. Oggi, a dieci anni dalla sua morte, la moglie Mina continua quelle che erano state le sue battaglie con la determinazione di chi «è passato attraverso la strettissima porta del dolore». Classe 1937, candidata con i Radicali per le amministrative nelle città di Roma e Milano, combatte strenuamente per il diritto all'autodeterminazione della persona, alla libertà di scegliere della propria morte così come della vita. Forte e serena anche nel parlare del suo dolore, ha reso l'assistenza «agli ultimi» il faro della sua vita.

DOMANDA: Signora Welby, cosa l'ha spinta a candidarsi nuovamente dopo otto anni?
RISPOSTA: La necessità di continuare le mie battaglie. Per me fare campagna elettorale significa incontrare la gente, rendermi partecipe del loro dolore, dei loro problemi. Tento di farlo con sincerità e le persone lo ricordano, lo riconoscono, mi supportano. Il merito però non è solo mio, ma di mio marito, di Marco Pannella, di Emma Bonino, dei Radicali tutti.
D: La vicinanza ai Radicali e alle loro battaglie è giunta dopo la morte di suo marito?
R: No, li avevamo già conosciuti da tanti anni quando mio marito si è ammalato, ci sentivamo sulla stessa lunghezza d'onda. Le loro battaglie erano anche le nostre, ma li supportavamo da semplici cittadini.
D: Quando e perché avete sentito il bisogno di cambiare il passo?
R: Quando Piergiorgio si è ammalato e ha avuto bisogno di dire anche lui qualcosa di estremo. Come «voglio una legge sul fine vita, voglio scegliere per me stesso». Lì la nostra strada si è unita ancora di più a quella radicale. E abbiamo cominciato a combattere per diritti come la libertà di scelta, il testamento biologico, l'eutanasia.
D: Il vostro impegno civile vi porta spesso in mezzo alla gente, come partito e come singoli. Cosa vi spinge?
R: Ci prendiamo cura delle persone che sono arrivate a quel punto della vita in cui andare avanti e soffrire ancora è impossibile. Per loro è importante sapere che c'è qualcuno che si fa carico dei loro problemi.
D: Quanto è importante tutto questo?
R: Penso sempre di poter fare di più, spesso sono assalita dai rimorsi. Mi pesa dover scegliere tra gli impegni, perché non voglio deludere le persone che credono in me.
D: Cosa si è rivelato più difficile da affrontare lungo il corso di questa battaglia?
R: Non ce la faccio più a ricevere telefonate di persone piene di dolore che mi chiedono i contatti di cliniche svizzere dove poter praticare il suicidio assistito. È troppo doloroso. Dovrebbero poter disporre della loro vita e poterlo fare in casa.
D: A Milano avete depositato una proposta di legge regionale perché diventi possibile inserire il testamento biologico nella tessera sanitaria. Quanto è importante?
R: Purtroppo servirà a far sentire più sicuri i malati e i loro familiari, ma a poco altro. Fino a che non esisterà una legge nazionale, fare un testamento biologico non vorrà dire avere più diritti, perché i medici hanno paura. Sono convinti che con il paternalismo, che ancora c'è nei loro cuori, possano essere più utili alle persone e portarle a una guarigione. Purtroppo però, molto spesso, questa guarigione non c'è. C'è solo una sofferenza a cui le persone hanno diritto di voler dire basta.
D: La legge per il testamento biologico ha iniziato da qualche mese il suo iter parlamentare. Cosa ne pensa?
R: Va troppo a rilento. Erano state depositate presso la Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati 12 proposte sulle «dichiarazioni anticipate sui trattamenti sanitari obbligatori» e solo oggi si sta lavorando per la creazione di un Testo Unico da portare in Aula per la discussione finale.

D: E la vostra proposta di legge sull'eutanasia? A che punto è?
R: Abbiamo depositato una proposta di legge molto chiara, composta di quattro articoli, tutti brevi e inequivocabili, in merito all'eutanasia legale e al rifiuto dei trattamenti sanitari obbligatori. Purtroppo queste leggi quando sono arrivate alla Camera il 3 marzo, sono passate in sordina: gli è stata dedicata solo mezz'ora di corsa, e da allora più nulla.
D: Gli italiani sono ancora molto lontani da questi temi. Pensa sia un problema culturale?
R: Sì, se ne parla ancora troppo poco. Di queste cose bisogna parlare e bisogna farlo a lungo, con le persone giuste; bioetici, medici, malati. I politici devono arrivare per ultimi, ascoltare e poi fare una legge giusta e al servizio di chi soffre. Ho chiesto anche alla Rai di aprire spazi di confronto, lontani però dai talk-show o dai programmi di intrattenimento pomeridiano.
D: In Italia è garantita la dignità del malato?
R: Piergiorgio è stato dignitoso fino alla fine, ricordandomi che si è tutti uguali, malati o meno. Ci sono medici bravissimi che sanno curare la persona e non solo la malattia, ma c'è ancora molto da fare, soprattutto in una nazione in cui la Sanità è letteralmente disastrata. Come può un medico, o un infermiere, dedicare il giusto tempo a un paziente se ha ritmi serratissimi e inumani?
D: Il pregiudizio e il rifiuto quindi, partono dalla disinformazione?
R: E dalla non esperienza, spesso se non si passa dalla porta stretta, strettissima, del dolore, non si può capire.
D: Quanto ha pesato non poter scegliere il destino di suo marito? Come spiegherebbe ad altri nelle medesime condizioni, qual è la via da percorrere?
R: Vedevo mio marito nel pieno della sofferenza e per molto tempo mi sono amorevolmente accanita contro il suo voler andar via. Ero strappata dentro, tra la voglia di tenerlo con me, quella di non vederlo più soffrire, e la necessità di proseguire le nostre battaglie. Oggi spero che la sua storia e la profonda forza e dignità che ha mostrato fino alla fine, siano di esempio per i familiari di persone nelle stesse condizioni.
D: Cosa le si prospetta nel futuro?
R: La nostra battaglia deve andare avanti e allargarsi a tutti gli ultimi, a tutti gli invisibili; agli anziani che vivono da soli con una pensione minima, ai bambini, ai disabili lasciati soli. Se non venissi eletta, continuerei comunque a lavorare e a combattere perché le persone abbiano una vita piena e felice fino al loro tramonto.

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