25 Maggio Mag 2016 1854 25 maggio 2016

«Napoli? Non è Gomorra»

Ha fatto volontariato a Gaza, sotto le bombe. Ma c'è chi la accusa di istigazione alla violenza. Rosa Schiano, tra le polemiche, si candida con De Magistris. «La camorra? Si combatte con la cultura».

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rosaschiano

Come si passa dalla cruda verità dei bombardamenti, dall'abitudine alla sofferenza e alla paura, al palcoscenico della politica?
Lo abbiamo chiesto a Rosa Schiano: ha solo 33 anni, ma ascoltandola pare che la sua vita, fino a oggi, sia stata molto più lunga di così. A fare la differenza sono stati due anni e due mesi che  dal 2012 al 2014 ha trascorso nella striscia di Gaza facendo la volontaria per l'International Solidarity Moment. Un'esperienza totalizzante, dopo la quale non si è più quelli di prima.
Napoletana, laureata in Lingue, occhi azzurri e sguardo timido, Schiano ha deciso di impegnarsi in prima persona per il «risveglio», come lo chiama lei, della sua città al fianco del sindaco Luigi De Magistris.
Un personaggio inattaccabile, politicamente puro, viene da pensare. Eppure l'attivista partenopea è finita nel mirino delle polemiche, accusata addirittura di istigazione alla violenza e terrorismo. «Nonostante le nostre azioni siano non-violente, finiamo spesso sotto attacco. Per la denuncia di quanto avviene nei territori palestinesi», ci racconta.

D: Una foto in particolare ha scatenato la bufera su di lei. La ritraeva a Gaza, a fianco di uomini incappucciati e armati, facendo il segno della vittoria. 
R: Nel 2014 Il Mattino ha utilizzato quella fotografia e già allora sono stata attaccata. Era una foto che mi sono fatta scattare in un momento di un'ingenuità. Ora viene strumentalizzata e utilizzata per attaccare il lavoro che ho svolto.
D: Si occupa di diritti umanitari, è stata in zone di guerra. Chi ce l'ha con lei?
R:
Penso che innanzitutto il mio impegno dia fastidio alle associazioni filo-israeliane in Italia, che non vogliono che denunci quanto avviene in Palestina. Non accettano nessuna critica nei confronti del governo israeliano, ognuna di queste viene tacciata addirittura di antisemitismo. Questo è assurdo. Credo sia giusto criticare un governo se attua politiche aggressive nei confronti di una popolazione.
D: Hanno scritto addirittura che loda i terroristi.
R:
Questo è un episodio avvenuto a ottobre-novembre 2014, quando ci fu un attentato in una sinagoga a Gerusalemme. Io non ho assolutamente scritto nessun tipo di commento, ho solo condiviso l'immagine di una pagina inglese di solidarietà nei confronti dei palestinesi, e non l'ho fatto per istigare alla violenza o all'odio. Un'ingenuità anche quella.
D: Accusarla di istigazione alla violenza sembra infatti un paradosso.
R: Sì, è quello che mi ha fatto più male. In questi anni penso di aver difeso proprio la sacralità della vita, rischiando anche la mia. Essere accusata addirittura di terrorismo è stato molto doloroso.
D: Mi racconti della sua esperienza a Gaza.
R: Svolgevo principalmente tre tipi di attività: interposizione - accompagnavo i contadini, che in alcune zone rischiavano di essere aggrediti dall'esercito schierato, lungo il confine - poi mi occupavo di documentazione - lì ho vissuto non soltanto la guerra nel 2012 ma anche costanti aggressioni militari, aeree, spesso settimanali - poi facevo un lavoro di cronaca. Scrivevo sul mio blog Il blog di Olivia, e per la testata Nena News che si occupa di Medio Oriente.
Mi spostavo anche nei villaggi, nei campi di rifugiati. Ho legato moltissimo con le famiglie dei palestinesi, sono ancora in contatto con alcune di loro.
D: Cosa vuole fare da grande?
R: Sogno di diventare ufficialmente giornalista un giorno. Per questo mi interessava scrivere costantemente, documentare quello che vedevo.
D: Anche la fotografia è stato un suo strumento di denuncia.
R: Sì, ho un archivio fotografico immenso che non ho ancora pubblicato. Altre foto che ho scattato sono state esposte in mostra al Maschio Angioino a Napoli.

D: Ha studiato Lingue, poi ha fatto un master in Turismo. Perché la decisione di partire per Gaza?
R: Ho fatto volontariato qui in Italia con Emergency, mi occupavo di raccogliere fondi per gli ospedali e fare informazione. Mi sono sempre interessata a questi temi, il bisogno di partire dentro di me era forte. Ma non essendo medico, non potevo unirmi a una missione. Dovevo trovare un'altra strada.
D: Com'era il suo rapporto con la paura?
R: Prima di partire non l'ho mai avuta. Una volta lì, sì. Ma ricordo di aver desiderato di tornare a casa solo nell'ultimo periodo. Avevo bisogno di staccare. Il pericolo maggiore, comunque, l'ho avvertito durante la guerra nel 2012: non sapevo se ne sarei uscita viva.
D: Parliamo del presente. Cosa ha spinto una con un curriculum con il suo, a candidarsi? La politica è un palcoscenico molto distante dalla sua realtà.
R: Infatti. Devo dire che ho sempre sostenuto il sindaco De Magistris. Mi è stato vicino quando ero in Palestina, mi ha chiamata più volte mentre ero a Gaza. Ha sempre mostrato preoccupazione e vicinanza nei miei confronti e in quelli della questione palestinese. Da lì cercavo di seguire le vicende locali.
D: E poi?
R: Poi sono tornata, eNapoli è una realtà che coinvolge. È impossibile vivere qui e restare distaccati da questa città. Ho scelto di candidarmi per dare una mano al sindaco e al suo progetto di cambiamento della città. Al di là del mio risultato personale, volevo esserci. Gli sono riconoscente.
D: Non pensa al risultato?
R: Beh, sono un'attivista indipendente, non sono appoggiata a nessuna associazione né organizzazione, quindi diventa difficile ottenere un certo numero di preferenze. Ho voluto comunque esserci in maniera prima di tutto simbolica, poi, nel caso riuscissi a superare la tornata elettorale, nei prossimi cinque anni darò il mio contributo mettendomi a servizio della cittadinanza.
D: Quale sarebbe la prima cosa da fare per Napoli?
R: Mi sento portata per il tema dell'accoglienza, dell'integrazione e della solidarietà. Contribuirei allo sviluppo della cultura in città. Un risveglio culturale per Napoli è già in corso: mi concentrerei su quello. Poi sulle periferie, e vorrei continuare la battaglia per i beni comuni. Lavorerei per coinvolgere maggiormente i cittadini nelle decisioni politiche. E per rendere più partecipi le classi sociali più deboli.
D: Quale aspetto di Napoli le fa più rabbia?
R: In questi giorni sto parlando molto con i cittadini in strada, alcuni lamentano l'inosservanza delle regole in strada, per esempio. Bisogna agire soprattutto sul piano culturale.
D: Su Facebook ha scritto, indignata, che PiazzaPulita in un servizio mostrava Napoli come Gomorra.
R: Spesso si rappresenta Napoli come una città dominata dalla violenza come appunto si vede in Gomorra. Non è così: la camorra qui esiste, è un gravissimo problema, ma si combatte solo con la cultura, ed è solo un piccolissimo aspetto della città. Napoli è anche tanto altro: è musica, cultura, bellezza, umanità.
D: Crede quindi che Gomorra potrebbe nuocere all'immagine della città?
R: Potrebbe nuocere ai ragazzi che potrebbero essere spinti a emulare certi personaggi. Questo aspetto rischioso, per quanto paradossale, c'è. È un prodotto che contribuisce a una ricostruzione della realtà parziale.

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