25 Maggio Mag 2016 1851 25 maggio 2016

Le donne che sconfissero l'ebola

L'epidemia che nel 2014 colpì l'Africa occidentale è stata debellata (o quasi). Ma non tutti riconoscono il ruolo avuto dalla popolazione femminile in questa battaglia. Ecco quattro eroine che hanno contribuito a salvare il Paese.

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bilikisu

Il 24 maggio 2014 l'epidemia di ebola che avrebbe devastato l'Africa occidentale arrivò in Sierra Leone. Con quasi 4 mila vittime, fu il Paese più colpito insieme a Liberia e Guinea. A due anni di distanza, l'epidemia è stata sconfitta, anche se tra marzo e aprile si sono registrati nuovi casi sporadici. Se, almeno per il momento, la battaglia contro l'ebola può dirsi vinta, lo si deve anche a quelle persone che hanno resistito giorno dopo giorno, adoperandosi in prima persona per fermare l'epidemia e mettendo a rischio le proprie vite. Molte di queste persone sono donne che difficilmente vedranno mai riconosciuto il loro ruolo. Per questo il Telegraph ha deciso di raccontare le vicende di quattro eroine che simboleggiano tutte le donne sierraleonesi.

L'INFERMIERA
Bilikisu Koroma è una laureata in scienze infermieristiche di 25 anni. Nel 2014, le scuole e le università vennero chiuse durante l'epidemia e Bilikisu fu costretta a interrompere gli studi. Assistendo il padre infetto e malato, Bilikisu contrasse a sua volta l'ebola. Vedendo il genitore, il fratello e i propri nipoti morire, Bilikisu si ritrovò a sperare di morire anch'essa, perché riteneva di non avere più niente per cui vivere. Il suo atteggiamento cambiò grazie al supporto della dottoressa Marta Lado Castro, che la spinse a non perdere la speranza. Oggi Bilikisu lavora nello stesso ospedale dove venne curata.

LA LEADER
C'è poi la storia di Haja Fatmata, leader donna di una piccola area nel sud del Paese che è riuscita a mantenere la regione sotto la sua guida libera dall'ebola. In che modo? Organizzando riunioni bisettimanali dove faceva il punto della situazione e obbligando le famiglie a non tacere nessuna morte, anche se non collegate direttamente all'epidemia. Al termine di questa, riunì tutte le persone nel villaggio per una preghiera di gruppo. Un momento che ricorda come molto solenne.

LA VOLONTARIA
Fudia Kamara è stata la prima donna a entrare nel gruppo che si occupava del seppellimento dei cadaveri. All'inizio venne mandata via perché si pensava che una donna non avesse le forze necessarie per un compito del genere; ma lei si ripresentò il giorno dopo, e venne finalmente accettata. Il lavoro, effettivamente, fu durissimo. In alcuni giorni arrivava a trasportare ben 18 cadaveri al giorno. Oltre alla fatica fisica, tutto questo comportava anche un immenso stress psicologico che per lungo tempo le impedì di dormire serenamente di notte. Il suo impegno, comunque, spinse tante altre donne che decisero di seguire il suo esempio. Quando l'OMS dichiarò la Sierra Leone libera dall'ebola, non poté fare a meno di sentirsi orgogliosa e felice per il proprio contributo.

LA CORAGGIOSA
Quando Fatmata Kamara riconobbe di avere gli stessi sintomi dell'ebola, si mise in quarantena chiudendosi a chiave in una stanza e allontanando da sé le figlie e il marito. Un'ulteriore sciagura che si abbatteva su una famiglia già gravata da una povertà estrema. Fatmata, fortunatamente, guarì. Non appena ebbe recuperato le forze, decise di offrirsi come volontaria presso il principale centro medico specializzato nella cura dell'ebola. La sua presenza fece capire a molte persone spaventate e sfiduciate che sopravvivere era possibile. Oggi Fatmata lavora a tempo pieno come assistente che aiuta le famiglie colpite dall'epidemia a superare il trauma e ad andare avanti con le proprie vite. Un lavoro per cui riceve uno stipendio che le permette di provvedere alla sua famiglia.

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