19 Maggio Mag 2016 1758 19 maggio 2016

La giustizia non è abbastanza

Il 19 maggio 2012 Melissa Bassi venne uccisa davanti a scuola. Giovanni Vantaggiato è stato condannato all'ergastolo, ma l'omicidio non ha ancora un perché. Il legale della famiglia: «Dolore inspiegabile».

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melissa

Una giornata come tante: lo zaino pronto vicino alla porta, una colazione veloce, un filo di trucco e giù per le scale, di corsa. Maggio è il mese dei recuperi, delle interrogazioni che non si possono fallire e degli ultimi compiti in classe. La testa è già leggera perché fuori il tempo della primavera sta scadendo per lasciare posto all’estate. Soprattutto al Sud. Il 19 maggio 2012 Melissa Bassi, 16enne dai tratti dolci e lo sguardo timido, sale sul pullman che da Mesagne (Brindisi) la conduce a scuola, in città. Studia in un luogo che porta un nome molto importante: Istituto professionale «Francesca Laura Morvillo Falcone». Il bus si ferma e Melissa, con alcune amiche, scende chiacchierando per recarsi nell’area antistante la scuola. Il momento che precede il suono della campanella è l’attimo in cui si parla di più. C’è frenesia perché il tempo sta per scadere.
Nello stesso momento, alle 7.45, un rumore assordante spazza via tutte le parole, gli sguardi e le risate. Cala un silenzio surreale.
Tre bombole riempite di nitrato di sodio, carbone e zolfo, posizionate in un cassonetto a poca distanza dall’entrata della scuola squarciano la normalità di una scuola superiore qualsiasi. Ad azionarle, un telecomando.
Le esplosioni investono alcuni studenti e uccidono Melissa. Cinque studentesse rimangono ferite, con ustioni molto gravi e lesioni causate dalle schegge di metallo prodotte dalla deflagrazione. Altre cinque persone sono ferite in modo lieve.

LA CONDANNA
Quasi un mese dopo, il 6 giugno 2012, viene identificato il colpevole: è un uomo di 71 anni, sposato, due figli, proprietario di un deposito di carburanti, si chiama Giovanni Vantaggiato. Quattro anni dopo, non sono ancora chiare le motivazioni che lo hanno spinto ad azionare quel telecomando.
Il 6 novembre 2014, l’autore di quella strage è stato condannato in via definitiva e irrevocabile all’ergastolo con 18 mesi di isolamento diurno e al risarcimento delle parti civili (i genitori di Melissa, i familiari dei feriti, il ministero della Pubblica Istruzione, il Comune e la Provincia di Brindisi).
Abbiamo intervistato Fernando Orsini, legale della famiglia Bassi, che ci ha raccontato come i genitori di Melissa «stiano cercando di sopravvivere a questo inferno».

DOMANDA: Avvocato Orsini, nelle ore immediatamente successive l’esplosione all’istituto Morvillo Falcone di Brindisi, le fu subito chiaro quale potesse essere la matrice di quell’attentato?
RISPOSTA: No, assolutamente no, soprattutto nell’immediato. La situazione era caotica, non solo all’inizio, ma anche nei giorni successivi. Furono seguite diverse piste e non c’era un elemento comune che potesse portare ad una conclusione: le ragazze scese dal pullman venivano da Mesagne, in quei giorni passava la carovana antimafia di Libera e, inoltre, dalla Grecia c’erano rigurgiti di terrorismo internazionale. Le piste più accreditate però diventarono la criminalità organizzata.
D: Pensò potesse essere plausibile un attentato di stampo mafioso?
R: Qualcuno riconduceva l’attentato al nome della scuola, perché era intitolata a Francesca Morvillo (moglie del giudice Falcone, morta insieme a lui e alla scorta nella strage di Capaci, ndr). Inoltre si avvicinava l’anniversario (dell’attentato al giudice, ndr). A noi tutti, però, quella sembrò fin dall’inizio una supposizione eccessiva. Ma posso dire ad oggi che nessuno aveva capito cosa fosse successo veramente. Furono molto bravi gli inquirenti.
D: Perché?
R: Perché quella fu un’indagine eccellente e molto veloce. In breve tempo venne individuato l’autore: lo Stato fece lo Stato, mandando diversi inquirenti, ufficiali di Polizia e Carabinieri, professionisti veramente molto validi che permisero di concludere un procedimento complesso in un periodo ragionevole.
D: Chi è Giovanni Vantaggiato?
R: A questa domanda non riesco e non voglio rispondere. Al processo dissi con chi avevamo a che fare. Però, oggi, in questo giorno così triste, né io né la famiglia vogliamo spendere una parola per questa persona.
D: I familiari di Melissa come vissero l’attesa prima dell'arresto?
R: Come si può immaginare, il dolore prevaleva. Volevano giustizia, non cercavano un responsabile, ma volevano il colpevole. La loro vita è stata stravolta. La giustizia ha fatto il suo corso e ha alleviato, di pochissimo, quelle sofferenze. In quei momenti si seguiva la vicenda giudiziaria che però non era al primo posto.
D: Che cos’era al primo posto?
R: L'assenza di una figlia. Un pensiero costante, difficilmente comprensibile.

D: Vantaggiato si è mai scusato con i familiari e gli amici di Melissa?
R: All’inizio tentò, ma rigettammo sdegnosamente. Io feci un comunicato dove risposi. Non ci è mai interessato, nemmeno durante il processo. È un mondo che non ci riguarda.
D: Una volta identificato il responsabile dell'attentato, lei cosa consigliò ai familiari di Melissa?
R: Era un desiderio dei genitori seguire quel processo, perché era ciò che dovevano alla loro figlia. Ci siamo costituiti parte civile per favorire le indagini. Quel processo, ripeto, terminò in un tempo veramente ristretto per gli standard della giustizia italiana. Sono stati bravi tutti. La famiglia si è espressa sempre in termini di gratitudine nei confronti della Magistratura inquirente e di tutti coloro che si prodigarono per rendere giustizia a Melissa, che nel frattempo divenne la figlia di tutti.
D: In questi quattro anni come si è evoluto il procedimento giudiziario?
R: Il 18 giugno 2013 la Corte d’Assise di Brindisi ha condannato all’ergastolo Vantaggiato. La sentenza d’appello dell’anno successivo ha confermato questa condanna, che non è più stata impugnata e il 6 novembre 2014 è diventata definitiva e irrevocabile.
D: Ad oggi restano ancora sconosciute le motivazioni che hanno spinto Vantaggiato a compiere un gesto così folle. Come si è sentito ad assistere una famiglia che ha perso una figlia, di soli 16 anni, senza nessun motivo?
R: È molto difficile. Pur affiancando la famiglia, è complesso riuscire a percepire e spiegare la portata di un avvenimento di quel tipo. Non credo nemmeno di riuscire a dirlo a parole. È incomprensibile, davvero.
D: Quali sono le ipotesi sulle cause del gesto di Vantaggiato?
R: Ce ne sono state alcune. Oggi però è il giorno in cui si ricorda Melissa, non è giusto che diventi il giorno di qualcun altro. Il ricordo di quel giorno colpisce come un pugno. Oggi è necessario dare spazio a lei. La giustizia ha fatto il suo corso e per noi l’ha fatto bene.
D: I genitori di Melissa come vivono la sopravvivenza alla morte della loro figlia?
R: Credo che sopravvivenza sia il termine giusto. Qualche momento di serenità c’è, anche perché, in qualche modo il lutto viene elaborato. Però il pensiero è costante. La madre, due volte al giorno, sia la mattina che al pomeriggio, si reca al cimitero. Entra la mattina ed esce all’orario di chiusura. E al pomeriggio fa lo stesso.
D: Trova un po’ di pace in quel luogo?
R: È lì che, in un certo senso, avviene il contatto con la figlia. Questo allevia un po’ un dolore che però è veramente indicibile, straziante. Non c’è vocabolo che possa essere utilizzato.
D: Quando a morire è una ragazza di soli 16 anni, cosa può fare la giustizia per alleviare un peso così ingombrante?
R: Quello che ha fatto è stato tanto. Tuttavia non è in grado di togliere tutto quel dolore: sono due binari paralleli. La giustizia fa il suo corso ma non si può sostituire alla serenità. Toglie solo un po’ di quel peso che si ha nel cuore.
D: Una sentenza non basta?
R: Assolutamente no. La sentenza è una minima parte del tutto. I genitori di questa ragazza vogliono che non venga dimenticata. Che il suo ricordo possa continuare ad esistere nei versi che ancora oggi tanti ragazzi scrivono per lei, ma soprattutto negli occhi e nelle parole dei suoi amici. Di chi la amava davvero.

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