18 Maggio Mag 2016 1313 18 maggio 2016

«La mafia? Affascina gli 'ominicchi'»

Il 18 maggio 1993 fu arrestato il boss Nitto Santapaola, accusato di una lunga serie di omicidi, tra cui quello del giornalista Pippo Fava. Intervista alla collega Giovanna Quasimodo.

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Il 18 maggio del 1993 Benedetto Santapaola, detto Nitto, boss dell'omonimo clan di Catania e legato ai Corleonesi venne arrestato dalla polizia di Stato dopo 11 anni di latitanza e, in seguito, condannato a tre ergastoli. Fu uno dei più spietati mafiosi di Cosa Nostra, accusato di una lunga serie di omicidi e massacri tra i quali le stragi di via Carini (3 settembre 1982)di Capaci (23 maggio 1992) e di via D'Amelio (19 luglio 1992). Anche Giuseppe Fava venne ucciso a Catania su suo mandato. Era il 5 gennaio 1984. A costargli la vita furono le accuse che tramite il suo giornale, I Siciliani, aveva lanciato sulle collusioni tra Cosa Nostra e imprenditoria.«L'arresto fu un momento molto importante, anche se arrivò tardi. La prima cosa che pensai fu che finalmente si poteva sperare di avere un po’ di giustizia per l’uccisione di Pippo e per le ferite inferte alla città», spiega a LetteraDonna Giovanna Quasimodo che nel 1983 fu tra i fondatori della rivista di Fava.

Nello Pappalardo, Paolo Poli, Giovanna Quasimodo.

DOMANDA: Sono passati più di 20 anni da quell'arresto. Nota dei cambiamenti? 
RISPOSTA: Sì che le cose sono cambiate. È cresciuta la coscienza civile della gente, anche se la mafia non è stata debellata: si è trasformata inquinando radicalmente le istituzioni dell’intero Paese. La mafia, oggi più che mai, non è un fenomeno solo siciliano, o calabrese o campano, ma si è estesa ovunque varcando, ma già da tempo, i confini italiani. Soprattutto, è ancora in grado di spostare i voti elettorali esercitandoun irresistibile fascino tra gli 'ominicchi' che fanno le scalate politiche, e di controllare gli appalti pubblici.
D: E cambiamenti in positivo?
R: Oggi, se sporgi una denuncia in Procura, quanto meno questa viene presa in considerazione mentre prima era più facile insabbiare. Con questi presupposti adesso la società civile potrebbe fare grandi cose. Se solo ritornasse la voglia e l’entusiasmo di farlo.
D: Com'era Catania quando è stato ucciso Pippo Fava?
R: Negli Anni '80 la città era assolutamente in mano ai clan: Tribunale e Questura erano in gran parte, e ad alto livello, sotto il loro controllo, per non parlare dell’Amministrazione comunale e persino della Chiesa locale, allora vescovo era il mons. Picchinenna, con la quale Santapaola e i cavalieri del lavoro ostentavano buoni rapporti. Pensate che dopo il 5 gennaio del 1984 gli inquirenti avviarono le indagini sul conto dei «ragazzi di Pippo», trattandoci come inquisiti. E poi si tirarono fuori storie infamanti e indimostrabili perché false: gioco d’azzardo, donne, droga. Di tutto si parlò pur di deviare le indagini della pista mafiosa. Questo è bene che lo sappiano tutti: all’inaugurazione dell’anno giudiziario del 1984, con Pippo trucidato pochi giorni prima, il procuratore generale asserì che la mafia a Catania non esisteva.
D: Che fine ha fatto quella gente?
R: Dopo poco tempo, dopo le grida (quelle vere) della società civile, e dopo le inchieste della commissione antimafia nazionale, venne trasferita in altre città. Vertici della Polizia e magistrati trasferiti, si fece un po’ di pulizia, ma solo un po’, perché a pagare realmente furono solo due o tre magistrati collusi.
D: In che modo lo Stato, l'informazione, la società civile, dovrebbero comportarsi oggi secondo lei?
R: Ribellandosi alle ingiustizie, lottando e denunciando, mettendosi dalla parte dei più deboli. Lo Stato dovrebbe dare il buon esempio, ma non lo fa perché è «malato» e inquinato. L’informazione dovrebbe essere più libera anche se, a pensarci bene, certe inchieste giornalistiche, anche televisive, sono importantissime. Si parla di tante cose, vere, dimostrate e micidiali. Piuttosto c’è da chiedersi perché l’opinione pubblica non reagisce, ma prende atto e lascia correre.
D: Lei si è fatta un'idea a riguardo?
R: C’è uno stato di sopore generale, la gente è presa da mille altri problemi di sopravvivenza, il lavoro che manca, la povertà, le tasse a livelli bestiali. Manca la fiducia nel futuro: come si può pensare che in questa situazione si possa scendere in piazza a protestare contro la mafia? Purtroppo non si capisce che ha prodotto disgrazie anche economiche dilapidando, insieme ai molti politici corrotti, le risorse dello Stato, e non lasciando neppure le briciole alla gente onesta.
D: L'antimafia sembra, con il passare degli anni, mostrare in molti casi una natura (come minimo) ambigua. Spesso sembra più un modo per cercare 'ritorni' personali (anche semplicemente sul piano della visibilità), che per trovare soluzioni attraverso la lotta e la partecipazione. Forse, spesso, pecca anche di eccessiva retorica.
R: 
Non mi meraviglio. È sempre stato così. Bisogna saper distinguere tra i «professionisti dell’antimafia» di sciasciana memoria e quelli che invece ancora oggi rischiano la propria vita per rendere questa nostra società un posto più civile. Di persone che usano la lotta alla criminalità organizzata come strumento di potere purtroppo ce ne sono tante, ma non bisogna generalizzare perché è questo ciò che vogliono i mafiosi. Generalizzare è pericoloso: si banalizza il problema e alla fine si finisce persino col negare l’esistenza del fenomeno.

D: Posso chiederle un commento sul caso Maniaci?
R: Ho ascoltato alcune intercettazioni telefoniche sulle indagini che lo riguardano: ho stentato a crederci! Per dirla alla Pippo Fava (vedi la famosa intervista che il giornalista-scrittore ucciso dalla mafia rilasciò ad Enzo Biagi poco prima di essere massacrato), se vogliamo porre in una scaletta di valori quest’individuo, tra i «professionisti dell’antimafia», potremmo dire che Pino Maniaci era uno «scassapagghiaro», ovvero una specie di ladro di polli in mezzo a «menti molto più raffinate» che si annidano ancora oggi persino tra le pieghe di alcune associazioni di categoria, non escludendo neppure i sodalizi antiracket.
D: Cosa le ha insegnato Pippo Fava?
R: Pippo era una persona speciale. È stato per me e per i miei colleghi de I Siciliani un Maestro, un Padre, un Fratello. Tra le cose che mi ha insegnato ce n’è una che in particolare che mi è servita moltissimo nella mia modesta carriera di giornalista, ovvero l’arte di dipingere un mafioso senza mai usare la parola mafia: una cosa assai difficile da fare ma che in alcuni casi serve per evitare le querele. Ma la lezione più grande è stata quella della dignità umana e dell’incorruttibilità. Prima di ammazzarlo, la mafia cercò di «comprarlo» offrendogli un contratto miliardario, parliamo delle vecchie lire, per realizzare un altro giornale purché abbandonasse il progetto della nostra rivista. E lui, poche settimane prima di quel maledetto 5 gennaio, mentre sorbivamo insieme un caffè al bar di fronte la sede del nostro giornale, parlava sorridendo e a voce alta: «Io, a 60 anni e con le pezze nel culo, ho detto no a un contratto miliardario». E nel frattempo c’era chi lo pedinava e lo spiava nell’ombra.
D: Che ricordo ha del 5 gennaio 1984?
R: Mi arrivò la telefonata di un’amica che mi rintracciò a una festa e che mi diede subito la notizia brutalmente: «Hanno ammazzato Pippo Fava». Fu uno choc terribile, lanciai la cornetta per terra urlando: maledetti i cavalieri del lavoro. E corsi subito sul luogo del delitto. Il resto è storia.
D: Potrebbe raccontarmi qualcosa di lei, della sua storia giornalistica?
R: Ho iniziato a meno di 20 anni con un’intervista al meraviglioso cantastorie scomparso Cicciu Busacca che mi fu pubblicata da Espresso Sera, quotidiano del pomeriggio di proprietà di Mario Ciancio dove Giuseppe Fava era capocronista. E da allora non ho più smesso. Erano gli anni in cui, nonostante i 100 e più morti ammazzati l’anno, a Catania veniva negata l esistenza della mafia mentre Pippo si batteva invece per dimostrare il contrario.
D: Quali furono i suoi primi pezzi?
R: A ogni morto ammazzato, io con una fotoreporter donna e giovanissima come me (Linda Maugeri), scrivevamo articoli di supporto alla cronaca nera e facevano ciò che nessuno aveva fatto fino ad allora. Con passione e una gran dose di incoscienza ci recavamo nelle case dei morti ammazzati mentre i parenti piangevano i loro cari, i cui cadaveri erano ancora caldi. Parlavamo con loro cercando di sapere di più sulle vittime, cercando di cogliere, nel bene e nel male, cosa ci fosse dietro quel mondo. Pippo ci raccomandava di approfondire soprattutto gli aspetti umani positivi, per dimostrare che in fondo se si lavora sul quel «qualcosa di buono» gli uomini si possono anche redimere. Il più delle volte ci è andata bene, tranne qualche eccezione in cui ce la siamo dovuta dare a gambe levate. Ma il risultato è stato spettacolare, perché sono venute fuori storie molto belle e interessanti, soprattutto dal punto di vista umano, cosa che Fava non trascurava affatto.
D: In che rapporti di parentela è con Salvatore Quasimodo?
R: Era cugino di primo grado di mio padre ed è morto d’infarto quando io avevo solo 15 anni e cominciavo appena a capire la sua grandezza. Dopo averlo conosciuto rimasi talmente colpita che iniziai a scrivere poesie e non la finii più. Ma il genio, intendiamoci, era lui. Oltretutto Salvatore resta vivo nella mia memoria perché è stato il primo vero antifascista della famiglia Quasimodo, tra vari cugini che invece nel ventennio fascista erano stati fedeli a Mussolini.

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