17 Maggio Mag 2016 2005 17 maggio 2016

«Contro l'omofobia? Manca una legge»

Una sera del 2015 Stefano, tornando da una festa, è stato picchiato sul bus da chi lo chiamava «frocio». «Più di quel pugno fanno male i soprusi che noi gay siamo costretti a vivere».

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Una sensazione di beatitudine immotivata. I pensieri lasciati in un angolo, a riposare. La musica ancora negli occhi e nel profondo. Un omaggio a Madonna e le parole di tutte le sue canzoni lì, tra la mente e la bocca.
Stefano ha i capelli chiari, gli occhi azzurri ed è di Torino. Ha un sorriso spontaneo, convinto. Sta rientrando da una serata come tante: con un amico sale sul bus che lo deve riportare a casa. Insieme commentano la serata, quando due ragazzi, seduti nei sedili di fronte al loro, decidono che quei due ragazzi vanno puniti. Froci. Finocchi. Checche. Un pugno colpisce gli occhi blu di Stefano che, improvvisamente, cambiano colore: quello sguardo si deforma, si imbruttisce dal dolore. Poi il sangue e l’indifferenza delle persone intorno.
Da quella serata è passato un anno.
Il 17 maggio si celebra la Giornata Internazionale contro l’omofobia, che ebbe luogo per la prima volta il 17 maggio 2004 a 14 anni dalla decisione di rimuovere l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nella classificazione internazionale delle malattie, pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Stefano Sechi, dopo la terribile vicenda che l’ha coinvolto, ha lanciato un movimento, creando una pagina Facebook, Omofobia Stop, che conta 170.075 like e l’associazione Wequal.org. «Ho immaginato una comunità virtuale, fatta di tanta gente che non si conosce ma che è disposta a mettersi in gioco e tenersi per mano nel lungo e difficile cammino dei diritti», ha detto a LetteraDonna.

DOMANDA: Stefano, ricorda cosa successe quella sera?
RISPOSTA: Tornavo a casa da una festa ed ero con un amico: siamo saliti sul bus che ci riportava a casa e, come spesso accade tra amici, abbiamo iniziato a parlare della serata. Davanti a noi erano seduti dei ragazzi che chiesero: «Sei frocio?». Io senza problemi confermai, sicuro e orgoglioso della mia sessualità.
D: E loro?
R: Quello davanti a me si alzò ed iniziò a prendermi a pugni. Poi è scappato.
D: Chi ha assistito a quel pestaggio ha fatto qualcosa per aiutarla?
R: No. Nel bus nessuno mi ha aiutato: né con una parola, né con un fazzoletto per pulirmi il sangue. Mi son sentito in soggezione, sono sceso dall'umiliazione.
D: Si è mai sentito giudicato da chi avrebbe dovuto aiutarla?
R: Quella sera, il medico del pronto soccorso non ebbe nessun tipo di sensibilità. Ma eccetto quel contesto, no, non credo mi sia mai successo, per lo meno non per questa vicenda.
D: Prima si sentiva al sicuro?
R: Negli ultimi anni ho vissuto dentro una campana di vetro. Mi sentivo protetto, pensavo che l'omofobia fosse una specie di leggenda.
D: Le erano già capitati episodi simili prima di quel momento?
R: No non ero mai stato picchiato prima di allora. Tuttavia, spesso, mi sono sentito alienato.
D: Si sente al sicuro nel nostro Paese?
R: In quell'anno ho capito che l'omofobia esiste e che era il momento di combatterla. In Italia, purtroppo, un omosessuale dichiarato non ha la tranquillità di uscire sereno di casa.
D: Quali sono le discriminazioni peggiori che non riesce ad accettare?
R: Il pugno mi ha fatto male, ma nulla in confronto ai soprusi giornalieri che siamo costretti a vivere, o all'odio che ogni giorno politici e istituzioni religiose ci riservano.
D: Prova odio nei confronti di chi l'ha aggredita?
R: Io non odio nessuno. Non odio chi mi ha picchiato. Provo molta rabbia per uno Stato indifferente. Per fortuna non siamo completamente soli però. Io stesso, spero oggi, di rappresentare un appoggio per tutte le persone che subiscono ciò che ho subito io.
D: Ha perdonato?
R: No. Non ho perdonato chi mi ha fatto male perché non li ho mai odiati.
D: Consiglia a tutte le persone che hanno subito questo tipo di violenza di parlarne e di uscire allo scoperto?
R: È molto difficile parlarne genericamente: ogni storia è a sé. Posso solo consigliare di voltare pagina, di non scoraggiarsi. Ripeto ancora una volta: non siamo soli.
D: Luciana Littizzetto si è spesa in prima persona per far circolare la sua storia. Chi, oltre a lei, l’ha aiutata a far conoscere la sua storia?
R: Tutto era partito grazie a Luciana che nel suo programma La Bomba, in onda su Radio Deejay, ne aveva parlato. Ero stato invitato a parlare della mia storia e da quel momento furono in molti ad aderire. Pubblicai la mia foto con lei sui social e da quel momento si innescò un meccanismo di grande condivisione. Sono arrivati poi Laura Pausini, Raul Bova, Antonella Clerici, Carolina Crescentini, Emma Marrone, Alessandra Amoroso, Cristiano Malgioglio, Alba Parietti, Vladimir Luxuria e Barbara D’Urso che mi ha invitato in trasmissione. Sono tanti, probabilmente ne ho dimenticato anche qualcuno. Sono felice che la mia storia abbia raggiunto tutti, non solo personaggi famosi.
D: Ha gioito per l’approvazione della Legge sulle unioni civili?
R: Ritengo che le unioni civili siano soltanto un punto di partenza, ma non bastano. La legge così com’è scritta non risponde in modo sufficiente alle istanze, soprattutto perché, ancora una volta, non si tutelano le persone più indifese, i bambini, figli di queste famiglie che esistono.
D: Che appello si sente di fare a questo Paese?
R: Il mio appello va al Presidente Renzi: le unioni civili sono state approvate, adesso tocca alla legge contro l'omofobia.

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