9 Maggio Mag 2016 1705 09 maggio 2016

«Mamma Felicia, una rivoluzionaria»

Sposò un mafioso, ma fece della sua vita una battaglia per difendere gli ideali del figlio assassinato da Cosa Nostra. La straordinaria e dolorosa storia di Felicia Impastato raccontata dal figlio Giovanni.

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Felicia_impastato

Nella notte tra l’8 e il 9maggio 1978 un uomo venne portato sui binari della Palermo - Trapani. Fu legato, imbottito di tritolo e fatto esplodere sulla ferrovia. Aveva appena 30 anni, viveva in un paesino della Sicilia chiamato Cinisi in cui i suoi attacchi alla mafia non erano più tollerati: si chiamava Giuseppe Impastato.
La sua storia è unica al mondo: non esistono altri casi di persone che, nate in un contesto mafioso, si sono ribellate per fare della loro vita una battaglia contro la mafia. La vita di sua madre, morta nel 2004, diventata una delle donne simbolo della lotta a Cosa Nostra, viene raccontata dal film Felicia Impastato, in onda su Rai Uno il 10 maggio, un giorno dopo l'anniversario del sacrificio di suo figlio.

«NON NE CAPIVO NIENTE DI MAFIA...»
Nel 1947 questa donna, una casalinga che aveva studiato fino alla quinta elementare, sposò Luigi Impastato, che veniva da una famiglia di piccoli allevatori legati alla mafia di Cinisi: suo cognato Cesare Manzella era il capomafia del paese, ucciso nel 1963 in un agguato nella sua Giulietta imbottita di tritolo. Ma i legami della famiglia Impastato con la criminalità si spingevano anche oltre: Luigi era amico del boss di Cosa Nostra Gaetano Badalamenti, colui che ordinò la morte di suo figlio.
«Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo», raccontò Felicia Impastato nella sua storia di vita pubblicata nel volume La mafia in casa mia. Quando il 5 gennaio 1948 nasce Peppino, il suo primogenito, iniziò per lei una seconda vita fatta di dolore, paura, ribellione.

LA BATTAGLIA PER LA VERITÀ
Peppino Impastato capì da giovane che la mafia era il male. Si candidò nelle fila di Democrazia Proletaria, fondò L'Idea Socialista, giornale su cui scriveva che era «una montagna di merda», e derideva i boss di Cinisi tramite i microfoni di Radio Aut, bersagliando l'amico di suo padre, Badalamenti. Ma un criminale rispettato come Don Tano non poté tollerare troppo a lungo gli affronti pubblici di un ragazzetto spregiudicato.
All'alba del 9 maggio '78 Impastato venne ritrovato a pezzetti sui binari della Palermo - Trapani. Omicidio? Macché. Da subito, per tutti - forze dell'ordine e stampa - il giovane siciliano era morto mentre preparava un attentato terroristico. Poi, no, si erano sbagliati: si era suicidato dopo aver cosparso il suo sangue sulle pietre ed essersi legato da solo prima di farsi esplodere. Un depistaggio scientifico fu smascherato dopo anni grazie alla tenacia di Felicia e Giovanni Impastato, fratello minore di Peppino. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituì un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è venne approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Le condanne dei mandanti arrivarono oltre 30 anni dopo il delitto: nel 2001 per Vito Palazzolo (30 anni di reclusione) e nel 2002 l'ergastolo per Gaetano Badalamenti.

UN DOLORE COMPOSTO
Felicia Impastato gridò da subito nomi e cognomi degli assassini del figlio. La struttura del film è costituita da un flash-back che s'interpone nella lunga deposizione di Felicia al Tribunale di Palermo nel 2000. Nessuno le dava credito: solo il magistrato Rocco Chinnici, che riprese in mano le carte, cercò i riscontri per andare avanti. Il 29 luglio 1983 Chinnici venne ucciso in un attentato, ma la sua passione civile contagiò Franca Imbergamo, che diventò magistrata. Fu lei a riaprire i faldoni, a riannodare i fili. Il 25 ottobre del 2000 Felicia Impastato entrò nell'aula di tribunale per guardare in faccia, in videoconferenza, il boss Gaetano Badalamenti, condannato all'ergastolo. Dopo Lucia Sardo, interprete de I cento passi di Marco Tullio Giordana, a incarnare la madre di Impastato è Lunetta Savino, che ha raccolto la sfida. «È molto difficile per un'attrice preparare questo personaggio. Ho amato subito questa donna, appena ho visto le sue interviste video fino allo sfinimento, non per imitarla ma per comprenderne meglio lo spirito». Una donna che non ha mai «spettacolarizzato il proprio dolore» e che, come ci ha raccontato suo figlio Giovanni, ha convissuto con un conflitto forte e logorante. Fino a quando non ha potuto fare altro che liberarsene.

D: Giovanni, chi era Felicia Impastato?
R: Una donna coraggiosa e umile, che ha lasciato un segno fortissimo nella nostra società. Ha avuto il coraggio di rompere con la sua famiglia per dedicare la sua vita alla lotta contro la mafia. Nonostante la sofferenza che ha provato, però, era una donna senza rancore, senza sentimenti di odio né di vendetta.
D: La sua storia è rivoluzionaria proprio perché sposò un uomo che aveva a che fare con la mafia.
R: Non voglio usare mezzi termini: mia madre ha sposato un mafioso. Ma la mafia era percepita come qualcosa di positivo, basata su un codice d'onore, delle regole. Questo le avevano insegnato. Solo quando ha capito che cos'era davvero, che era il contrario di quello che ci avevano raccontato, si è ribellata. Perché le avevano ammazzato un figlio.
D: Voleva ribellarsi al sistema mafioso in cui viveva, ma al tempo stesso doveva proteggere Peppino, che denunciava e sbeffeggiava i boss del Paese. Un conflitto logorante.
R: Molto. Lei era una donna intrisa di una cultura cattolica, legata al giuramento basato sulla famiglia. Ma era la moglie di un mafioso. Ha rispettato mio padre fino alla fine, ma quando è stata costretta a fare una scelta si è schierata dalla parte del figlio. Quella della giustizia, della legalità.
D: Quando suo figlio scrisse sul giornale che «la mafia era una montagna di merda», sua madre impedì che quel numero potesse essere letto. Aveva paura?
R: Certo, aveva paura per suo figlio. Andò a comprare tutte le copie, dalla prima all'ultima. Era terrorizzata dalla reazione dei mafiosi del Paese.
D: E lei come si poneva nei confronti di tuo fratello? Lo spronava? Lo frenava?
R: Lo appoggiavo, ma in certi casi non ero d'accordo con alcune sue prese di posizione, come lo scontro così diretto con la mafia. Non parlo di scelte: quelle le condividevo, comprese quelle politiche. Ma Radio Aut, le accuse dirette, i volantini, mettevano a rischio la sua incolumità fisica.
D:  Sua madre diceva al marito: «Se mi porti dentro qualcuno...che ne so un mafioso, me ne vado da mia madre» (La mafia in casa mia). In quale momento sua madre si è ribellata?
R: C'è stato un crescendo prima della rottura. La morte di mio zio, capomafia di Cinisi, ha segnato l'inizio anche della sua ribellione, dopo quella di Peppino. Da senso di protezione nei confronti del figlio è passata a un coinvolgimento diretto. Un passaggio avvenuto gradualmente, fino al 10 maggio 1978, quando mia madre 'esplode'. Dopo che gli muore il marito (nel 1977 in un incidente d'auto, ma c'è chi sospetta sia stato ucciso deliberatamente, ndr) e gli uccidono il figlio.
D: Secondo lei, se Luigi Impastato fosse stato in vita, che posizione avrebbe preso dopo la morte di suo figlio?
R: Questo non lo so. Posso dirti però che mio padre quando ha saputo che Gaetano Badalamenti aveva deciso la condanna a morte di Peppino, è scappato negli Stati Uniti in cerca di protezione per il figlio. Quindi credo avrebbe preso una decisione del genere anche successivamente. Anzi, forse ancora più drastica.
D: Torniamo a Felicia. Gridò da subito al mondo che suo figlio non si era suicidato. E andò a costituirsi parte civile.
R: Sì, fino a rompere con i parenti mafiosi. Li cacciò di casa. Se fino a un certo punto ha mantenuto un legame con il marito era solo perché lui fungeva da protezione nei confronti di Peppino. Questo lei lo sapeva perfettamente, era una donna intelligentissima.
D: Non era colta, ma promuoveva la cultura. Dopo la morte di Peppino ha continuato fino alla morte a parlare di antimafia alle nuove generazioni. Diceva: «Studiate, perché studiando si apre la testa e si capisce quello che è giusto e quello che non è giusto». 
R: Sì, accoglieva tutti i giorni i ragazzi delle scuole, raccontava loro la storia di suo figlio, ha aperto la sua porta di casa per non chiuderla mai più. Una donna che ha fatto cose rivoluzionarie.
D: Lei, dopo la morte di Felicia, ha raccolto l'impegno di sua madre. Come si è sentito quando ha saputo dell'intervista del figlio di Totò Riina a Porta a Porta?
R: Mi sono indignato tantissimo, è stata una cosa di una gravità unica. È impossibile che in un servizio pubblico qualcuno possa permettersi di arrivare a tanto. Soprattutto, parliamo della la stessa Rete che deve raccontare la storia di mia madre. È stato terribile.
D: Infatti ha scritto una lettera al direttore generale della Rai Antonio Campo dell'Orto. Voleva ritirare il film.
R: Sì, ho scritto una lettera che metteva in evidenza alcuni aspetti per me importanti, e li ho anche diffidati di ritirare la liberatoria per il film.
D: Poi cosa è successo?
R: Le cose sono cambiate perché tantissime persone, da tutta Italia, mi hanno chiesto di non farlo. Se il film va in onda è grazie a loro.
D: Sarebbe stato un peccato non raccontare una storia come questa. A maggior ragione perché in prima serata e su una Rete pubblica.
R: Assolutamente. Ha prevalso questo. La gente mi diceva: «Non ci privare di una storia come questa. Vogliamo sapere, vogliamo conoscere».
D: So che prima che il film I Cento Passi (il film del 2000 sulla vita di Peppino Impastato diretto da Marco Tullio Giordana, ndr) venisse girato, aveva delle perplessità sull'impatto che avrebbe potuto avere sul pubblico. Ci sono state anche questa volta?
R: Le perplessità ci sono sempre, ci sono state fin dall'inizio anche per questo film, ma l'importante è il giudizio degli spettatori davanti al quale io alzo le mani.
D: I Cento Passi ebbe un successo inaspettato e, dopo anni di battaglie della vostra famiglia, è riuscito in poche ore a far conoscere il sacrificio di Peppino Impastato in tutto il mondo.
R: Assolutamente. È indubbiamente la cosa più importante che abbiamo fatto. Ovviamente prima ci sono state le battaglie per i processi, le denunce, il lavoro fondamentale della Commissione Antimafia. L'impatto del film è stato dirompente: ci ha dato la grande possibilità di far conoscere la figura di mio fratello, ma sopratutto tutto il nostro lavoro per onorare la sua memoria, nel mondo.

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