4 Maggio Mag 2016 1134 04 maggio 2016

Nessuno dimentica gli Invincibili

Il 4 maggio 1949 il sogno del Grande Torino venne spezzato dal tragico incidente aereo di Superga. Gigi Gabetto, figlio dell’attaccante Guglielmo, oggi 74enne, ripercorre con noi quella strage.

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Grande Torino

A un bambino non bastano 67 anni per cancellare il dolore per la morte del papà. Ne aveva solo sette Gigi Gabetto, quando suo padre Guglielmo, detto «il Barone», perse la vita nella tragedia di Superga. Era un attaccante - uno dei più forti di tutti i tempi - del mitico Torino, squadra che aveva vinto gli ultimi cinque scudetti. Tutti i giocatori morirono il 4 maggio 1949 per un incidente aereo che è rimasto impresso nella memoria di tutti. Si salvarono, per aver mancato l’amichevole a Lisbona, un malato, un infortunato e una riserva. Il velivolo, che portava a casa i migliori giocatori dell’epoca, si schiantò contro il terrapieno della basilica di Superga, un paesino del torinese. Nessun superstite: 31 morti su 31. Il 4 maggio la Fifa ha istituito la giornata mondiale del gioco del calcio. Ora che Gigi ha 74 anni, ripercorre con noi quella tragedia, con la voce rotta dall’emozione.

DOMANDA: Signor Gabetto, lei era piccolo all’epoca, cosa ricorda di quella giornata?
RISPOSTA: Mia madre aveva un bar in centro assieme agli Ossola (la famiglia di un altro calciatore morto nello stesso incidente, ndr). Quel giorno vedevamo una strana folla davanti al nostro bar: gente che si affacciava per guardare dentro… Allora mia madre chiamò l’aeroporto e chiese se la squadra fosse arrivata. Le risposero meravigliati e infastiditi: «Ma come signora? Non lo sa che c’è stato un incidente?». Così apprendemmo della morte di mio padre.
D: Tutti sapevano tranne voi. Da dove l’avevano saputo? Dalla radio?
R: Forse dal passaparola… Sa, il Torino era seguitissimo.
D: Praticamente la squadra coincideva con la Nazionale dell’epoca… Siete stati mai risarciti per quel lutto?
R: Non voglio entrare in questa polemica. Diciamo che qualcosa abbiamo avuto, ma non abbastanza.
D: E poi? Come cambiò la sua vita?
R: Fui mandato subito in collegio a Rivoli, perché mia madre da sola non ce la faceva. E mi ricordo il primo giorno di scuola, quando entrai in classe tutti mi guardavano come a dire: «Ti siamo vicini». Quando si avvicina il 4 maggio mi viene sempre un po’ di malinconia.
D: Lei comunque è rimasto legato al calcio, al Torino.
R: Sono stato un calciatore di serie B, non ero forte come mio padre. E poi sono stato cinque anni responsabile del settore giovanile e un anno dirigente accompagnatore del Torino. Ora faccio ancora stage per i giovani e manifestazioni alla memoria di mio padre. I giovani sono importanti, sa?
D: Importantissimi. Nel calcio e negli altri ambienti.
R: Adesso il calcio italiano è pieno di stranieri. All’epoca non era così.
D: Come ogni 4 maggio, anche quest’anno Torino ricorda la tragedia, con una messa, e l’apertura straordinaria del museo del Grande Torino. Lei cosa fa?
R: Vado in chiesa un po’ prima della funzione religiosa, perché sa io ancora mi commuovo…

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