2 Maggio Mag 2016 1346 02 maggio 2016

Le donne che hanno incastrato bin Laden

Il 2 maggio 2011 il leader di al Qaeda veniva ucciso dai Seals Usa. A scoprire il suo nascondiglio non fu una sola agente, come mostrato in Zero Dark Thirty, ma un gruppo di agguerrite analiste della Cia.

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donne cattura bin laden

Nada Bakos, Barbara Sude, Susan Hasler, Gina Bennett, Cindy Storer.

La notte del 2 maggio 2011 un manipolo di Navy Seals, corpo speciale delle forze armate statunitensi, faceva irruzione in un bunker di Abbottabad, in Pakistan, e poneva fine alla vita di Osama bin Laden. L'atto finale di una lunga caccia all'uomo durata all'incirca 20 anni e che è stata raccontata dal film Zero Dark Thirty. Ma quanto c'è di vero nel lungometraggio realizzato da Kathryn Bigelow e che vede Jessica Chastain nel ruolo di Maya, l'agente della Cia che grazie alla sua sua caparbietà (e a metodi non esattamente convenzionali) riesce a individuare l'ultimo covo dello sceicco del terrore? Difficile dirlo con certezza, anche ad anni di distanza. Molte informazioni sull'assalto rimangono secretate. Da più parti il film della Bigelow è stato accusato di giustificare la tortura ed è stato dipinto come uno strumento di propaganda della Cia. Ma almeno su un punto sembra che concordino tutti: il merito della cattura di Bin Laden è tutto, o quasi, delle donne.

LA SORELLANZA
Donne, al plurale. Perché Maya, probabilmente, non è mai esistita. È esistito, invece, un gruppo di donne note come La Sorellanza: tra queste, Nada Bakos, Cindy Storer e Barbara Sude. Sono tre delle protagoniste di Manhunt, documentario di Greg Barker prodotto dalla Hbo che si propone di raccontare la verità sui due decenni di indagini che hanno condotto all'uccisione di Osama Bin Laden. Fin dai primi Anni 90 i servizi segreti americani avevano messo nel mirino l'organizzazione terroristica, che all'epoca cercava di operare nella segretezza più assoluta. E gli agenti più ostinati in questa missione complessa e snervante erano proprio quelli di sesso femminile. Che non dovevano fare solo i conti con i terroristi, ma anche con la perplessità dei colleghi maschi. «Ci vedevano come delle fanatiche ossessionate dal nostro lavoro, eccessivamente emotive», racconta Cindy Storer nel documentario. Spiegando che, alla fin fine, l'unica differenza tra uomini e donne in preda allo stress è che «loro lanciano sedie per aria, noi piangiamo».

Jessica Chastain interpreta Maya in Zero Dark Thirty.

OSSESSIONE E FRUSTRAZIONE
E mentre le lacrime, probabilmente, venivano viste come un segno di debolezza, la meticolosità con cui queste donne hanno cercato per anni informazioni su bin Laden è stata spesso giudicata eccessiva dai loro superiori. La stessa Storer ammette che, in fondo, l'intensità della loro dedizione poteva essere considerata, da molti punti di vista, come borderline. Ma questo livello di ossessività era necessario per far fronte all'enorme senso di frustrazione che scaturiva da una ricerca che sembrava non avere mai fine e che non sembrava mai progredire. Questo, secondo Nada Bakos, è uno degli aspetti meglio rappresentati da Zero Dark Thirty. Ma la stessa Bakos critica l'importanza data al personaggio (fittizio, ribadiamolo) di Maya, che sminuisce il ruolo del vero gruppo che ha lavorato a quella che forse è stata la più imponente caccia all'uomo di sempre.

FACEVANO VERGOGNARE I TERRORISTI
Ma perché le donne sembrano avere una marcia in più nella lotta al terrore? È solo un caso che abbiano avuto un ruolo così rilevante nella caccia a Bin Laden o c'è qualcos'altro? Secondo Nada Bakos, potrebbe avere a che fare con la maternità e con l'istinto di protezione nei confronti della prole. Inoltre, potrebbero avere una visione del rischio temporalmente più estesa rispetto al punto di vista maschile, oltre a dimostrare una conoscenza quasi enciclopedica del mondo di al Qaeda. Pare, inoltre, che fare interrogare i terroristi dalle donne fosse particolarmente efficace: i membri di al Qaeda, infatti, venivano sia scossi dall'effetto sorpresa, sia dal senso di vergogna derivante dal trovarsi in una situazione che li vedeva sottomessi a una donna.

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