28 Aprile Apr 2016 1426 28 aprile 2016

«Imparate a recitare»

«Insegna a fare la cosa più difficile: mettersi nei panni degli altri». A tu per tu con Lino Guanciale, dal 28 aprile a fianco di Vanessa Incontrada nella nuova fiction Non dirlo al mio capo.

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'Il Volto Di Un'Altra' Photocall - The 7th Rome Film Festival

«Recitare va insegnato ai bambini e tutti dovrebbero farlo, per legge, almeno una volta nella vita perché ti costringe a fare la cosa più difficile del mondo: mettersi nei panni di un altro. È la fantasia drammatica che manca ai nostri politici, come diceva Gramsci». Parole di Lino Guanciale.
Attore di teatro prestato alla televisione, 36 anni, occhi blu, determinato e timido, in pochi anni è diventato uno dei volti della fiction italiana. Inarrestabile, è attualmente in onda con Il Sistema, sul set triestino de La porta rossa, serie-tv scritta da Carlo Lucarelli dove interpreta l’ispettore Cagliostro, e dal 28 aprile lo troveremo protagonista, accanto alla frizzante Vanessa Incontrada, della nuova fiction targata RaiUno, Non dirlo al mio capo.

DOMANDA: Come è nato l’amore per la recitazione?
RISPOSTA: I miei genitori mi portavano al cinema fin da piccolissimo. La prima volta avevo tre anni e ho visto La Carica dei 101, a pochi di più L’ultimo imperatore, ma il film che mi ha segnato è stato La voce della luna di Federico Fellini. Uscii dalla sala e dissi ai miei che volevo fare il regista perché questo Fellini mi sembrava in gamba. Ad Avezzano, la città dove sono nato in provincia dell’Aquila, il teatro non c’era e non avevo molte occasioni di vedere spettacoli dal vivo. Quindi ero più uno spettatore cinematografico che teatrale.
D: Quando avvenne la svolta definitiva?
R: Ho recitato in un laboratorio teatrale solo l'ultimo anno delle superiori - anche se il desiderio dentro di me è sempre stato fortissimo - perché pensavo di non essere abbastanza bravo o che se lo fossi stato mi avrebbe sconvolto la vita. Lo sentivo come qualcosa di molto pericoloso. Sognare di fare il critico cinematografico o anche il giornalista, perché mi piaceva scrivere, mi sembrava più sicuro.
D: Come si sentiva sul palcoscenico?
R: A teatro mi riusciva bene persino comunicare con gli altri, mentre in altre circostanze era una cosa in cui non ero particolarmente bravo. Sul palco mi sentivo a casa. Non avrei potuto vivere con il rimpianto di non aver intrapreso questa strada.
D: Nella serie Il Sistema è Michele Grandi. Chi è?
R: È il novellino della squadra del Maresciallo della Guardia di Finanza Luce, il suo maestro, un rapporto che poi entrerà in crisi. È irruento ed è un simpatico guascone a cui piacciono le ragazze. Era la prima volta che lavoravo in un film d’azione, in una parte in cui mi sono sentito molto a mio agio.
D: E dal 28 aprile con Vanessa Incontrada, ne Non dirlo al mio capo.
R: Sono il taciturno e misantropo Enrico Vinci, che ha molto successo con le donne e la cosa lo intriga, ma sempre all’insegna del disprezzo e non del divertimento legato al corteggiamento. È un uomo molto intelligente che gioca sadicamente con le altre persone e che si porta dietro delle ferite con cui dovrà fare i conti.
D: Come è stato lavorare con Vanessa?
R: È una persona di un calore e di una dolcezza veramente rare. Ti fa sentire subito a tuo agio. È empatica, una qualità che ammiro molto perché a me resta più difficile aprirmi.
D:Come è cambiata la sua vita con tutta questa popolarità?
R: Non così tanto, solo per il fatto che la gente mi riconosce e mi ferma per strada, ma io non ho smesso di prendere l’autobus e la metropolitana. Continuo a lavorare tantissimo, al punto che non ho neanche il tempo per pensarci troppo. Faccio teatro, non ci ho mai rinunciato. Ora sto girando, ma il sabato e la domenica mi riunisco con la mia compagnia teatrale per portate avanti i nostri progetti.

D: La sua gavetta è stata piuttosto lunga. Ha mai pensato di mollare tutto?
R: Ci sono stati dei momenti di maggiore sconforto. Però anche quando facevo solo a teatro e non avevo una retribuzione stellare, ho avuto la fortuna di lavorare per tutto l’anno. In più insegnavo e quindi c’era una continuità che mi ha permesso di farcela.
D: Molti attori di teatro guardano con diffidenza alla televisione. Lei no.
R: Ho scelto le fiction non per fare carriera, ma solo perché con la mia compagnia continuavamo a produrre spettacoli di qualità che non trovavano spazio nei cartelloni di teatro perché non avevamo nomi importanti. Le offerte dalla tivù arrivavano ma le ho sempre rifiutate per fare solo teatro e cinema. I soldi guadagnati li usavo per co-produrre i lavori teatrali. Alla fine ho detto: «Ci provo con la tivù e vediamo come va. E ora lo spazio in cartellone lo troviamo con più facilità».
D: È insegnante e divulgatore scientifico-teatrale all'università e nelle scuole superiori. Cosa cerca di trasmettere a questi giovani?
R: Il teatro è una forma di conoscenza autonoma. Ci sono delle cose che puoi imparare solo se reciti, solo se ti applichi teatralmente a dei testi. Se ti poni il problema di dover incarnare le parole di un altro, questa cosa ti fa uscire un po' da te stesso, che è un esercizio tanto sano, e ti fa problematizzare il fatto che esistano persone che ragionano diversamente da te, che sono altri mondi. Impari ad accettare di più quello che è diverso da te che soprattutto oggi è molto importante.
D: E cosa invece le insegnano?
R: Ho avuto la fortuna di incontrare grandi maestri, come Claudio Longhi, Luca Ronconi, Edoardo Sanguineti e, a parte loro, gli altri sono stati i ragazzi delle scuole con cui lavoro. Loro ti costringono quando devi spiegare una cosa a capirla bene prima tu. Insegnare mi ha messo nella condizione di dover imparare tanto.
D: Tra i grandi attori italiani di ieri, ha un modello a cui si è ispirato?
R: Il più politicamente intelligente è stato Gian Maria Volontè. Sempre rigoroso e coerente con le sue scelte. Poi per il talento e la comicità Gassman, Mastroianni e Manfredi.
D: Le hanno mai detto che è perfetto mix tra Giannini e Mastroianni?
R: Me lo dicevano anche in Accademia, dove i ritratti di tutti questi signori erano appesi alle pareti. Il confronto mi intimoriva molto, ma mi faceva anche piacere.
D: Ha recitato in teatro anche in Romeo e Giulietta per Gigi Proietti. A 400 anni dalla morte del Bardo pensa che le passioni umane siano sempre ancora così intense?
R: Sì, anche se spesso non siamo sufficientemente attenti per ascoltarne la forza. Siamo un po’ più distratti. Abbiamo una soglia di attenzione, sia interiore che esterna, più labile. Però la potenza delle passioni è intatta come allora. È scritta nella carne delle persone.
D: Adesso è impegnato sul set come protagonista assoluto nella serie tv La porta rossa (titolo provvisorio), scritta da Carlo Lucarelli dove interpreta l’ispettore Cagliostro.
R: È un bel progetto, innovativo e poco frequentato dalla nostra produzione televisiva. Interpreto Cagliostro che muore e diventa un fantasma. Da questo presupposto del racconto parte tutta la storia.
D: Tra le esperienze più importanti del suo curriculum c'è sicuramente To Rome with Love di Woody Allen.
R: Ho avuto la fortuna di girare l’episodio con tutti attori stranieri: Jesse Eisneberg, Alec Baldwin ed Ellen Page. Ho conosciuto la democraticità pragmatica di cui gli americani sono capaci. Tutti trattati allo stesso modo. Insieme sul pulmino per andare in scena, con Eisneberg, appena candidato all’Oscar per The Social Network, accanto a me. Mi è rimasta impressa di Allen la sua attitudine a mettere a posto le battute con gli attori sul set, chiedendo ad ognuno la sua opinione. E questo mi pietrificava. Ma anche il suo amore sconfinato per la pasta cacio e pepe. Girava tutti i ristoranti di Roma solo per mangiarla.

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