29 Marzo Mar 2016 1622 29 marzo 2016

Non riesce a essere felice

Amanda Knox racconta il suo periodo passato in carcere duranto il processo per l'omicidio di Meredith Kercher e svela una ferita che, a un anno di distanza, fa ancora fatica a rimarginarsi.

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Amanda Knox sits before being interviewed on the set of ABC's Good Morning America in New York

Un ricordo straziante. Vivido, intenso. Un ricordo difficile da metabolizzare e archiviare nella sezione passato. «Non riesco a essere felice, il peso resta. Il corpo non dimentica mai». Così Amanda Knox, a un anno dalla sua assoluzione definitiva per l'omicidio di Meredith Kercher, si racconta in una lettera aperta pubblicata sul West Seattle Herald. Tra le righe emerge la sua vita oggi ma anche il processo e il periodo trascorso in carcere.

RICORDO INDELEBILE
«Nell'anniversario della mia assoluzione definitiva, la prima cosa che mi viene in mente non è il momento in cui guardando sullo schermo del mio Pc ho visto le reazioni incredule davanti alla mia assoluzione», ha scritto la Knox. Tra i ricordi che affollano la mente dell'ex studentessa statunitense c'è infatti ben altro. O meglio una persona con cui ha dovuto trascorrere diverso tempo quando era detenuta in carcere. «Quello che mi viene in mente di quel periodo è una mia compagna di cella, che chiameremo Bernadette, seduta di fronte a me, mentre strappava le pagine del mio diario, fino a non lasciare nulla», ha scritto.

INCUBO COSTANTE
Ed è proprio Bernadette che affolla costantemente gli incubi della Knox. «Ha passato quasi tutti il tempo in dormiveglia, si era convinta che stessi scrivendo qualcosa di brutto su di lei, che facessi la spia. Ho provato a ragionare con lei, ma era troppo convinta». Da qui la brutale reazione della compagna di cella. In un attimo Amanda si è sentita privata di quell'amico, di quel prezioso confidente, che nei lunghi giorni in carcere l'aveva aiutata ad andare avanti. «Non avevo molto, in prigione, ma avevo quel diario. Era il posto in cui scrivevo quello che volevo ricordare. Era un'estensione di me stessa, come tutto quello che già mi era stato portato via: la mia famiglia, i miei amici, il mio futuro. Quello che ha fatto Bernadette è un po' l'esperienza che ho vissuto nelle mani del sistema giudiziario. Il mio diario era la mia libertà. Bernadette non era cattiva. Solo, stava sbagliando». E quella privazione ha enormemente turbato Amand non dandole più pace. Tanto che sperava «a Pasqua, con la mia famiglia che si riunisce a bere e a mangiare» di riuscire a sentirsi finalmente felice. «Ma a solo un anno da quel periodo in cui la mia libertà è stata negata, forse sto ancora elaborando cosa è successo». Ma ora Amanda prega che anche quella ferita, col tempo, si possa rimarginare.

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