15 Marzo Mar 2016 1427 15 marzo 2016

«Chiedeteci come è andata la partita»

A tu per tu con la calciatrice di serie A Stéphanie Öhrström, che ci ha parlato del maschilismo nel mondo del pallone: «Basta chiederci se siamo lesbiche. Interessatevi a come giochiamo».

  • ...
ohrstrom2

Il maschilismo in Gran Bretagna impazza nel mondo del calcio. Ad annunciarlo è una ricerca promossa dall’organizzazione Women in Football. I dati non lasciano dubbi: la maggioranza delle donne che lavora nel mondo del football sostiene di essere stata testimone di episodi di sessismo, un quarto spiega di aver sofferto per azioni di bullismo legate alla sfera sessuale, mentre addirittura il 15 % ha confessato di aver subito molestie. La ricerca, condotta dall’università di Liverpool, ha suscitato clamore, soprattutto perché l’Inghilterra, dove le calciatrici sono professioniste, sembra un Paese avanzato in termini di parità e rispetto. Eppure il 46 % delle intervistate ha dichiarato di essere stata vittima di atteggiamenti maschilisti, mentre il 61 % ha detto di esserne stata quantomeno testimone. Anche se il 60 % delle donne è convinto che negli ultimi anni si siano registrati dei miglioramenti nella parità tra i sessi, secondo il 70 % sono ancora troppo pochi gli spazi riservati alle signore, che devono anche pagare lo scotto di dover sempre dimostrare di essere meglio dei colleghi maschi per ottenere qualcosa.
Atteggiamenti che si vivono costantemente anche in Italia, come testimonia Stéphanie Öhrström, 29enne portiere della società Verona Calcio Femminile, che milita in serie A. Nata a Trelleborg, in Svezia, dove ha mosso i suoi primi passi sul campo da calcio, per molti anni ha anche giocato nelle file della nazionale del suo Paese affrontando colleghe di diverse nazioni.

DOMANDA: Quando ha cominciato a giocare a calcio?
RISPOSTA: Ho iniziato a cinque anni con mio cugino che aveva un anno più di me. Non riuscivamo al pallone, nè a casa nè a a scuola. resistere e giocavamo a casa e a scuola. Poi siamo andati nella stessa squadra, che pur essendo maschile mi ha fatto partecipare.
D: Un divertimento che poi è diventato un lavoro.
R: In tutte le squadre mi dicevano che avevo talento e venivo scelta. Ho cambiato diverse divise, poi c’è stata la nazionale giovanile e quella maggiore.
D: Cosa ricorda di quella esperienza?
R: È stato emozionante. Giocare per il mio Paese mi rendeva orgogliosa. Ho conosciuto tanti bravi atleti e poi ho avuto la possibilità di visitare posti del mondo dove forse non sarei mai andata altrimenti. Sono stata davvero fortunata.
D: Il maschilismo nel mondo del calcio è un problema così grave, come denunciano i dati inglesi?
R: Il sessismo nel calcio esiste, soprattutto in Italia. Qui accadono cose che sarebbero inaccettabili in altri Paesi. In Svezia avvenivano 30 anni fa, poi le donne si sono ribellate e hanno conquistato la loro autonomia.
D: Quali sono le differenze nella relazione uomo - donna tra Italia e Svezia?
R: Innanzitutto in Italia gli uomini che giocano a pallone sono professionisti mentre le donne non lo sono; poi il mondo del calcio maschile può contare su un forte rispetto che non esiste invece per il nostro settore. Inoltre anche negli aspetti più semplici della vita quotidiana l’Italia è ancora molto maschilista.
D: Le è capitato di subire qualche discriminazione?
R: Non ho avuto esperienze dirette, non posso dire di aver subito maltrattamenti o molestie. Si tratta più che altro di una sensazione.
D: Dovuta a cosa?
R: Quotidianamente in Italia capita di ricevere apprezzamenti, commenti o battute maschiliste. Il problema è che mentre in Inghilterra le donne se ne accorgono e protestano parlando di sessismo e molestie sessuali, in Italia certe cose vengono accettate come se fossero normali, perché sono talmente diffuse da ritenerle quasi inevitabili. Bisogna riuscire a scardinare questo sistema di doppi sensi, allusioni e commenti.
D: Nel nostro Paese non ci sono interventi adeguati?
R: Certo qualcosa si sta muovendo, anche se lentamente. C’è una maggiore consapevolezza. Nel mondo del calcio ci siamo lamentate minacciando di scioperare perché volevamo ottenere il rispetto di alcuni diritti e ci siamo riuscite. Ma siamo lontanissime dalla parità. Anche solo dalla considerazione che fare la calciatrice è una professione.
D: Quali sono stati gli episodi che nel mondo del calcio hanno testimoniato queste discriminazioni?
R: Per esempio la frase pronunciata qualche mese fa da uno dei responsabili della Figc ( Felice Belloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, ndr), che aveva etichettato le calciatrici come «quattro lesbiche». Quello è stato un episodio estremo, ma in generale sa quante volte mi è capitato che in interviste o programmi tivù mi chiedessero se le calciatrici sono omosessuali? Una cosa che non ha senso e non si spiega, anche perché nessuno chiederebbe mai a un calciatore uomo quali sono i suoi orientamenti sessuali o se è fidanzato. A loro chiedono com’è andata la partita e se hanno sbagliato, a noi cosa pensiamo della famiglia...
D: Talento a parte, cosa serve per fare la calciatrice?
R: Tanta passione, anche perché non si guadagna molto. Non siamo professioniste: per questo alcune colleghe sono costrette a fare un altro lavoro.
D: Lei no?
R: Per il momento no, ma di certo non accantono risparmi o non faccio la vita da nababbo che fanno certi colleghi maschi che come me giocano in serie A.
D: Cosa consiglia a una ragazza che vuole giocare a calcio?
R: Le direi «fallo, è bellissimo». E a suoi genitori suggerisco di non badare a luoghi comuni e commenti sciocchi. Sembra incredibile ma a volte qualche mamma o papà cerca di dissuadere le proprie figlie, come accadeva nel film Sognando Beckham.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso