9 Marzo Mar 2016 1914 09 marzo 2016

«Se parlo, mia moglie deve abbassare la testa»

L'attrice Mounia Magueri ha realizzato un video per denunciare il dramma della violenza coniugale in Marocco. Nel filmato l'artista interpreta quattro ruoli differenti: una vittima, un marito violento, un poliziotto e un procuratore.

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Cattura

Il 63% delle donne marocchine è vittima di violenza. L'organizzazione non governativa attiva nella difesa dei diritti umani Human Rights Watch, ha pubblicato, in occasione della festa della donna, un video di denuncia dell'artista marocchina Mounia Magueri. Il filmato contiene una richiesta chiara, rivolta al ministro della famiglia Bassima Hakkaoui: portare avanti un progetto di legge serio conforme agli standard internazionali dei diritti dell'uomo.

«I CRIMINALI DEVONO ESSERE PUNITI»
Attrice e attivista femminista, la Magueri interpreta nel video quattro diversi ruoli, per raccontare la violenza coniugale da diverse angolature. La prima a parlare è la vittima, poi il marito, poi un poliziotto e infine un procuratore. Il filmato, ispirato a fatti realmente accaduti, denuncia l'isolamento delle donne abusate, il pretesto della 'cultura' («per tradizione, un marito può punire sua moglie»), il disinteresse della società, e l'inerzia delle forze dell'ordine. «Tutti devono prendersi le loro responsabilità. La violenza contro le donne è un crimine, i criminali devono essere puniti e le vittime protette», afferma l'attrice.

LA MOGLIE ABUSATA
Il filmato inizia con l'intervento di una donna abusata, sola, e terrorizzata: «Mio marito mi picchia, abusa di me. La mia famiglia non mi aiuta: mi dice di essere paziente. La prima volta sono andata alla polizia, ma nessuno mi ha creduto e mi hanno detto di tornare a casa. La seconda volta sono andata dal procuratore, che mi ha detto di andare alla polizia. Mi sentivo perduta, non sapevo che fare. Se torno a casa e lui capisce che sono stata dalle forze dell'ordine, non so cosa potrebbe fare. Non so dove andare. Ho paura».

IL MARITO VIOLENTO
Dopo di lei prende la parola il marito, che banalizza il problema: «È un' attrice, quella lì. Ora farei violenza contro le donne, è così? Ascolta, quelle cose sono normali tra marito e moglie. Cosa dovrei fare quando rifiuta di ascoltarmi? Va bene, qualche volta vado oltre un paio di schiaffi. Ma quando io parlo, lei deve abbassare la testa. Siamo cresciuti così: mia madre non ha mai pianto, mia sorella neanche. E adesso, visto che lei è 'moderna', vorrebbe che cambiassimo tutto?».

IL POLIZIOTTO
Il poliziotto se ne lava le mani. Se due litigano, basta divorziare: «Non voglio mentirvi. A volte, certe donne mi stanno sui nervi. C'è quella che dice che il marito la picchia: ma dov'è la prova? Che ne so io che non mi sta usando per regolare i conti col suo sposo? Francamente, se ha problemi di questo tipo, non deve far altro che divorziare e lasciarci in pace. Sono fatti privati. Anche io sono sposato e non mi piacerebbe che qualcuno si facesse gli affari miei».

IL PROCURATORE
Il Procuratore dice di non poter far nulla senza prove. Per lui, l'unico modo per aiutare una donna, anche se visibilmente ferita, è mandarla alla polizia: «Va bene. Ma che ne so io se la vittima non è caduta dalle scale? Non sono un medico, ho bisogno di un certificato. E anche se me ne porta uno, come faccio a sapere se l'aggressore è il marito? Ho bisogno di prove, di testimoni oculari. Va bene, è vero, a volte i segni dei colpi sono seri. In quei casi le aiuto, dando loro una lettera da portare alla polizia perché venga aperta un'inchiesta. Non è colpa mia se questa non fa il suo lavoro. Io faccio il mio, c'est tout».

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