9 Marzo Mar 2016 1901 09 marzo 2016

«Più tutele per le donne di sport»

Intervista a Laura Coccia, la deputata che lotta per far sì che le atlete italiane possano avere gli stessi diritti riservati ai colleghi uomini ed essere considerate come vere professioniste.

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La ricorrenza dell'8 marzo è stata anche l'occasione per riflettere sul ruolo delle donne nel mondo dello sport. Un ruolo ancora marginale che si potrebbe definire, visto l'argomento, di 'serie B'. La legge 91/81 stabilisce che è compito delle singole federazioni sportive regolare lo status di professionista e, a distanza di 35 anni, le sportive italiane vivono in una condizione di 'dilettantismo imposto'. Le uniche federazioni sportive che prevedono il professionismo, ovvero calcio, basket, golf e ciclismo, continuano a escludere le donne, penalizzandole, e riservando questo status solo ai colleghi maschi. Già nel 2003 il Parlamento Europeo aveva chiesto agli stati membri di assicurare alle donne e agli uomini pari condizioni di accesso alla pratica sportiva, sopprimendo ogni distinzione tra i due sessi. Eppure, l'Italia non si è mai adeguata a questa sollecitazione.

UNA QUESTIONE DI DIRITTI
Per fortuna, qualcosa si sta muovendo. Merito della deputata PD Laura Coccia che, nonostante sia affetta da tetraparesi spastica, ha sempre fatto sport, praticando atletica leggera. L'onorevole infatti, ha chiesto di far abbinare alla proposta di legge Attaguile, che prevede modifiche proprio alla legge 91/1981 sul professionismo sportivo, la sua proposta, che stabilisce di correggere l'impostazione della legge, garantendo finalmente alle atlete gli stessi diritti e le stesse tutele dei loro colleghi uomini. Non si tratta dunque di una questione di titoli: sarebbe ridicolo pensare, infatti, che una sportiva come Federica Pellegrini possa davvero essere considerata una dilettante. E se la proposta di legge parla di soldi, lo fa solo in piccola parte. Per capire di più, LetteraDonna ha chiesto all'onorevole Coccia come vorrebbe cambiare il ruolo della donna nello sport italiano.

PARITÀ DEI SESSI
La proposta di Laura Coccia lascerebbe la libertà alle federazioni di prevedere o meno il professionismo al loro interno. Ma a questo punto dovrebbe essere garantito per uomini e donne, senza discriminazioni di carattere sessuale, almeno per la Serie A. Spiega la deputata PD: «Io vengo dall'atletica paralimpica, dove soldi ne vediamo meno di zero. È una questione di diritti. Da donna so cosa vuol dire fare sport, avere una passione, e vorrei che si potesse svolgere nelle condizioni migliori e senza nessuna discriminazione». Tra l'altro, qualche anno fa la squadra di rugby femminile delle All Reds aveva lanciato una petizione in tal senso e raggiunto le 25 mila firme, ma poi l'iniziativa non aveva alcun seguito.

MINIMO SALARIALE
«Per ora solo il 2% delle calciatrici percepisce uno stipendio e solo una minima parte di loro riesce a guadagnare una cifra da 'professionista', cioè 25 mila euro all'anno», spiega Laura Coccia. Certo, a determinare i guadagni degli sportivi è, giocoforza, il giro d'affari che c'è attorno alle competizioni. Dunque, non si può pretendere che le calciatrici italiane riescano a ricevere milioni di euro ma, continua Coccia, «oggi ci sono calciatrici che si allenano dopo il lavoro, al freddo e al buio, e che magari poi non riescono nemmeno a giocare la partita nel fine settimana, perché hanno il turno a lavoro. Il professionismo femminile prevederebbe un salario minimo sindacale che possa permettere alle atlete di vivere di sport». Accanto a poche fortunate che riescono a ricevere qualcosa ogni mese, ci sono invece moltissime atlete che continuano a giocare per passione.

TUTELE E DIRITTI
La legge 91/81 regola i rapporti con le società sportive, la previdenza sociale, l’assistenza sanitaria, il trattamento pensionistico, maternità, ecc. Le sportive italiane non hanno diritto a niente, perché sono dilettanti. Spiega l'onorevole Coccia: «Un contratto di lavoro professionistico garantirebbe anche queste tutele. Inoltre, credo che ci sarebbero più ragazze disposte a fare sacrifici per lo sport e, chissà, con meno talento disperso potrebbe anche aumentare l'interesse per gli sport femminili».

CORPI DI STATO
Un discorso diverso è quello riguardante i Corpi di Stato. In questo caso stiamo parlando di sport individuali e non di squadra. Chi fa parte dei gruppi sportivi militari, in quanto arruolato, ha uno stipendio garantito. Quindi, di fatto, il professionismo c'è, nel senso che gli atleti riescono a vivere di sport, anche se guadagnano in base al loro grado. «Qualche anno fa c'è stata una battaglia per far sì che per le donne durante il periodo della maternità non ci fossero retrocessioni nei ranking. È stata una battaglia vinta che prendiamo come esempio».

PROPOSTA DI NUOVO
Laura Coccia aveva presentato già nel novembre del 2014 la proposta di legge per la parità di genere nello sport professionistico: ne era nata la campagna #CISONOANCHEIO, a cui avevano aderito l'Associazione Italiana Calciatori e la Lega Nazionale Dilettanti. Ma non servì. Adesso è stata abbinata alla proposta di legge Attaguile, con l'obiettivo di modificare la vecchia legge 91/81. Che sia la volta buona? «Sono molto possibilista, di natura. Spero nel più breve tempo possibile che passi. Ce n'è bisogno».

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