29 Febbraio Feb 2016 1640 29 febbraio 2016

Surrogate, ma solidali

Secondo la femminista Marina Terragni non esiste il diritto di avere figli senza le donne. E qualsiasi relazione mediata dal denaro non è accettabile. «Sì all'adozione per tutti. Gay e single compresi». L'intervista.

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Diritto o atto egoistico? Il tema della maternità surrogata – o utero in affitto come è spesso definita – dopo le proteste in piazza nei giorni dell’approvazione del disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili che non contemplava la pratica in Italia, si è ulteriormente scaldato. Tutta colpa dell’annuncio, domenica 28 febbraio, della nascita di Tobia Antonio, figlio di Nichi Vendola e del suo compagno Eddy Testa, partorito da una donna californiana (ma all'inizio si diceva fosse indonesiana) in una clinica californiana specializzata (leggi anche l'intervista a Giovanni Scialpi).
Tantissime le reazioni alla notizia (leggi qui l'editoriale di Lettera43): si va dall’ironia goliardica («povero Tobia che dovrà sorbirsi i discorsi del padre Nichi», è una delle battute più diffuse su Twitter) ai giudizi sferzanti come quello di Salvini («disgustoso») o Adinolfi che definisce Tobia «orfano». Da Oltreoceano il Presidente nazionale di Sinistra Ecologia Libertà ha risposto con una nota ufficiale in cui cita Dante e la «bellissima storia d’amore» che lega la coppia di neogenitori alla mamma biologica del bambino.

FEMMINISTE CONTRO
Il tema non accende gli animi solo qui da noi: a metà febbraio in Francia il parlamento, con il sostegno di molte femministe, ha proposto una Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata, definita quale «pratica alienante per la persona umana, fonte di disuguaglianza di genere e di sfruttamento» e un atto contro cui tutti gli Stati dovrebbero combattere. Una posizione, quella francese, che ha convinto anche alcune italiane e sconcertato altre, animando il dibattito anche all’interno dell’associazionismo femminile italiano. Tra le prime c'è Marina Terragni, editorialista, blogger, vicina alla Libreria delle Donne di Milano e sostenitrice di Possibile, il progetto politico di Giuseppe Civati. Che, però, del caso Vendola non vuole parlare: «Non mi esprimo su questioni personali», ci dice al telefono.

DOMANDA: Lei si è più volte pubblicamente espressa in maniera netta contro la maternità surrogata: perché?
RISPOSTA: Le ragioni sono tantissime. Anche Arcilesbica la pensa come me.
D: Vale a dire?
R: I figli non si vendono. L’utero in affitto è una pratica che definisco mercato perché va a toccare un fondamento della civiltà umana: merita una regolamentazione molto severa.
D: Chi sostiene questa pratica sottolinea che spesso le madri surrogate offrono il loro utero in maniera libera e volontaristica.
R: Non escludo l’utero solidale che si realizza quando c’è una vera e autentica relazione tra le donne coinvolte.
D: Ad esempio?
R: Può capitare tra madre e figlia o tra sorelle o tra amiche intime: si tratta di una scelta che permette un legame duraturo tra il bambino ed entrambe le donne. Questo sì che è uno scambio d’amore.
D: Altrimenti?
R: Altrimenti la relazione è mediata da un contratto o dal denaro. E non è accettabile.
D: Le coppie, anche famose, che sono ricorse all’utero in affitto hanno spesso sostenuto la loro riconoscenza con le madri surrogate. Anche Nichi Vendola ha detto che la madre biologica di suo figlio è parte della loro famiglia.
R: Si tratta quasi sempre di donne escluse totalmente dalla vita dei loro figli. Non sarà certo una telefonata al mese a cambiare le cose.
D: Perché è così definitivo il suo no alla maternità surrogata?
R: Non esiste il diritto di avere figli senza le donne. Tutti gli studi hanno dimostrato quanto la relazione tra madre e bambino prosegua dopo i nove mesi di gestazione e dopo il parto: la madre e il bambino sono un unicum sino ai due anni. Rispetto, ovviamente, il desiderio delle coppie gay o etero di avere un figlio, ma non approvo il metodo.
D: Quale sarebbe il metodo giusto?
R: L’adozione per tutti, single compresi.

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