19 Febbraio Feb 2016 1521 19 febbraio 2016

«Muoio quando lo decido io»

La storia di Paola Cirio, la donna torinese di 50 anni affetta da sclerosi multipla che ha scelto l'eutanasia prima che la malattia la paralizzi. «In Svizzera mi hanno detto che per morire ci vogliono cinque minuti e 10 mila euro».

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«Devo essere io a scegliere, non la malattia». Quella che ci apprestiamo a raccontare è la storia di Paola Cirio, signora torinese di 50 anni che dal 2002, anno della diagnosi, combatte con la sclerosi multipla. La donna ha voluto confessare a La Stampa le sue preoccupazioni per il futuro, affidando anche un messaggio forte alle pagine del quotidiano: «Non ho paura. Ma la decisione di quando morire spetta a me e non al male che mi sta consumando».

LA MALATTIA
Perché quella che ha colpito Paola è una malattia infida, che non lascia scampo. Una malattia che progressivamente blocca i muscoli, imprigionando la mente in un corpo che non risponde più agli stimoli. Ecco perché la donna ha deciso, quando sarà arrivata l'ora, di ricorrere all'eutanasia. Una possibilità di scelta che si è presa ma che lo Stato italiano non riconosce. Cosa diversa in Svizzera dove Paola ha preso già diversi contatti. «Mi hanno detto che per morire ci vogliono cinque minuti e 10 mila euro», ha spiegato a La Stampa.

L'EUTANASIA
«Ti danno un gastroprotettore e subito dopo un bicchiere di veleno, una sostanza di cui non ricordo il nome. A quel punto te ne vai. Senza sentire dolore». Poche parole per descrivere la pratica del suicidio assistito. «Così conto di finire la mia vita. In Svizzera», ha aggiunto. Ma dietro all'eutanasia c'è anche una lunga preparazione psicologica. Dopo che il centro di Ginevra ha ricevuto le cartelle cliniche di Paola Cirio che confermavano il suo stato effettivo di salute, i medici le hanno comunicato che «manderanno un’ambulanza a prendermi e poi parlerò con gli psicologi che mi chiederanno se sono veramente convinta a compiere questo passo».

ANCHE IN ITALIA
E questa storia arriva a pochi giorni dall'arrivo in Parlamento di una legge sul fine vita. La prima discussa in Italia. Una battaglia portata avanti dai radicali e da Mina Welby, moglie di Piergiorgio, attivista, giornalista e politico impegnato per il riconoscimento legale del diritto al rifiuto dell'accanimento terapeuticoe in Italia e per il diritto all'eutanasia. «In questo Paese sui diritti civili siamo alla preistoria. Io ho deciso di raccontare il mio percorso perché penso non sia giusto che solo chi ha un po’ di soldi da parte possa decidere di crepare con dignità», ha aggiunto Paola.

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