8 Febbraio Feb 2016 1902 08 febbraio 2016

Un Nobel per la Pace agli eroi dei nostri giorni

Una nonna di 85 anni e un pescatore di Lesbo sono stati candidati per aver aiutato i rifugiati a salvarsi nelle isole greche. «Non vanno in Germania o in Svezia per vacanza. Nessuno vuole abbandonare la propria dimora e buttarsi in mare».

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Mentre l'Europa mette in pericolo gli accordi di Schengen, mentre Paesi alzano muri e altri confiscano i beni ai richiedenti asilo, c'è anche chi in questi mesi ha aperto le proprie case per accogliere e salvare i rifugiati: bambini, donne, uomini in fuga dal terrore delle guerre. Pescatori, pensionati, insegnanti, casalinghe residenti nelle isole greche o volontari andati lì per aiutare chi scappa per restare vivo. A questi eroi Alkmini Papadaki, un architetto cretese, vorrebbe dare il Nobel per la Pace 2016, così come ai cittadini di Lampedusa nel 2014.

LA NONNA CHE DAVA IL BIBERON AL BIMBO SIRIANO
«Cosa ho fatto? Non ho fatto niente», ha detto 'nonna' Emilia Kamvisi, 85 anni, quando ha saputo che potrebbe essere candidata al Nobel. Insieme a due amici, di 89 e 85 anni, è stata fotografata in autunno che dava il biberon a un piccolo siriano. Quattro mesi dopo, secondo indiscrezioni riportate da media internazionali come il Guardian, è tra i nomi indicati per il Nobel, simbolicamente rappresentando coraggio e umanità dei greci nell'immane crisi dei rifugiati. Più che le isole nel loro complesso infatti a essere ufficialmente candidate sono associazioni locali e singoli cittadini: la candidatura è stata intitolata Premio Nobel per la Pace per gli isolani greci.

NON FUGGONO PER ANDARE IN VACANZA
Assieme a lei Stratis Valiamos, 40 anni, pescatore di Lesbo. «Non vanno in Germania o in Svezia per vacanza. Nessuno vuole abbandonare la propria dimora e buttarsi nelle braccia del mare», ha detto l'uomo che ha salvato un'infinità di migranti che stavano annegando in mare aperto. «Non dimenticherò mai un bambino, poteva avere tre o quattro anni, galleggiare in acqua. Era annegato. Volevo prenderlo, non volevo che restasse in acqua. Ma il mare era turbolento. E il corpo una volta era lì a portata di mano e con l'onda successiva spariva. E non ce l'ho fatta».Come lui, Emilia Kamvisi ha aiutato molti profughi a trovare riparo. Figlia di rifugiati, guardare ogni giorno la stessa scena sulle coste di Lesbo le ha ricordato la sua infanzia sotto l'occupazione nazista.

700 MILA FIRME PER LA PETIZIONE
Il ministro greco per le migrazioni, Yiannis Mouzalas, ha dichiarato che l'iniziativa ha il pieno supporto del governo di Atene. E, mentre per l'annuncio dei vincitori del premio bisognerà aspettare ottobre, intanto sulla piattaforma di petizioni online come Avaaz.org l'obiettivo da raggiungere a breve sono le 700 mila firme per fare pressione e candidare quelle persone coraggiose, molte anche anziane, che ogni giorno aiutano i profughi che approdano sulle loro coste.

IL SUPPORTO DEGLI ATENEI PIÚ PRESTIGIOSI 
Rettori dei più noti atenei del mondo - Harvard, Princeton, Oxford, Copenaghen - hanno scritto e inviato il primo febbraio la lettera di candidatura all'organizzazione norvegese del Nobel per nominare quest'anno gli abitanti di Lesbo, Kos, Chios, Samos, Rodi e Leros. Un premio simbolo a chi non ha davvero mai esitato ad aiutare e salvare migliaia di profughi e a tutto quel network di solidarietà che da mesi sta organizzando il soccorso e la prima accoglienza in condizioni di mare spesso proibitive. Un potente messaggio oltre le nazioni e la politica: compassione e coraggio, empatia e sacrificio, ma soprattutto umanità. Nonne che hanno tenuto tra le braccia bambini impauriti per aiutarli a dormire, mentre insegnanti, studenti, pensionati hanno trascorso mesi offrendo cibo, coperte, comfort ai naufraghi rifugiati su quelle coste.

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