12 Gennaio Gen 2016 1847 12 gennaio 2016

«Altro che premio, è un mostro»

Parla la mamma di Giuseppe Di Matteo, il bambino strangolato e sciolto nell'acido dopo 779 giorni di prigionia per punire il padre pentito. L'ordine dell'omicidio era partito dal boss di Cosa Nostra Giovanni Brusca.

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Era stato strangolato e poi sciolto nell'acido l'11 gennaio 1996. Il tutto per punire il padre pentito che aveva deciso di collaborare con la giustizia. Ma ora, a 20 anni dall'assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo,  chi commissionò quell'efferato delitto ha ricevuto un permesso premio di tre giorni per stare insieme alla sua famiglia. Una decisione che ha lasciato l'amaro in bocca soprattutto a chi una famiglia non ce l'ha più. O meglio, che se l'è vista strappare via dall'ordine dato da Giovanni Brusca, il più crudele dei boss di Cosa Nostra.

LA VICENDA
Si trovava nel maneggio del paese San Giuseppe Jato (Palermo) quando sei mafiosi travestiti da poliziotti hanno rapito Giuseppe Di Matteo. «Vieni, ti portiamo da tuo padre», gli avevano detto. E lui, ancora inesperto delle brutture del mondo, li aveva seguiti fidandosi di quegli uomini in divisa che da tempo proteggevano a Roma il papà pentito. Da quel momento la famiglia non vedrà più Giuseppe. Poi 779 giorni di prigionia sino alla tragica fine e al brutale tentativo di far sparire il corpo. «Era come di burro, non aveva più muscoli, strangolarlo è stato facilissimo», hanno raccontato in aula Giuseppe Monticciolo e Vincenzo Chiodo, i due esecutori materiali del delitto. Per Giuseppe, che ormai in prigionia aveva compiuto 13 anni, era stata fatale la notizia di condannava di Giovanni Brusca per l’omicidio di Ignazio Salvo. Un affronto che il boss non ha digerito tanto da ordinare l'assassinio del bambino.

IL PERMESSO PREMIO
Tanta acqua è passata sotto i ponti da quel tragico giorno, ma non abbastanza per la madre di Giuseppe Di Matteo per non ricordare senza lacrime gli ultimi momenti vissuti con il suo figlioletto. Poi la nuova coltellata. Il permesso premio di tre giorni concesso a Brusca. «Bel premio si merita questo mostro», ha commentato a fatica la donna a La Stampa. «Per me è il mostro, e basta. Capisco che c’è una legge e va rispettata, ma mi sembra inaccettabile che non resti in carcere tutta la vita. Lui può tornare a casa dai suoi figli, io il mio non posso più abbracciarlo», ha aggiunto. Poi un lungo sfogo contro il marito pentito: «So che è difficile credermi, ma io avevo gli occhi foderati di prosciutto. Per questo non perdono l'uomo che ho sposato, perché è colpa sua se io ho perso il mio bambino. Ha sbagliato a pentirsi? Dico di più. Ha sbagliato a essere mafioso, ha sbagliato prima», ha raccontato accanto all’avvocato Monica Genovese.

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