30 Dicembre Dic 2015 1143 30 dicembre 2015

«Pronte anche a morire»

Parlano le soldatesse curde dello Jpj che ogni giorno combattono in Siria contro le milizie dell'Isis. Le volontarie: «Pur di non finire nelle loro mani potremmo anche seguire l'esempio di Arin Mirkan, la nostra compagna che si è fatta esplodere durante la battaglia di Kobane».

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Cattura

Combattere e scacciare dal proprio territorio l'Isis. È questa l'unica cosa che conta per le soldatesse dello Jpj (Unità di Autodifesa Femminili), pronte anche a morire pur di proteggere il popolo curdo stanziato in Siria. Lo hanno raccontato in una lunga videointervista al Corriere della Sera le stesse volontarie della milizia che ogni giorno affrontano nella zona settentrionale del Paese le forze dello Stato Islamico.

DURE REGOLE
E quello riportato dal Corriere è il racconto di una vita fatta di privazioni e rischi, azioni militari e regole ferree. «Abbiamo scelto di essere soldatesse. I nostri compiti e doveri sono esattamente uguali a quelli dei commilitoni uomini. Facciamo i turni di guardia come loro, andiamo in pattuglia di notte come loro, rischiamo allo stesso modo. Siamo donne combattenti a tutti gli effetti», hanno spiegato le volontarie dello Jpj. «Le donne che decidono di indossare la divisa non possono essere sposate, né tantomeno avere figli. Sono proibiti anche gli amori con i nostri compagni soldati. Se venisse scoperta verremmo processati assieme ed espulsi, ma da quando siamo soldatesse non abbiamo sentito di alcun caso del genere. Non possiamo perché tutta la nostra concentrazione va dedicata all’obbiettivo prioritario della lotta contro Isis», hanno assicurato.

NUMERI IN CRESCITA
In tutto sono circa 10 mila le donne che si sono arruolate nella milizia curda. Un numero che è cresciuto esponenzialmente nel giro di poco tempo. Tanto che le soldatesse ora compongono quasi la metà delle forze dell'esercito curdo in Siria. «Il nostro numero è cresciuto specialmente dopo l'estate del 2014, quando vennero alla luce le gesta criminali dei terroristi di Isis contro le donne yazide, violentate, ridotte a schiave sessuali, usate e uccise», hanno aggiunto.

LA LEGGENDA DI ARIN
Un numero imponente, che ha portato le donne dello Jpj ad essere impiegate ovunque. Anche in prima linea, nella zona a nord di Raqqa, la capitale del Califfato. Una delle loro roccaforti è la città di Aaloua dove vivono nelle casupole della cittadina in gruppi di cinque o sei. Sugli squallidi muri delle abitazioni diventate dormitori e basi militari, si trovano in bella vista i ritratti dei loro commilitoni morti in azione. Su tutti quello di Arin Mirkan, la ragazza poco più che ventenne diventata una vera e propria leggenda tra le fila dello Jpj dopo la battaglia combattuta a Kobane. «Arin aveva finito i proiettili. Gli uomini dell'Isis l'avevano circondata. Aveva capito che sarebbe stata violentata, schiavizzata e alla fine uccisa nel peggiore dei modi. Così ha fatto la scelta giusta. Ha preferito farsi esplodere pur di non essere catturata. Noi nelle sue condizioni avremmo fatto come lei. Non avremmo alternative», hanno voluto chiarire le due ventenni intervistate dal Corriere della Sera.

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