24 Dicembre Dic 2015 1034 24 dicembre 2015

La suora che prega tra i musulmani

Tutti i venerdì, giorno di preghiera dell'Islam, Donatella Lessio recita il rosario sotto il muro che divide Betlemme. Ecco la nostra intervista alla religiosa che salva le vite dei bimbi palestinesi.

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Foto di Antonio Mascolo.


«L’Ospedale non è il mio posto di lavoro, è il mio posto di vita»: così suor Donatella Lessio descrive il Caritas Baby Hospital di Betlemme, unico ospedale medico pediatrico in quella Palestina che è diventata la sua casa e che è ormai parte integrante della sua vita. Lei, che ama farsi chiamare Sister Donatella, è arrivata in Terra Santa da Bassano del Grappa nel 2004 ed è la persona che organizza corsi di aggiornamento, che ha a cuore la formazione di tutto il personale, che cerca opportunità nazionali o internazionali per periodi di training formativi.


COME NASCE UN OSPEDALE
Il progetto del Caritas Baby Hospital nacque da padre Ernst Schnydrig che, tra il 1948 e il 1949 (anno della guerra tra Israele e Palestina, ndr), si recò in Palestina per osservare più da vicino le ferite che la guerra lascia sui popoli e la realtà precaria in cui versava la popolazione palestinese. Il sacerdote era giunto in Terra Santa qualche giorno prima delle festività natalizie. Prima di tornare in Svizzera, espresse il desiderio di celebrare la Messa della Notte di Natale alla Grotta di Betlemme. Per raggiungere la basilica della Natività, dovette passare attraverso uno dei tre campi profughi allestiti dopo il conflitto. In uno di questi, Schnydrig si imbatté in un padre che seppelliva il figlio appena deceduto di fame e di stenti. Quell’immagine mosse in lui l’urgenza di creare il Caritas Baby Hospital, a soccorso degli ultimi. Ponte tra quest’ospedale all’avanguardia e l’associazione Aiuto Bambini Betlemme è appunto Sister Donatella, che cerca di far conoscere questa realtà a tante persone in Italia e all’estero. In undici anni in Terra Santa, suor Donatella ha incrociato 429 mila piccoli sguardi: ogni anno sono stati 35 mila i piccoli pazienti in cura per visite ambulatoriali (385 mila in undici anni, ndr) e 4 mila i ricoverati (44 mila in undici anni, ndr). Ecco che cosa ha raccontato a LetteraDonna.it.




Foto di Antonio Mascolo.


DOMANDA: Quando  ha deciso di dedicare la sua vita agli altri?
RISPOSTA: È stato uno dei momenti in cui ho pianto come in poche occasioni della vita. Lo ricordo come fosse oggi: nel film di Zeffirelli Fratello sole e sorella luna, Francesco d’Assisi scende nella tintoria del padre. Vede, in un ambiente umido e malsano, bambini, vecchi, donne e uomini tinteggiare le stoffe che il padre avrebbe venduto ai ricchi del paese. Vapore acqueo che rigava le mani piagate per l’alta temperatura dell’acqua. I rimasugli di colori nel volto dei bambini che cercavano la luce spostando i teli appena colorati. I miei occhi rimasero ipnotizzati da quella scena.


D: E poi che cos’è successo?
R: Osservando quella povertà il mio corpo ha cominciato a tremare, a sussultare. Il messaggio era chiaro e potente: la mia vita sarebbe stata offerta e spesa per stare in mezzo ai poveri. Da lì un cammino lungo di ricerca per decifrare quel messaggio, che se pur chiaro, mi aveva messo in crisi.




Foto di Antonio Mascolo.


D: Ha mai avuto paura del luogo in cui vive, la West Bank?
R: Non ne ho per la mia vita, ma ho paura per quello che sta succedendo qui e nel Medio Oriente in generale perché si sta perdendo il fulcro del messaggio che Gesù ha lasciato: ogni essere umano è l’incarnazione del nostro Creatore e per questo è importante. Se si tenesse presente questo, forse, piano piano, cominceremmo a valorizzare ogni corpo ricordandoci della divinità che è racchiusa nella sua carne.


D: Quindi che cos’è la paura per lei?
R: È quando gli esseri umani, pur avendo dentro l’infinito, si chiudono in uno spazio piccolissimo, dove i muri che innalziamo ci stringono in un respiro limitato che taglia fuori accoglienza, rispetto, giustizia, condivisione e solidarietà.


D: Da dieci anni, ogni venerdì, lei recita un rosario sotto al Muro che ha diviso Betlemme. Come mai ha scelto proprio il venerdì, giorno dedicato alla preghiera per le persone di fede musulmana?
R: È una coincidenza, anche se, da quando un amico mi ha detto che non esistono le coincidenze ma le 'Dioincidenze', ho cominciato a credere pure io che le cose non capitino a caso. Il venerdì è semplicemente l’unico giorno un po’ più libero per noi.

Foto di Antonio Mascolo.


D: Che cosa rappresenta quel muro?
R: Per me è un insulto alla pace, come lo ha definito il Patriarcato Latino. Inoltre è anche il fallimento dell’essenza dell’uomo che è un essere in relazione. Ogni muro, di cemento armato o di filo spinato o costruito nei nostri cuori, rende impossibile l’incontro, cancella la bellissima affermazione del libro della Genesi «Non è bene che l’uomo sia solo». E con il termine uomo non credo che l’autore del libro abbia inteso solo il singolo, ma popolo e popolo, nazione e nazione. Abbattere i muri è la ragione della nostra preghiera del venerdì, perché crediamo che l’incontro con ogni uomo, qualsiasi esso sia e da qualunque paese provenga, sia il terreno per una società e un mondo migliore, più pacifico. Che poi la preghiera del rosario arrivi a destinazione assieme alle preghiere dei nostri fratelli musulmani, non fa altro che bene.


D: Crede che la Pace abiterà mai la Terra di Gesù?
R: Mi hanno insegnato che non bisogna mai dire mai. Ad oggi però, per come i giochi politici sono stati impostati, mi verrebbe da dire di no. Tuttavia sono convinta che, anche se la politica e l’economia hanno un ruolo fondamentale sulla risoluzione dei conflitti, i potenti, di fronte alla forza della fede, della preghiera e dell’amore di certe persone, non valgano niente.

Foto di Antonio Mascolo.


D: In che senso?
R: Mi piace citare una frase del Vangelo. Pilato disse a Gesù: «Non sai che io ho il potere di liberarti o di condannarti?». E Gesù rispose: «Tu non avresti nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto». E allora la pace è una questione di 'metratura spaziale', alto e basso. La pace è possibile nel momento in cui 'smobilitiamo' chi dall’alto ha il potere di «abbattere i potenti dai troni» e portarli in basso, portarli e portarci a credere che la pace, come diceva Papa Francesco «È sì una questione umana, ma soprattutto un dono di Dio che va chiesto in ginocchio».


D: Che cosa può fare l’uomo per favorire questo cambiamento?
R: Deve chiedere questo dono e credere che possiamo ottenerlo con la preghiera e con comportamenti che vanno nella direzione opposta alle scelte belligeranti, che spesso sono quelle che vogliono i potenti. Amore, rispetto, accoglienza, solidarietà imporranno la pace. Non aspettiamola dai politici. Io ci credo in questo sogno.

Foto di Antonio Mascolo.


D: Qual è la missione del Caritas Baby Hospital?
R: È quella di accogliere tutti senza nessuna distinzione, né di tipo economico, sociale e religioso. Il dolore o la malattia di un bambino non hanno colore, come non sono diversi il suo sorriso o le sue lacrime. Siamo noi adulti che crescendo abbiamo cominciato a fare delle categorie. Mi commuove vedere come i bambini non conoscano il concetto della diversità. Sono bambini e basta.


D: Chi sono i vostri piccoli pazienti?
R: I bimbi che arrivano qui sono tutti palestinesi, dai primissimi giorni di vita fino ai 14 anni, musulmani e cristiani. La maggior parte di loro proviene dal sud della Cisgiordania, il distretto di Betlemme ed Hebron in particolare, anche se l’Ospedale è aperto a tutti. Arrivano bambini da Ramallah, da Jenin (nord della Palestina), come pure da Gaza, quando Israele concede loro il permesso.

Foto di Antonio Mascolo.


D: Che cure riesce ad offrire?
R: Non avendo un reparto di pediatria chirurgica ci siamo specializzati in altri campi: abbiamo ambulatori medici dedicati a malattie croniche, genetiche e patologie dell’apparato respiratorio e gastrointestinale. Abbiamo cardiologi e neurologi in grado di effettuare elettroencefalogrammi e screening uditivi, ma ci sono anche esperti di pneumologia, ortopedia e oculistica. Tutti disturbi molto diffusi in queste zone. Abbiamo anche quattro reparti dedicati alla degenza: due pediatrie, una neonatologia e il reparto di terapia intensiva pediatrica e neonatale. Andiamo particolarmente fieri degli ambulatori di fisioterapia, terapia occupazionale e logopedia. Offriamo anche cure in Day Hospital per permettere alle famiglie, specie quelle che abitano lontano e i cui bimbi non sono da ricoverare, di trattarli appunto in giornata. Capita spesso che alcune patologie mediche, specie nei neonati, nascondano invece malattie che richiedono interventi di alta chirurgia pediatrica o neonatale, come ad esempio le malformazioni cardiache.


D: E cosa accade in questi casi?
R: L’Ospedale si attiva per trasferire il piccolo negli ospedali israeliani specializzati in questo tipo di interventi e con i quali abbiamo buone relazioni.

Foto di Antonio Mascolo.


D: Quali sono i problemi quotidiani che dovete affrontare?
R: Prima di tutto i permessi necessari per oltrepassare il chek-point, che è una vera e propria frontiera. Il permesso è come il visto: se lo possiedi hai la possibilità di entrare, se non ti viene concesso non puoi accedere all’interno dei confini. Quante vite perse perché non abbiamo avuto il permesso in tempo o addirittura perché non è proprio arrivato. E poi, non bisogna dimenticare le problematiche legate alle ambulanze. Quelle palestinesi non hanno accesso ai territori israeliani, quindi non possono trasportare nessun malato. Il check-point a volte diventa la 'sala di attesa': si aspetta l’ambulanza israeliana che deve portare il malato all’ospedale di riferimento e fare il passaggio da ambulanza ad ambulanza. Ma come a volte accade, l’attesa si trasforma in agonia.


D: E che cosa rappresenta il Caritas Baby Hospital per lei?
R: Il Caritas Baby Hospital è la mia famiglia, i pazienti sono come i miei figli perché anche se non lavoro direttamente con loro vado a visitarli ogni tanto e sento che la professionalità con la quale il personale cura i piccoli è anche opera mia.

D: Ha mai provato rabbia di fronte a tanta violenza quotidiana?
R: Certo. Quello che mi fa più male è l’ingiustizia, è il potere, è l’uso delle persone per interessi non solo politici ma anche e soprattutto economici. Non ci si può non arrabbiare, è umano e l’ha fatto anche Gesù quando ha fatto quella sfuriata nel tempio.

Foto di Antonio Mascolo.


D: Come si comporta in questi casi?
R: Io penso che l’importante sia non sfogarsi con scelte che fanno del male. Rabbia sì, ma poi bisogna fare un'inversione a U con gesti quotidiani di tolleranza, di solidarietà, di denuncia pacifica, di verità dette, di occasioni di dialogo, di incontro. Di amore, in una parola. Non è per niente facile per una come me che 'salta' alla prima ingiustizia vista anche da lontano. Ma lasciarsi prendere la mano non serve. C’è bisogno di respiri profondi, è necessario avere coraggio per andare contro corrente.


D: Il Governo dello Stato d’Israele ha mai ostacolato il vostro lavoro?
R: In generale non ci fa problemi. L’unica connessione, comunque indiretta, è con l’ufficio permessi. Per il resto ci lascia svolgere l’attività. Sono convinta che giochi molto il fatto che l’Ospedale sia gestito da un’Associazione svizzero-tedesca, che parte dei fondi arrivi da vari paesi quali l’Italia e l’Austria, oltre che da Germania e Svizzera, e che quindi sia un ospedale a carattere internazionale. Questo ha la sua importanza.


D: Quanto siete diventati palestinesi in tutti questi anni di attività in Cisgiordania?
R: Mi sento palestinese anche se mi accorgo, quando passo il chek-point pedonale o quello delle auto, che palestinese proprio non sono visto il trattamento, a volte di favore, che riservano a noi stranieri con un passaporto che ci permette di andare dove vogliamo. Il cuore è una cosa, la nazionalità è un’altra. E qui, in questa terra, la discrepanza tra l’uno e l’altra è abissale.

D: Perché?
R: Ricordo un giorno quando con un’infermiera palestinese volevamo andare a Gerusalemme. Lei aveva il permesso per cui poteva andare in Israele. Il check-point 300, quello di Betlemme, era intasato. Quindi abbiamo deciso di cambiare strada e attraversare il chek-point della città limitrofa, Beit Jala, ma non sapevamo che i palestinesi possono passare in Israele solo attraversando quello numero 300: a noi i soldati avevano detto che potevamo passare tranquillamente, ma all’infermiera il passaggio era stato negato. Siamo tornati indietro, ovviamente, e nel ritorno l’infermiera mi ha fatto una domanda che è stata come un pugno allo stomaco: «Sister, perché tu sei nata in Italia e io in Palestina»? Non ho dormito per due notti. A tutt’oggi non ho risposta.

Foto di Antonio Mascolo.


D: C'è mai stato un momento in cui ha pensato di non farcela?
R: Sì, momenti in cui mi sono detta «basta» o «non ce la faccio», oppure “tanto non cambia niente» ce ne sono stati. Sono facile alle discese: conosco bene la 'terra' per le stanchezze; la perdita di tensione mi è familiare, ma nel momento in cui mi rendo conto che non è possibile abitare in basso e che l’energia viene da un Altro, allora parto e nessuno mi ferma, né la paura, né la stanchezza, né il fallimento. Come ho letto da qualche parte, non ricordo dove, «la grandezza di una persona non sta nel non cadere mai, ma nel sapersi rialzare dopo essere caduta». Con questo non voglio dire di essere grande, ma che non mollo.


D: Sister Donatella, lei è felice?
R: Mi piace questa domanda. È impegnativa, se si vuole dare una risposta seria. Se mi guardo attorno, se guardo la mia povertà, i miei limiti, se volgo lo sguardo verso orizzonti più lontani, la risposta è: «Come si fa ad essere felici?». Ma so che la felicità non dipende da ciò che è esterno a noi, non dipende dalle persone che ci sono attorno e alle quali diamo la colpa della nostra infelicità; non dipende dal politico incompetente di turno; non dipende nemmeno dalle mie fragilità o dai miei peccati.




Foto di Antonio Mascolo.


D: E allora dove si trova la felicità?
R: C’è un luogo, dentro di noi, che non occupa spazi fisici. Non so dove si trovi esattamente, forse non è nemmeno un luogo: se io riesco ad andare lì, allora sono una persona felice, perché lì vedo la mia bellezza iniziale, «e Dio vide che era cosa molto buona». Vedo che ho tutto quello che mi serve per vivere dignitosamente; mi sento amata, accolta, mi sento bene con me stessa perché quel luogo è abitato da una Presenza ed è un luogo che non è lontano né nello spazio né nel tempo, non è difficile da trovare. È a portata di mano: chiudo gli occhi, raggiungo l’immagine primordiale che mi è stata consegnata e lì trovo la felicità nel costruire la somiglianza di quell’immagine. Lo posso fare ogni momento, cerco di farlo ogni momento. E allora, per rispondere: sì, sono una persona felice.


D: Che cosa si augura per questo Natale?
R: Mi auguro e auguro a tutti i cristiani e agli uomini di buona volontà di «Rimanere Umani», come diceva il mio amico Vittorio (Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza nell’aprile del 2011, ndr). Stare nell’umanità genuina che ci è stata consegnata nel momento in cui anche noi, come il Figlio di Dio, ci siamo rivestiti della 'carne' umana. Infatti Betlemme (Baity Lahmin in arabo,ndr) significa 'Casa della Carne', ma anche 'Casa del Pane' (Beit Lehem in ebraico, ndr). Quindi incarniamoci della nostra vera essenza.
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