22 Dicembre Dic 2015 1753 22 dicembre 2015

Una donna per ricostruire Kobane

Hawhzin Azeel ha 31 anni, è una curda irachena cresciuta in Australia ed è a capo della squadra che cerca di rimettere in sesto la città che ha resistito per cinque mesi all'assedio dell'Isis. Ecco la sua storia.

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beshir talati

La battaglia per la conquista di Kobane, che ha visto contrapposti i terroristi dell'Isis e le forze curde, si è conclusa nel gennaio del 2015 con la sconfitta dello Stato Islamico, e ha lasciato la città in macerie. Da ottobre 2015, tra polvere e calcinacci si muove il Team per la Ricostruzione di Kobane. A guidarlo, una giovane donna (ha appena 31 anni): Hawhzin Azeel.

UNA CUGINA UCCISA
Intervistata dal Corriere della Sera, Hawhzin ha raccontato la sua storia senza nascondere nulla delle sue esperienze, né tantomeno facendo sconti al popolo di cui fa parte, quello dei curdi. Perché se da una parte viene lodato per il suo socialismo laico e per aver dato grande spazio alle donne, anche e soprattutto in guerra, capita comunque che la società curda possa rivelarsi «retriva, conservatrice e tribale». Parole nettissime che fanno da chiosa al racconto di un ricordo scioccante che ha segnato la vita di Hawhzin: l'aver assistito all'omicidio della cugina sedicenne, uccisa perché innamoratasi di un ragazzo non accettato dalla famiglia.

RICERCA FONDI
Quella scena è lontana e vicina nei ricordi e la accompagna sempre, anche ora che il suo ruolo di 'ricostruttrice' occupa le sue giornate per intero. Per non parlare dell'Isis che, anche se sconfitto, si è ritirato poco distante dai confini della città. Ogni mattina Hawhzin inizia a lavorare alle sette e mezza del mattino, contattando le comunità estere alla ricerca di fondi per la ricostruzione. Essendo cresciuta in Australia, dove ha conseguito un dottorato in Relazioni internazionali, parla un inglese perfetto: il suo profilo è ideale per il compito che le è stato assegnato.

ORA O MAI PIÙ
Hawzhin, che dovette lasciare l'Iraq da bambina sotto la minaccia di Saddam Hussein, è consapevole soprattutto di una cosa: che la storia del popolo curdo è giunta a un bivio. Se riuscirà a vincere la guerra, si potrà allora pensare a un futuro. Ma, in caso di sconfitta, sa che ad aspettarli c'è un'inevitabile tragedia che li vedrebbe ancora in fuga, braccati su più fronti dai nemici di sempre.

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