30 Novembre Nov 2015 1933 30 novembre 2015

Quando il successo rottama l'erotismo

Corpi reali, vite vere. L’edizione 2016 del Calendario Pirelli celebra la ricchezza dell’universo femminile con 13 donne vincenti e impegnate fotografate da Annie Leibovitz.

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Ci sono sensazioni che si sentono nell’aria, che si respirano anche senza che la realtà debba intervenirvi in modo brutale per trasformarle in urgenza.
Era impossibile che in Pirelli immaginassero una svolta così drammatica nei rapporti fra occidente giudaico-cristiano e Islam estremista quando, meno di un anno fa, iniziarono a lavorare al Calendario 2016. Di certo avevano però intuito quanto fosse tramontata la stagione delle donne pur bellissime, ma erotizzate al punto di non lasciare allo spettatore spazio per formulare su di loro altre valutazioni. Il Calendario Pirelli 2016, che sarei pronta a giurare verrà definito come «il primo senza donne nude» e non è vero (non c’era epidermide esposta nelle prime edizioni degli Anni '60, non ce n'era in quello del 2002 firmato da Peter Lindbergh, nel 2008 a firma Patrick Demarchelier e nello Steve mcCurry del 2013), è però il primo che celebri la ricchezza dell’universo femminile senza distinzioni di età, nazionalità, formazione. Il primo che ne esalti la riuscita professionale e, soprattutto, umana. Il primo in cui la diversità femminile, la sua complessità, vengano celebrate senza infingimenti, senza la ricerca di un’omologazione a modelli precostituiti che, purtroppo, non è sempre e solo di origine maschile.


CON UN VELO DI TRUCCO NEL LORO ABITO PREFERITO
Il primo fortemente identitario e, per questo, di grande emozione. Uno studio newyorkese spoglio, una sedia: dietro l’obiettivo Annie Leibovitz, che già aveva firmato un Calendario nel 2000, immortalando le danzatrici del corpo di ballo del coreografo Mark Morris, e che oggi, alla presentazione del progetto a Londra, evocava con emozione la compagna Susan Sontag, scomparsa pochi anni fa, e le loro lunghe conversazioni sul tema che, oggi, si è trasformato nella realtà del calendario. Davanti all’obiettivo, appena truccate, vestite con il loro abito preferito o nel caso della comica Amy Schumer anche senza, perché è il suo straordinario spirito a renderla innocente fra le curve portate con baldanza, figura invece un piccolo gruppo di donne di notorietà mondiale. In apertura, e non è necessariamente un omaggio al nuovo assetto azionario di Pirelli visto che da sola conta 70 milioni di follower, l’attrice Yao Chen, prima ambasciatrice cinese dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e la «forte coscienza», come racconta, «della responsabilità sociale di essere una celebrità».

CORPI REALI, VITE VERE
L’unica modella è Natalia Vodianova, splendida madre di quattro figli di cui l’ultimo tenuto in braccio, che compare innanzitutto come fondatrice dell’organizzazione filantropica Naked Heart Russia. Di spalle, i muscoli tesi, ecco la tennista Serena Williams; poi la presidente di Ariel Investment Mellody Hobson («quando ho chiesto a mio marito se credeva fossi adatta per il Calendario Pirelli mi ha strizzato l’occhio: 'sei così sexy'»); la collezionista Agnes Gund, presidente emerita del MoMa, abbracciata alla nipote; la regista di Selma Ava DuVernay; l’artista iraniana Shirin Neshat dal viso bellissimo e antico; Yoko Ono sempre un po’ competitiva e sopra le righe. Poi la blogger Tavi Gevinson, adolescente ma così acuta e matura nelle sue valutazioni («il Calendario è diretto a poche migliaia di persone, ma la diffusione delle immagini sul web permetterà a milioni di coglierne il messaggio, e anche, forse, di essere di ispirazioni per tante giovani come me, che solo pochi anni fa aspettavano ore per sbirciare gli ospiti alla sua presentazione»); quindi Kathleen Kennedy, presidente di Lucas film e infine Patti Smith, che sul set ha voluto la musica di Richard Wagner. Nel filmato di backstage si sentono le note dell’entrata degli dei nel Walhalla dal Rheingold. Tutte, indistintamente, piccole grandi dee che, con tenacia, hanno portato avanti il loro sogno e i loro obiettivi. Dee in terra, abitanti della propria realtà e di certo, non dell’Olimpo immaginato pochi anni fa da Karl Lagerfeld per un Calendario di raro spirito pompier. Accanto a ogni ritratto, ha raccontato Leibovitz «ho voluto un testo che raccontasse la storia di ciascuna»: corpi reali, con vite vere, modelli molteplici. Un calendario potente. Che stimola molte discussioni e continuerà a farlo.


LEIBOVITZ SEGNA LA FINE DI UN'EPOCA
Il parterre giornalistico, per esempio, si è già spaccato. Se il tema che sottende alla scelta di questa edizione è l’identità femminile nei paesi occidentali, sostiene un coté ostile alla svolta, questa identità passa anche attraverso il diritto di denudarci, tutte, tutti, quando vogliamo. Infatti, si potrebbe sostenere che a queste donne sia stata lasciata libertà di scelta e, come ride la fotografa, «sembra proprio che Amy Schumer non abbia ricevuto la nota in cui le si diceva che avrebbe potuto non spogliarsi». Lo stesso coté antipatizzante sostiene inoltre che il presunto «utente camionista» del Calendario continui a preferire la visione di una 20enne discinta che innaffia l’aia con una lunga canna accompagnandola da un’espressione gaudente (il riferimento è al Calendario di Terry Richardson, forse il punto più basso della gloriosa storia Pirelli) rispetto alla pur geniale scrittrice Fran Lebowitz, protagonista di una delle immagini, che oggettivamente assomiglia a Oscar Wilde nel famoso ritratto di Napoleon Sarony e ci gioca pure un po’. Tenendo conto che ormai anche i famosi camionisti, (paradigma antroposociale di banalità paragonabile solo alla casalinga di Voghera), sembra mostrino di gradire maggiormente le foto di cagnolini e gattini alla simbolica «chatte» femminile, è anche vero che si possa immaginare, per la cultura a cui stiamo accorgendoci in queste settimane di tenere moltissimo, un processo evolutivo simile a quello che vorremmo in tradizioni diverse dalla nostra perfino in un’espressione pop, di puro marketing, come un calendario. Forse, come si dice in questi casi, è davvero finita un’epoca. E per fortuna.

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