20 Novembre Nov 2015 1723 20 novembre 2015

Racconto la mafia in Aemilia

La giornalista Sabrina Pignedoli spiega a LetteraDonna come la ’Ndrangheta sia profondamente insediata al Nord. E di come l'abbia vissuta in prima persona.

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È stato il più grande blitz contro le cosche in Emilia e ha dimostrato quando la ’Ndrangheta sia profondamente insediata al Nord. Si tratta di Aemilia, la maxi operazione del gennaio 2015 coordinata dalla procura distrettuale antimafia di Bologna, che ha colpito il clan Grande Aracri e i suoi contatti con la politica e l’imprenditoria. La giornalista reggiana Sabrina Pignedoli, in qualità di corrispondente da Reggio Emilia per Il Resto del Carlino, ha seguito la vicenda da vicino dalla quale ha poi tratto il libro Operazione Aemilia (Imprimatur, pp. 160, 14 euro). Ma proprio la sua dedizione all'attività giornalistica le è costata minacce e intimidazioni. Questo però non l'ha portata a rinunciare al suo lavoro. Anzi, senza paura si è rimboccata le maniche e ha approfondito le ricerche perché «per limitare questi fenomeni la gente deve sapere, deve essere informata», come ha spiegato a LetteraDonna.

DOMANDA: Da giornalista si occupa da anni di temi scottanti ma l'operazione Aemilia è stata forse quella che l'ha coinvolta di più, sia sotto il profilo professionale sia sotto quello umano. 
RISPOSTA: Certamente è stata l'operazione più importante e quella che ho vissuto con il maggior coinvolgimento. Le indagini hanno dato risposta a molti episodi di cui avevo scritto, come gli incendi dolosi di auto che si sono verificati nel nostro territorio. Il giorno del blitz, il 28 gennaio, è stata la data della svolta. Non avevo ancora visto le carte dell'indagine e sono andata alla conferenza stampa sul caso, a Bologna. Non mi sarei mai aspettata che il procuratore capo Roberto Alfonso facesse il mio nome e per giunta mi facesse i complimenti per il lavoro svolto sulle pagine di cronaca locale. Non mi sembrava di aver fatto nulla di eccezionale, solo il mio dovere.
D: Quando e come è entrata a contatto con la realtà di stampo mafioso? 
R: Ho cominciato ad occuparmi di 'Ndrangheta poco dopo il mio primo contratto a tempo determinato nel 2010, quando era scattata l'operazione Pandora, una maxi indagine della Dda di Catanzaro che aveva diversi risvolti anche nel Reggiano.
D: Quando ha cominciato a capire che si stava addentrando in qualcosa di pericoloso?
R: Quasi subito. Indagando su Pandora ho trovato davvero molti richiami a Reggio Emilia, scoprendo un mondo che non avrei mai immaginato. Ho cominciato ad approfondire e ho capito che poteva essere pericoloso quando ho cominciato a mettere insieme i passaggi, a ricostruire la rete, le parentele.
D: Quando sono arrivate le minacce?
R: In un mio articolo che ha avuto grande risonanza ho raccontato di una cena alla quale avevano preso parte anche esponenti politici e persone ritenute vicine al clan Grande Aracri, che è la cosca al centro dell'operazione Aemilia. In seguito mi ha chiamato un poliziotto, che poi è stato arrestato e ora è a processo, che mi ha detto che non dovevo scrivere più del clan Muto perché erano suoi grandi amici e che se non l'avessi fatto mi avrebbe 'tagliato i viveri'.
D: Come ha reagito?
R: Dopo la telefonata ho continuato a fare il mio lavoro e il mio capo di allora, Davide Nitrosi, mi ha incoraggiato a farlo. Per questo ho continuato a coltivare la mia passione sui temi legati alla 'Ndrangheta. Mi sono occupata soprattutto di interdittive antimafia (i provvedimenti del prefetto che impediscono alle ditte interdette di svolgere lavori pubblici perché a rischio infiltrazioni, ndr.) che mi hanno aiutato molto a studiare la rete di interessi criminali. E di incendi dolosi, che nella nostra provincia, Reggio Emilia, non sono mancati. Ovviamente per lavoro devo occuparmi anche della cronaca ordinaria, per cui spesso ho approfondito i temi sulla criminalità organizzata durante le ferie o i giorni di riposo.
D: Quali sono gli aspetti di Aemilia che ha trovato più inquietanti?
R: La cosa che mi ha colpito maggiormente è che alcuni imprenditori emiliani siano diventati soci di questi personaggi o abbiano fatto tranquillamente affari con loro. Se la cosca si è radicata sul nostro territorio è perché qualcuno gli ha aperto le porte e l'ha fatta entrare.
D: Quali sono le responsabilità dei politici?
R: La politica si è dimostrata totalmente impreparata e non all'altezza, laddove non complice. Ora si plaude all'operazione ma manca una reale presa di coscienza. Non ci sono solo responsabilità penali, ma esistono anche quelle politiche.
D: Sapere che erano coinvolti anche personaggi di fiducia, poliziotti e colleghi l'ha stupita?
R: Poliziotti, carabinieri, giornalisti, professionisti. L'operazione Aemilia dimostra ancora una volta che la 'Ndrangheta è in grado di infiltrarsi in qualsiasi ambiente, di trovare terreno fertile ovunque. Del resto dalla sua ha la forza del denaro.
D: Su cosa si è focalizzata nel suo libro?
R: Il mio libro non vuole essere una sintesi delle carte. Si concentra su alcuni episodi emblematici dell'infiltrazione al Nord e li racconta come fossero un romanzo. Solo che si tratta di fatti veri, con vari spunti di riflessione. Credo che questo sia il modo migliore per trasmettere certe inchieste complicate e arrivare alle persone. La conoscenza del fenomeno ha un ruolo importante nel limitarlo.
D: Oggi l'inchiesta sta proseguendo nelle aule dei tribunali. A che punto siamo?
R: Al momento siamo nella fase dell'udienza preliminare. La maxi aula è stata allestita con non poche difficoltà al padiglione delle Fiere di Bologna. A dicembre dovrebbe concludersi, almeno per quel che riguarda la decisione di rinvio a giudizio. Poi a gennaio cominceranno le udienze per definire le posizioni di coloro che hanno scelto riti alternativi che sono circa un centinaio. In primavera, invece, per coloro che hanno scelto il rito ordinario comincerà il dibattimento a Reggio Emilia.D: Lei ha subito nuove minacce?
R: Dirette come queste di Aemilia no. Ma ho ricevuto lettere anonime in redazione o querele temerarie, spesso solo minacciate. Qualcuno mi ha fatto sapere di essersela legata al dito per qualche articolo che non gli è andato giù ma credo che queste forme di pressioni siano abbastanza diffuse per chi fa il giornalista.
D: Quanto è stato difficile seguire, da giornalista e donna, questa inchiesta? E quanto lo è stato decidere di pubblicare anche un libro?
R: Certamente gli ho dedicato molto tempo e impegno e non sempre la mia passione è stata compresa. Sono comunque fortunata perché accanto a me ho un compagno che mi sprona, mi sta vicino ed è paziente. Per scrivere ho dovuto sfruttare i giorni di riposo, e lui è stato davvero prezioso perché ha riletto i miei testi e mi ha dato molti suggerimenti.

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